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Perch educazione e ritorno economico devono convivere
di Antonio Natali
13 novembre 2012






Londra 1940. La Holland House Library distrutta dai bombardamenti aerei nazistiLondra 1940. La Holland House Library distrutta dai bombardamenti aerei nazisti

Capita sempre pi spesso di leggere articoli di giornale in cui si ragiona della necessit di ricorrere a manager e a privati per gestire e amministrare gli aspetti economici del nostro patrimonio culturale, riservando ai tecnici (archeologi, architetti e storici dell'arte) il compito della tutela. Ferma restando la convinzione che pubblico e privato possano e, anzi, debbano lavorare insieme (come da molti anni succede agli Uffizi) non trovo pi parole per esprimere concetti che non sottendono affatto come si vuol far credere l'autodifesa d'una categoria, bens la salvaguardia di beni gratuitamente pervenutici.

Beni che vanno certamente annoverati fra le risorse del paese, senza per mai confondere la valorizzazione con lo sfruttamento e senza mai scordare che "valorizzare" significa soprattutto portare alla conoscenza ci che il tempo ha lentamente velato. Solo dopo aver recuperato il "valore" culturale, sar possibile volgersi a quello finanziario. Prover allora a enunciare sinteticamente qualche pensiero formulato nell'introduzione al primo Bollettino degli Uffizi, principiando da una riflessione sull'esposizioni, che non mi paiono esulare dagl'interessi dei privati.

Le mostre hanno (sarebbe invero da dire: dovrebbero avere), al pari dei musei, una funzione educativa e quasi per forza presuppongono la presenza d'opere d'arte per lo pi provenienti giusto dai musei; ma anche vero che, proprio per la proliferazione delle mostre medesime, si fa sempre pi urgente la necessit di meditare sull'identit sia del museo che dell'esposizioni temporanee. Se il museo il luogo dove si conserva (e s'avvalora) il patrimonio che ad esso pertiene, le mostre sono l'occasione per rinnovare la riflessione su artefici, stagioni, culture.

Il primo dunque stabile (non immobile), le seconde sono episodiche (non irrisorie). Ma perch queste connotazioni restino valide credo sia indispensabile tornare a pensare all'esposizioni come a iniziative culturali vlte all'educazione, tenendo in giusto conto il rapporto fra investimento e introiti, ma non dimenticando mai che il fine ultimo l'arricchimento dell'animo. Parole - ne sono cosciente - che in questa nostra confusa stagione suoneranno come quelle d'un grillo parlante; e, non di meno, parole da dire a voce alta.

Se ci si mette a tavolino con l'intento di trovare un argomento che assicuri il successo economico, gi si parte col piede sbagliato. Verr infatti naturale pescare nelle acque stagnanti della mitologia turistica. E allora nomi altisonanti e opere eclatanti; e pazienza se si metter a repentaglio la sicurezza di creazioni che sono ai vertici della poesia d'ogni tempo. Di sicuro si potr contare su una rendita fruttuosa. Ma questo che si richiede a chi deve conservare i beni dello Stato o a chi deve contribuire alla formazione di coscienze pi mature?

Facile ottenere successo spostando da un museo d'un continente a quello d'un altro una tavola sublime di Leonardo o di Botticelli o di Raffaello. Ma non serve forse, questo, ad alimentare la potenza dei feticci pi che a far comprendere la cultura e la spiritualit che a un'opera son sottese? Ogni volta che s' scelto d'esporre solitario un capolavoro di quelli celebratissimi ne son conseguite code di visitatori di cui non si scorgeva la fine. E dunque sempre s' parlato giustappunto di grande successo. E certo cos se ci si fonda sui numeri. Siamo sicuri per che lo stesso si possa dire sul piano dell'educazione? Basta un "capolavoro" per ottenere il risultato sperato; che non quello d'istruire, ma di sbalordire e far cassetta. Sicch a maggior ragione vien di chiedersi se, per soddisfare esigenze per lo pi connesse soltanto agli affari, sia giusto privare i musei di testi importanti, per i quali oltre tutto la gente traversa gli oceani.

Sono considerazioni che regolarmente vengono tacciate di moralismo. E per si dovr convenire che si tratta d'un tema molto delicato, soprattutto in un momento in cui sempre pi spesso si discute sull'opportunit di sostituire i tecnici storici dell'arte con gl'imprenditori (invero la parola usata manager; forse perch d pi sicurezza a chi la pronuncia e a chi l'ascolta). Ai tecnici - si usa dire - spetterebbe la tutela, ai manager il compito di valorizzarla sotto il profilo della rendita finanziaria. Non mi pare tuttavia cos astruso congetturare che a un manager, messo a gestire il patrimonio d'un museo ospitante capolavori, possa venire in mente di desumerne introiti cospicui concedendoli in prestito per periodi di varia durata. D'altronde quello che si sta meditando anche in altri musei ragguardevoli; al segno di prospettarne clonazioni nei deserti.

Un manager deve dar conto, a chi gli ha affidato un incarico, di quanto economicamente producano le sue imprese. Uno storico dell'arte che abbia l'incombenza della tutela non pu fermarsi alla valutazione del ritorno in danaro. A lui - anche in qualit di storico - spettano le osservazioni sull'inamovibilit dell'opera che sia appunto oggetto di un'impresa, sul suo stato di conservazione, sull'effettiva portata educativa del progetto in base al quale se ne chiede il prestito, sul disagio che ne verr a coloro che, magari da terre lontanissime, si son mossi per vederla, e finalmente anche sull'immagine che ne sortir per la collezione che lui chiamato a proteggere e valorizzare. A chi badi soltanto a riscontri solleciti e a incassi sostanziosi ovvio che tutti questi criteri parranno solo perniciose disquisizioni sofistiche, utili unicamente a inceppare i meccanismi del guadagno. A chi invece abbia a cuore il futuro dell'eredit bella toccataci, sembreranno perfino riflessioni ovvie. E alla fine non poi neppure detto che un rientro economico immediato, qual quello connesso a un prestito eclatante, risulti (almeno in un paese che non sia di vista corta) pi sostanzioso di altri che - nel tempo, con maggiore oculatezza e con programmi meno sbrigativi - se ne desumano.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-11-13/perche-educazione-ritorno-economico-085453.shtml?uuid=Ab9r8S2G


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