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VII Commissione Cultura 24 gennaio 2006 (modifiche Codice beni culturali)
2006-01-24

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Schema di decreto legislativo recante correzioni e integrazioni al Codice di beni culturali e del paesaggio, in relazione ai beni culturali.
Atto n. 594.
(Esame e rinvio).

La Commissione inizia l'esame.

Guglielmo ROSITANI, presidente, avverte che lo schema di decreto legislativo in titolo stato assegnato alla Commissione, su richiesta del Governo, nonostante che su di esso la Conferenza unificata non abbia ancora espresso il prescritto parere. Fa quindi presente che la Presidenza della Camera, nell'assegnare il provvedimento, ha segnalato l'esigenza che la Commissione non si pronunci prima che il Governo abbia provveduto a trasmettere il suddetto parere della Conferenza unificata.

Andrea Giorgio Felice Maria ORSINI (FI), relatore, dopo aver espresso un ringraziamento agli uffici per il valido supporto fornitogli in questa come in precedenti occasioni, desidera preliminarmente sottolineare con soddisfazione come l'ormai prossima conclusione della legislatura coincida con l'ultima fase di esame parlamentare di un provvedimento che a suo avviso riveste una importanza storica.
Con lo schema di decreto in esame, infatti, si completa sostanzialmente l'iter legislativo del Codice dei beni culturali e del paesaggio, apportando ad esso una serie di modifiche e integrazioni sulla base dell'esperienza condotta in questi primi diciotto mesi di applicazione della nuova normativa. Prima di passare all'illustrazione delle principali modifiche proposte, desidera sottolineare l'importanza dell'azione di revisione della normativa vigente in questa materia, che rappresenta la prima riforma organica dell'ordinamento di settore, precedentemente costituito dalle leggi Bottai del 1939. Un'azione promossa e fortemente voluta dall'allora Ministro per i beni e le attivit culturali Giuliano Urbani, e poi portata avanti dal suo successore Rocco Buttiglione, che costituisce un successo di grande rilievo per il Governo e la maggioranza politica che lo sostiene. La stessa limitatezza delle modifiche che si propone di introdurre in questa fase testimonia d'altronde, a suo avviso, della validit complessiva dell'impianto normativo predisposto dal Ministro Urbani.

In riferimento alla circostanza sottolineata in apertura di seduta dal presidente Rositani, vale a dire la mancanza del parere della Conferenza unificata, ritiene opportuno evidenziare che - ferma restando la necessit di attendere l'espressione di tale parere, salvo che non provengano nuove indicazioni dalla Presidenza della Camera -, a quanto a lui consta, il confronto fin qui condotto tra il Governo e le regioni e le autonomie locali ha gi condotto all'individuazione di una serie di possibili ulteriori interventi correttivi, che sarebbero condivisi da entrambe le parti.

Da questo punto di vista, a quanto a lui risulta, la mancata espressione del parere della Conferenza sarebbe dovuta pi a considerazioni di carattere generale che non a un effettivo dissenso nel merito del provvedimento. Si riserva quindi di proporre alla Commissione di includere gli interventi correttivi che sarebbero stati concordati con le regioni e gli enti locali nel parere da rendere al Governo.

Passa quindi ad illustrare quelli che ritiene i pi significativi interventi correttivi previsti dallo schema di decreto nel testo trasmesso dal Governo, osservando che la maggior parte delle altre modifiche hanno portata prevalentemente formale e di coordinamento.

Il primo ambito degli interventi di maggiore rilievo costituito dalle modifiche alle disposizioni sulle collezioni numismatiche.

In questo ambito, le modifiche proposte mirano a raggiungere un nuovo punto di equilibrio dopo le innovazioni introdotte dall'articolo 2-decies del decreto-legge 26 aprile 2005, n. 63, introdotto dalla legge di conversione 25 giugno 2005, n. 109, che, differenziando le monete antiche dalle altre cose suscettibili di tutela, ha sostanzialmente rimesso al proprietario e non all'Autorit competente la valutazione dell'interesse culturale posseduto, che stato ricondotto alla sussistenza delle caratteristiche di serialit e ripetitivit. Il provvedimento in esame propone di intervenire in una duplice direzione: da un lato, ammettendo tra i criteri di valutazione circa la valenza culturale delle collezioni, accanto a quelli ereditati dalla legge fondamentale del '39 (tradizione, fama e particolari caratteristiche ambientali), la rilevanza artistica, storica, archeologica, numismatica o etnoantropologica; dall'altro, evidenziando come l'interesse numismatico debba essere rinvenuto nella rarit o nel pregio delle cose, e che tali elementi vadano valutati in rapporto all'epoca, alle tecniche e ai materiali di produzione.

Come a dire che non possibile giudicare il valore delle monete antiche soltanto in base alla serialit o ripetitivit, posto che tali caratteristiche assumono significato diverso a seconda delle epoche e delle culture; e vanno, perci, interpretate in relazione al grado di raffinatezza delle tecniche di conio, alle leghe utilizzate e alla percentuale in esse di metallo nobile e, dunque, in ultima analisi, all'epoca cui risale la moneta.

La serialit, isolatamente considerata, insomma, a suo avviso parametro fuorviante ai fini dell'accertamento dell'interesse storico, e comunque non indizio di minor valore culturale, in quanto, com' noto, i rinvenimenti di tesoretti, ossia proprio di serie di monete spesso della stessa epoca e dello stesso valore, costituiscono eventi di grande rilievo perch permettono la ricostruzione dei flussi monetari dell'antichit e, conseguentemente, delle vicende legate agli scambi ed ai commerci del mondo antico.

Ancora maggior rilievo, anche per le polemiche che hanno accompagnato, talvolta in modo esagerato, gli interventi in questa materia, rivestono poi le modifiche proposte all'articolo 12, comma 10, vale a dire alle norme in materia di silenzio-assenso nelle procedure di verifica dell'interesse culturale. Al proposito, ricorda preliminarmente che, in occasione del varo del Codice dei beni culturali, la Commissione aveva manifestato un unanime orientamento - condiviso peraltro dall'allora Ministro Urbani - circa la necessit di escludere i beni culturali da qualsiasi forma di silenzio-assenso.

Con le disposizioni in esame si sancisce definitivamente il superamento - peraltro gi realizzatosi di fatto - di tali contestate disposizioni, procedendo alla loro formale abrogazione. In concreto, lo schema in esame da un lato provvede a sostituire, al comma 10 dell'articolo 12, la disposizione di salvaguardia attualmente vigente con una norma che - in risposta alle esigenze di speditezza che da sempre accompagnano le procedure di dismissione degli immobili pubblici, cui spesso si ricorre per ragioni di finanza pubblica - conferma il termine finale di 120 giorni per la conclusione della verifica; dall'altro, stabilisce, all'articolo 6, l'abrogazione espressa dei commi da 1 a 12 dell'articolo 27 del decreto-legge n. 269 del 2003.

Ritiene quindi che, con tale intervento, possano finalmente venire del tutto meno le preoccupazioni - peraltro rivelatesi sicuramente eccessive, bench non illegittime - pi volte espresse dai gruppi di opposizione circa i danni che la procedura del silenzio-assenso avrebbe potuto arrecare al nostro patrimonio culturale.

Un terzo ambito di intervento di particolare rilievo costituito dalle modifiche proposte agli articoli 29 e 182, in tema di formazione professionale dei restauratori e dei loro collaboratori.

Al proposito, osserva che le modifiche all'articolo 29 si propongono una duplice finalit. In primo luogo (comma 9), come riconoscimento della tradizione italiana del restauro e del livello di eccellenza al quale si collocano gli operatori e le scuole del settore, quella di attribuire all'esame conclusivo dei corsi di restauro svolti presso le scuole di alta formazione e di studio il valore di esame di Stato e, al contempo, di sancire l'equiparazione del titolo rilasciato a seguito del superamento di detto esame al diploma universitario di secondo livello (laurea specialistica o magistrale): viene in tal modo conferita dignit formale all'equivalenza che, nella sostanza, ossia nell'esercizio dell'attivit professionale, risulta gi stabilita dall'articolo 7, comma 1, del decreto ministeriale 3 agosto 2000, n. 294, recante regolamento concernente individuazione dei requisiti di qualificazione dei soggetti esecutori dei lavori di restauro e manutenzione dei beni mobili e delle superfici decorate di beni architettonici.

In secondo luogo (comma 11), la finalit di coinvolgere le universit nella elaborazione e conclusione di accordi finalizzati alla creazione di centri di ricerca, sperimentazione, studio e attuazione di interventi in materia di restauro, riconoscendo, altres, alle medesime istituzioni un ruolo paritario, rispetto al Ministero per i beni e le attivit culturali e alle regioni, nella istituzione, presso i suddetti centri, di corsi di alta formazione per l'insegnamento del restauro.

In merito agli interventi in questa materia, segnala che - a suo avviso - non vi alcun rischio di conflitto con le competenze attribuite alle regioni in materia di formazione professionale.

L'ambito di intervento in oggetto infatti riconducibile a quello dell'alta formazione di livello universitario, su cui lo Stato ha competenza piena. Inoltre, va considerata la particolare materia in cui tale formazione di livello universitario si esplica: in sostanza, si tratta di definire i requisiti per l'esercizio di attivit professionali tramite cui si realizzano quegli obiettivi di tutela dei beni culturali che la Costituzione ha voluto mantenere in capo allo Stato in via esclusiva. Ritiene pertanto che non vi possa essere alcun dubbio sulla compatibilit delle norme in oggetto con la Costituzione, e che le stesse regioni possano concordare su tale valutazione.

Quanto agli ulteriori interventi correttivi che, come precedentemente segnalato, sarebbero stati concordati in sede tecnica tra il Governo e le regioni e le autonomie locali - e che, lo ribadisce, potrebbero essere inclusi nella sua proposta di parere - desidera in questa sede soffermarsi in particolare sulle possibili modifiche agli articolo 6 e 112.

Quanto al primo, si tratterebbe di introdurre la specificazione che la valorizzazione costituisce una funzione pubblica di rilievo costituzionale, attesa la sua finalizzazione allo sviluppo della cultura, e che pertanto il suo esercizio si sottrae ad ogni valutazione di opportunit formulata in base ad esclusivi criteri di redditivit economica. Sottolinea al proposito che tale specificazione farebbe tra l'altro giustizia delle ricorrenti accuse, provenienti dei gruppi di opposizione, secondo cui l'attuale maggioranza di Governo tenderebbe a subordinare le esigenze di tutela e valorizzazione dei beni culturali a quelle del loro sfruttamento economico.

Quanto all'articolo 112, segnala in particolare la prospettata riscrittura del comma 4, volta a dare rilievo normativo alla possibilit che i siti culturali, adeguatamente valorizzati, costituiscano altres il volano di uno sviluppo economico coinvolgente sia i settori produttivi suscettibili di interagire pi direttamente con essi, sia le infrastrutture destinate a veicolare i crescenti flussi turistici richiamati dalle realt culturali.

Ovviamente, tale possibilit deve essere valutata in riferimento ad un determinato territorio, in ragione delle sue omogeneit culturali e della sua vocazione economica, non necessariamente coincidenti con una specifica circoscrizione amministrativa. Si prospetta quindi l'opportunit di sostituire al riferimento alla base regionale quello pi generico e limitato al sistema territoriale definito, utilizzando una formula gi nota alla legislazione regionale nonch agli studi di economia del territorio. In pratica, atteso che il sostegno pubblico alla valorizzazione un costo non eliminabile n comprimibile, stante il rilievo costituzionale della funzione che ne beneficiaria, l'obiettivo che si intende perseguire quello di convertire i relativi oneri da mere spese di funzionamento in spese di investimento.

Conclusivamente, nel riservarsi di valutare le indicazioni che potranno venire dai diversi gruppi parlamentari, chiede alla presidenza della Commissione di essere autorizzato a depositare, ai fini della sua pubblicazione in allegato al resoconto della seduta odierna, una nota scritta in cui sono pi ampiamente illustrati gli interventi previsti dallo schema di decreto in esame e gli ulteriori interventi correttivi che sarebbero stati concordati tra il Governo e le regioni e le autonomie locali.
Guglielmo ROSITANI, presidente, non essendovi obiezioni, consente la pubblicazione in allegato della nota illustrativa depositata dal relatore (vedi allegato).

Carlo CARLI (DS-U), nel riservarsi di intervenire nel merito del provvedimento in una successiva seduta, dichiara di ritenere assolutamente necessaria l'acquisizione del parere della Conferenza unificata prima di procedere all'espressione del parere della Commissione.

Andrea Giorgio Felice Maria ORSINI (FI), relatore, nel condividere la legittima preoccupazione del deputato Carli, e fermo restando che, allo stato dei fatti, la Presidenza della Camera ha gi stabilito che la Commissione non possa pronunciarsi fino alla trasmissione del parere della Conferenza, si chiede come si dovrebbe procedere nel caso che quest'ultima, magari per considerazioni politiche di carattere generale, pi che per un vero e proprio dissenso su questo specifico provvedimento, non dovesse esprimere il parere neanche nelle prossime settimane.

Carlo CARLI (DS-U) ribadisce che, allo stato dei fatti, il suo gruppo chiede che la Commissione non si pronunci sul provvedimento, pur riservandosi un'ulteriore valutazione della situazione qualora il ritardo nell'espressione del parere della Conferenza unificata dovesse prolungarsi significativamente.
Guglielmo ROSITANI, presidente, nessun altro chiedendo di intervenire, rinvia il seguito dell'esame alla seduta di domani, mercoled 25 gennaio 2006.
La seduta termina alle 14.15.


ALLEGATO

Schema di decreto legislativo recante correzioni e integrazioni al Codice di beni culturali e del paesaggio, in relazione ai beni culturali (atto n. 594).

NOTA ILLUSTRATIVA DEPOSITATA DAL RELATORE ORSINI


Ricordo in primo luogo che l'articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137, nel conferire al Governo la delega ad adottare uno o pi decreti legislativi finalizzati, tra l'altro, al riassetto e alla codificazione delle disposizioni legislative in materia di beni e attivit culturali, fissandone principi e criteri direttivi, ha previsto, al comma 4, che entro due anni dall'entrata in vigore dei decreti delegati possano essere adottate disposizioni correttive ed integrative dei decreti medesimi.

In attuazione di tale disposizione, lo schema di decreto legislativo in titolo reca una serie di modifiche al Codice dei beni culturali e del paesaggio, per la parte concernente la materia dei beni culturali, facendo tesoro dell'esperienza maturata nei primi diciotto mesi della sua applicazione.

Rilevo, al proposito, che - trattandosi della prima riforma organica dell'ordinamento di settore, precedentemente costituito dalle leggi Bottai del 1939 e dalla normativa sugli archivi del 1963 - il Codice ha inevitabilmente pagato lo scotto della novit e, al di l delle difficolt interpretative incontrate dagli operatori, ha evidenziato, in talune sue disposizioni, mende di natura formale suscettibili di ingenerare applicazioni difformi. Inoltre, si dovuto tener conto delle disposizioni successivamente intervenute nella materia, ma anche, e forse soprattutto, di quelle che nel frattempo sono venute meno, in forma sia esplicita che implicita.

Lo schema in esame, quindi, procede da un lato a riformulare alcune disposizioni, per rendere pi intelligibile la volont del legislatore e favorirne l'efficace attuazione, dall'altro, ad espungere dal testo disposizioni nel frattempo abrogate o ad integrarlo con norme sopravvenute. Tutto ci, ovviamente, in aderenza ai princpi ed ai limiti stabiliti dalla legge n. 137 del 2002, ed in particolare alle indicazioni intese a produrre lo snellimento e abbreviazione dei procedimenti e ad evitare ulteriori restrizioni alla propriet privata, fermi rimanendo gli attuali strumenti della tutela.

Tra le modifiche che possono essere considerate di mero drafting rientra, ad esempio, quella all'articolo 10, comma 4, lettera l), che risponde ad un'esigenza di carattere logico: non le tipologie (ossia i modelli astratti) ma i singoli, concreti esempi di architettura rurale possono essere apprezzati per il loro interesse storico od etnoantropologico.

Alla medesima categoria riconducibile la modifica all'articolo 173, che pone rimedio ad una svista formale del testo previgente: nel rimarcare, infatti, relativamente alla prelazione storico-artistica, anche dal punto di vista lessicale, la caratterizzazione di atto potestativo di natura ablatoria, e quindi la sua distinzione rispetto all'analogo istituto civilistico, provvedendo di conseguenza ad espungere ogni riferimento al termine diritto, si tralasciato di rivedere anche la formulazione della sanzione penale connessa all'inosservanza degli obblighi imposti all'alienante dalla norma sostanziale.

Pi in generale, sono riconducibili ad esigenze di maggiore chiarezza e precisione testuale le modifiche di cui agli articoli 11, 12, comma 1 e comma 6, 22, comma 3, 46, 50, 54, comma 2, lettera d), 163, 168 e 179, nonch quelle relative all'allegato A.

Appartengono invece alla categoria degli interventi volti a coordinare le disposizioni del Codice con quelle intervenute successivamente alla sua emanazione quelli che incidono, ad esempio, sugli articoli 10 e 12, comma 10.

Le modifiche apportate alla prima delle citate disposizioni intendono conciliare due opposte esigenze, provenienti entrambe dal mondo del collezionismo: da un lato, conferire alle cose di interesse numismatico una maggiore visibilit nell'ambito degli oggetti da collezione meritevoli di tutela, cos come richiesto da molti studiosi del settore; dall'altro, arginare le spinte verso un arretramento delle ragioni della tutela rispetto a quelle del mercato delle cose medesime, significativamente rappresentato dalla recente norma di cui all'articolo 2-decies del decreto-legge 26 aprile 2005, n. 63, introdotto dalla legge di conversione 25 giugno 2005, n. 109.

Tale disposizione ha preteso di differenziare le monete antiche dalle altre cose suscettibili di tutela, attribuendo a esse una sorta di status di bene culturale minore, per effetto del quale stata rimessa al proprietario e non all'Autorit competente la valutazione circa la sussistenza e il grado dell'interesse culturale posseduto. Sussistenza e grado di interesse culturale che la norma stessa ha ritenuto di poter individuare nella carenza delle caratteristiche di serialit e ripetitivit, elevate al rango di parametri discriminanti il cui accertamento, come detto, attribuito allo stesso proprietario.

Con il provvedimento in esame ci si propone di intervenire in una duplice direzione: da un lato, ammettendo tra i criteri di valutazione circa la valenza culturale delle collezioni, accanto a quelli ereditati dalla legge fondamentale del '39 (tradizione, fama e particolari caratteristiche ambientali) la rilevanza artistica, storica, archeologica, numismatica o etnoantropologica; dall'altro, evidenziando come l'interesse numismatico debba essere rinvenuto nella rarit o nel pregio delle cose, e che tali elementi vadano valutati in rapporto all'epoca, alle tecniche e ai materiali di produzione. Come a dire che non possibile giudicare il valore delle monete antiche soltanto in base alla serialit o ripetitivit, posto che tali caratteristiche assumono significato diverso a seconda delle epoche e delle culture; e vanno, perci, interpretate in relazione al grado di raffinatezza delle tecniche di conio, alle leghe utilizzate e alla percentuale in esse di metallo nobile e, dunque, in ultima analisi, all'epoca cui risale la moneta.

La serialit, isolatamente considerata, insomma, parametro fuorviante ai fini dell'accertamento dell'interesse storico, e comunque non indizio di minor valore culturale, in quanto, com' noto, i rinvenimenti di tesoretti, ossia proprio di serie di monete spesso della stessa epoca e dello stesso valore, costituiscono eventi di grande rilievo perch permettono la ricostruzione dei flussi monetari dell'antichit e, conseguentemente, delle vicende legate agli scambi ed ai commerci del mondo antico.

Per quanto riguarda l'articolo 12, comma 10, la modifica proposta trova fondamento nell'esigenza di rendere il testo della norma pienamente coerente con i princpi generali dell'ordinamento in tema di procedure amministrative, cos come precisati dai pi recenti provvedimenti normativi; nonch con il concludersi della fase transitoria di natura emergenziale che quella norma aveva prodotto.

Al proposito, rammentare, infatti, che nel testo vigente il comma in esame salvaguarda l'applicabilit delle disposizioni di cui all'articolo 27, commi 8, 10, 12, 13 e 13-bis, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito nella legge 24 novembre 2003, n. 226; disposizioni che avevano introdotto una procedura transitoria per la verifica dell'interesse culturale sugli immobili pubblici, stabilendo che, in sede di prima applicazione, la mancata comunicazione dei risultati della verifica, da parte dei competenti uffici di questo Ministero, entro il termine di 120 giorni dalla richiesta equivale ad esito negativo della verifica.

Tali disposizioni, tuttavia, unitamente a quelle di cui ai primi sette commi dello stesso articolo 27, che introducevano appunto nell'ordinamento l'istituto della verifica dell'interesse culturale, disciplinando le forme di presentazione della richiesta e le conseguenze derivanti dai possibili esiti del procedimento, risultano oramai inapplicabili per le seguenti ragioni: l'entrata in vigore, il 1o maggio 2004, del Codice dei beni culturali e del paesaggio, che all'articolo 12 reca appunto la procedura a regime della verifica di interesse culturale, che viene a sostituirsi a quella delineata nei commi da 1 a 7 dell'articolo 27 del decreto-legge n. 26 del 2003; l'esaurirsi della fase di prima applicazione della procedura transitoria disciplinata dai commi 8-12 del predetto articolo 27, determinato dalla conclusione della procedura di verifica dei beni inclusi negli elenchi presentati ai sensi del decreto interdirigenziale adottato dal Capo del Dipartimento per i beni culturali e paesaggistici e dal Direttore generale dell'Agenzia del Demanio il 6 febbraio 2004, in attuazione dell'articolo medesimo; l'impossibilit di ricorrere al meccanismo del silenzio-assenso, previsto dal comma 10 dell'articolo 27, la cui inapplicabilit ai procedimenti concernenti i beni culturali e paesaggistici stata formalmente sancita dall'articolo 20, comma 4, della legge n. 241 del 1990 nel testo novellato dall'articolo 3, comma 6-ter del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, cos come modificato dalla legge di conversione 14 maggio 2005, n. 80 (norma che deve ritenersi principio generale dell'ordinamento).

Pertanto, con lo schema in esame, da un lato si provvede a sostituire, al comma 10 dell'articolo 12, la disposizione di salvaguardia appena descritta con una norma che, in risposta alle esigenze di speditezza che da sempre accompagnano le procedure di dismissione degli immobili pubblici, cui spesso si ricorre per aggiustare i conti di finanza pubblica, conferma il termine finale di 120 giorni per la conclusione della verifica; dall'altro, si stabilisce, all'articolo 6, l'abrogazione espressa dei commi dall'1 al 12 del richiamato articolo 27 del decreto-legge n. 269 del 2003.

Segnalo quindi che, a quanto mi risulta, le conclusioni sopra illustrate sono state condivise dal Ministero dell'economia e delle finanze che, in occasione della recente manovra correttiva di finanza pubblica, nel proporre una nuova disposizione finalizzata ad accelerare le procedure di dismissione degli immobili del demanio statale, ha accolto la richiesta di limitare alle procedure gi avviate la disciplina del gi menzionato articolo 27 del decreto-legge n. 269 del 2003, riconducendo quelle da avviare alla regola dettata dall'articolo 12 del Codice.

Meritano poi breve considerazione anche le modifiche che si propone di apportare all'articolo 115, le cui ragioni debbono rinvenirsi nell'intento di sgombrare il campo da equivoci ed incertezze circa la volont dell'Amministrazione, allorch il perseguimento diretto dell'interesse pubblico alla migliore valorizzazione dei beni culturali di appartenenza pubblica non risulti possibile per carenza di strutture o di risorse adeguate, di affidarsi agli strumenti e alle logiche di tipo privatistico e non, piuttosto, di manipolare questi ultimi in funzione delle esigenze istituzionali al punto da snaturare i modelli civilistici di riferimento e realizzare degli ibridi difficilmente gestibili e scarsamente attraenti per i potenziali investitori.

Partendo da tale intento, con lo schema in esame si propone di chiarire, al comma 3, lettera a), che il ricorso a tale forma di gestione indiretta postula l'adesione al modello privatistico e, pertanto, la coerenza con lo statuto normativo delineato, per le singole forme organizzative, dalle vigenti disposizioni.

Delle forme stesse si propone di omettere una elencazione, sia pure soltanto a titolo esemplificativo, al fine di lasciare la massima libert di opzione agli enti interessati e rendere ancor pi evidente che la forma va scelta in funzione dell'obiettivo di valorizzazione perseguito, cos come illustrato dal progetto. La partecipazione ministeriale al soggetto affidatario delle attivit di valorizzazione perde la connotazione della prevalenza, attributo la cui interpretazione si rivelata non agevole, potendo essere imputato tanto al valore economico quanto al valore culturale del conferimento; al tempo stesso essa viene precisata quanto alle modalit di individuazione dei rappresentanti del Ministero.

Il comma 4 verrebbe riformulato al fine di correggere talune imperfezioni lessicali ed evidenziare, al contempo, la necessaria propedeuticit, rispetto al procedimento di scelta tra le due forme della valorizzazione indiretta, della definizione degli obiettivi programmatici che si intendono in tal modo perseguire.

Al comma 8, inoltre, si propone di arricchire i contenuti del contratto di servizio, prevedendo il sostanziale recepimento, in esso, del progetto di valorizzazione e della relativa tempistica come approvati dal Ministero e disponendo che vi debbano essere indicate le modalit di esercizio dei poteri riconosciuti al titolare dell'attivit di valorizzazione oggetto di affidamento, al fine di garantire la rispondenza costante delle attivit del soggetto affidatario alle previsioni progettuali ed agli obiettivi programmatici.


Vanno poi considerati gli interventi proposti relativi agli articoli 29 e 182, in tema di formazione professionale dei restauratori e dei loro collaboratori.
Le modifiche all'articolo 29 si propongono una duplice finalit. In primo luogo (comma 9), come riconoscimento della tradizione italiana del restauro e del livello di eccellenza al quale si collocano gli operatori e le scuole del settore, quella di attribuire all'esame conclusivo dei corsi di restauro svolti presso le scuole di alta formazione e di studio il valore di esame di Stato e, al contempo, di sancire l'equiparazione del titolo rilasciato a seguito del superamento di detto esame al diploma universitario di secondo livello (laurea specialistica o magistrale): viene in tal modo conferita dignit formale all'equivalenza che, nella sostanza, ossia nell'esercizio dell'attivit professionale, risulta gi stabilita dall'articolo 7, comma 1, del decreto ministeriale 3 agosto 2000, n. 294, recante regolamento concernente individuazione dei requisiti di qualificazione dei soggetti esecutori dei lavori di restauro e manutenzione dei beni mobili e delle superfici decorate di beni architettonici. In secondo luogo (comma 11), la finalit di coinvolgere le universit nella elaborazione e conclusione di accordi finalizzati alla creazione di centri di ricerca, sperimentazione, studio e attuazione di interventi in materia di restauro, riconoscendo, altres, alle medesime istituzioni un ruolo paritario, rispetto al Ministero per i beni e le attivit culturali e alle regioni, nella istituzione, presso i suddetti centri, di corsi di alta formazione per l'insegnamento del restauro.

Come noto, la disciplina relativa all'insegnamento del restauro, contenuta nell'articolo 29 del Codice, potr dirsi a regime soltanto allorch saranno operanti i decreti attuativi previsti dai commi 7, 8 e 9 del medesimo articolo, nei quali sono definiti i profili di competenza dei soggetti da formare, i criteri e standard di qualit del percorso formativo, le modalit di accreditamento ed i requisiti di organizzazione e funzionamento delle scuole.

Da quel momento, la qualifica di restauratore potr essere acquisita esclusivamente in base alla predetta disciplina. Medio tempore, si applicano le disposizioni transitorie di cui all'articolo 182 del Codice, su cui si propone di intervenire al fine di rendere pi esaustivo il riferimento alla regolamentazione previgente (contenuta nel decreto ministeriale 3 agosto 2000 come modificato dal decreto ministeriale 24 ottobre 2001, n. 420), indicando in modo dettagliato i requisiti utili al conseguimento delle qualifiche di restauratore e collaboratore restauratore di beni culturali.

Sul piano procedurale, va segnalato che il testo dello schema in esame, approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri del 18 novembre 2005 e i cui contenuti essenziali sono stati sopra illustrato, stato trasmesso alla Conferenza unificata per l'acquisizione del relativo parere, cos come previsto dalla legge di delega. Detto parere non stato ancora espresso (pur essendo ormai scaduto, a quanto risulta, il termine di sessanta giorni previsto dalla legge per l'espressione del parere).

Peraltro, gli incontri tecnici finalizzati all'espressione del parere della Conferenza avrebbero fatto emergere l'opportunit di ulteriori interventi correttivi, in ordine ai quali si sarebbe registrata una convergenza di merito tra i rappresentanti dell'amministrazione statale e quelli delle regioni e delle autonomie locali.

A tale proposito, ritengo opportuno informare la Commissione, sulla base degli elementi fornitimi dal Ministero per i beni e le attivit culturali, circa i principali contenuti di tali ulteriori interventi correttivi, che mi riservo di introdurre nella mia proposta di parere. Le intese che sarebbero intercorse tra rappresentanti del Governo e rappresentanti delle autonomie riguarderebbero gli articoli di seguito indicati.

Quanto all'articolo 6, si ritiene opportuno sottolineare, al comma 1, che la valorizzazione costituisce una funzione pubblica di rilievo costituzionale, attesa la sua finalizzazione allo sviluppo della cultura, e che pertanto il suo esercizio si sottrae ad ogni valutazione di opportunit formulata in base ad esclusivi criteri di redditivit economica.

All'articolo 10, comma 2, lettera c), si prospetta un'integrazione volta a rimediare ad un'omissione del Codice: nella indicazione delle raccolte librarie sottoposte a tutela ipso iure non si tenuto conto del fatto che nelle biblioteche degli enti locali o di interesse locale, cos come individuate dall'articolo 47 del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n. 616, sono presenti fondi non destinati alla conservazione (in quanto privi di valore culturale), ma piuttosto all'offerta di informazioni aggiornate - mediante monografie e periodici - al pubblico dei lettori.

Si propone, pertanto, di sottrarre tali fondi al generalizzato vincolo ope legis gravante, per effetto della disposizione in esame, sulle raccolte librarie dei pubblici istituti, nonch ai controlli previsti sulle operazioni di scarto ad essi afferenti.

All'articolo 17, si dovrebbe precisare che i dati catalografici sui beni culturali affluiscono al catalogo nazionale nelle sue distinte articolazioni, a seconda della natura del bene cui i dati stessi si riferiscono.


All'articolo 21, si interverrebbe sul comma 1, al fine di sottoporre a controllo autorizzatorio anche lo scarto del materiale bibliografico delle biblioteche pubbliche e di quelle private vincolate, tenendo ovviamente conto dell'eccezione introdotta al comma 2, lettera c), dell'articolo 10 (il deperimento e la conseguente sostituzione del materiale costituente i fondi non destinati alla conservazione ma alla sola consultazione previsto come normale e le relative procedure di scarto sono disciplinate dalla legislazione regionale).

Quanto all'articolo 112, una prima modifica riguarderebbe il comma 2, e sarebbe finalizzata a esplicitare che, fatta sempre salva la facolt statale di regolare la valorizzazione dei propri beni, la potest di normazione regionale si estende non solo alle attivit ma anche alle funzioni di valorizzazione, il cui esercizio pu essere peraltro rimesso, in base al principio di sussidiariet, anche agli altri enti territoriali.

Di ben maggiore spessore sarebbe l'intervento modificativo che si prospetta per il comma 4, che verrebbe totalmente riscritto con l'intento di dare rilievo normativo alla possibilit che i siti culturali, adeguatamente valorizzati, costituiscano altres il volano di uno sviluppo economico coinvolgente sia i settori produttivi suscettibili di interagire pi direttamente con essi (si immagini, ad esempio, il collegamento con le strutture ed i servizi destinati alla ricettivit, al tempo libero e allo svago, nonch la correlazione con i settori produttivi tradizionali: artigianato, attivit agricole, etc.), sia le infrastrutture destinate a veicolare i crescenti flussi turistici richiamati dalle realt culturali.

Ovviamente, tale possibilit deve essere valutata in riferimento ad un determinato territorio, in ragione delle sue omogeneit culturali e della sua vocazione economica, non necessariamente coincidenti con una specifica circoscrizione amministrativa. Sarebbe quindi opportuno sostituire al riferimento alla base regionale quello pi generico e limitato al sistema territoriale definito, utilizzando una formula gi nota alla legislazione regionale nonch agli studi di economia del territorio sviluppati presso le strutture di ricerca universitarie.
In pratica, atteso che il sostegno pubblico alla valorizzazione un costo non eliminabile n comprimibile, stante il rilievo costituzionale della funzione che ne beneficiaria, l'obiettivo che si intenderebbe perseguire quello di convertire i relativi oneri da mere spese di funzionamento in spese di investimento.
Infine, si prospetta l'opportunit di rendere possibile, anche in mancanza o nelle more della stipula degli accordi ivi previsti ai commi 4 e 5, o indipendentemente da essi, l'organizzazione e la gestione di strutture semplici che realizzino forme di cooperazione orizzontale e non istituzionalizzata tra soggetti pubblici e privati interessati alla fruizione e/o valorizzazione di beni o istituti culturali in ambiti territoriali determinati.

Al comma 1 dell'articolo 114, si ritiene poi opportuno esplicitare un presupposto gi implicitamente contenuto nella disposizione vigente: che gli standard qualitativi delle attivit di valorizzazione costituiscono le soglie minime di qualit (suscettibili, naturalmente, di essere ritoccati verso l'alto dalla legislazione regionale) e riguardano i soli beni di pertinenza pubblica.

Interventi vengono prefigurati anche in relazione all'articolo 115, per motivi che debbono rinvenirsi nell'intento di sgombrare il campo da equivoci e incertezze nel caso in cui il perseguimento dell'interesse pubblico alla migliore valorizzazione dei beni culturali di appartenenza pubblica non risulti praticabile o conveniente attraverso la gestione diretta, per le ragioni pi varie, che possono andare dalla carenza di risorse alla opportunit di affidarsi agli strumenti ed alle logiche di tipo privatistico.

In particolare, gli equivoci e le incertezze insorti sull'attuale testo dell'articolo 115, comma 3, lettera a), hanno avuto ad oggetto la natura dell'attivit di valorizzazione culturale: se cio essa debba ritenersi attivit economica tout court e, quindi, assoggettata alla logica di impresa, oppure debba essere considerata come attivit culturale caratterizzata dalla finalit pubblica della pi ampia conoscenza del patrimonio culturale finalizzata alla crescita spirituale della collettivit nazionale (articolo 9, primo comma, della Costituzione).

Onde uscire dall'empasse rappresentata dalla dicotomia sopra esposta ci si propone di chiarire che i soggetti giuridici cui l'Amministrazione d vita o partecipa per finalit di valorizzazione del patrimonio culturale sono soggetti caratterizzati dall'assenza di scopo di lucro.

Ovviamente, ci non esclude che le attivit gestionali strumentali alla valorizzazione, valutate singulatim o come complesso integrato, possano presentare rilievo economico e, quindi, essere affidate in concessione, con i sistemi dell'evidenza pubblica ad imprese commerciali in senso proprio. Rispetto a tale fondamentale discrimine apparsa, re melius perpensa, del tutto secondaria la definizione delle modalit di partecipazione del soggetto pubblico titolare del bene da valorizzare agli organi di gestione del soggetto appositamente costituito o partecipato, che pu bene essere rimessa ad un successivo momento regolamentare.

Non d, invece, luogo a problemi di sorta la questione della titolarit della tutela e delle forme del suo esercizio, e pertanto essa non oggetto di espressa disciplina da parte delle disposizioni in esame, atteso che si tratta di prerogative statali indiscusse e incardinate nel Ministero e, per esso, nei suoi organi centrali e periferici.

Pertanto, l'esercizio di dette funzioni viene espletato dagli organi competenti secondo le ordinarie procedure e attribuzioni.

Il comma 4 verrebbe riformulato al fine di correggere talune imperfezioni lessicali ed evidenziare, al contempo, la necessaria propedeuticit, rispetto al procedimento di scelta tra le due forme della valorizzazione indiretta (costituzione di appositi soggetti giuridici o affidamento in concessione a soggetti terzi), della definizione degli obiettivi programmatici che si intendono in tal modo perseguire.

Al comma 5, inoltre, si propone di arricchire i contenuti del contratto di servizio, prevedendo il sostanziale recepimento, in esso, del progetto di valorizzazione e della relativa tempistica come approvati dal Ministero e disponendo che vi debbano essere indicate le modalit di esercizio dei poteri riconosciuti al titolare dell'attivit di valorizzazione oggetto di affidamento, al fine di garantire la rispondenza costante delle attivit del soggetto affidatario alle previsioni progettuali ed agli obiettivi programmatici.

Si prospetta infine un intervento sul comma 2 dell'articolo 116, che risponde all'esigenza di prevedere che l'esercizio dei poteri di tutela, nei confronti di soggetti giuridici costituiti o partecipati dal Ministero secondo le disposizioni degli articoli 112 e 115, come rivedute nelle riunioni tecniche della Conferenza unificata, assume le forme stabilite dal contratto di servizio stipulato dai soggetti medesimi con le amministrazioni titolari della funzione di valorizzazione.
Ci al fine di semplificare ed accelerare le procedure di adozione dei provvedimenti di volta in volta necessari al perseguimento delle finalit di tutela.
Ulteriori modifiche che si potrebbero prospettare in sede di parere parlamentare, potrebbero riguardare i seguenti aspetti.
In primo luogo, attesi i problemi che la applicazione pratica ha determinato, appare opportuno dare mandato all'Amministrazione competente di provvedere al coordinamento dei tempi previsti dalla procedura per l'esercizio della prelazione, cos come disciplinata dall'articolo 62, quando essa sia attivata dalle regioni o dalle autonomie locali.
In secondo luogo, sarebbe opportuno prevedere che anche alle Accademie di belle arti che abbiano attivato corsi di formazione in restauro, sia estesa la possibilit di fruire della disciplina dettata in via transitoria dall'articolo 182 del Codice nel testo varato in Consiglio dei Ministri. Cos come sarebbe opportuno che i procedimenti di accreditamento disciplinati dall'articolo 29, comma 9, dello stesso Codice fossero soggetti assoggettati ad un temine massimo di conclusione, onde dare certezza del diritto ai richiedenti.


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