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Il "popolo" dei musei e quello delle mostre
ANTONIO NATALI
LA REPUBBLICA 02 luglio 2014

Su 680mila visitatori degli Uffizi, solo 2.850 sono poi andati a Palazzo Strozzi


FATTE salve eccezioni rare, i visitatori dei grandi musei e quelli delle mostre temporanee fanno parte di due "popoli" differenti. Divergenti, anzi; verrebbe voglia di dire, un poco anticipando il contesto per il quale si scrivono queste righe. Porto subito un esempio. Quando furono concordati i prestiti (ragguardevoli e numerosi) che gli Uffizi avrebbero concesso a Palazzo Strozzi per la mostra "Pontormo e Rosso Fiorentino. Divergenti vie della maniera'", fu stabilito che i visitatori della Galleria avrebbero pagato met del biglietto per entrare nelle sale di Strozzi, recuperando cos (e con gl'interessi) quanto avevano perduto nelle stanze del museo: sarebbe bastato presentarsi col biglietto degli Uffizi.
Di quest'opportunit fu data dalla stampa larga divulgazione e ne furono stampati avvisi monumentali su stendardi messi a fasciare il cantiere che prospetta il colonnato sotto cui sostano (sovente a lungo) tutti quelli che attendono d'entrare nel museo. Stendardi tuttora ben evidenti, di cui perfino impossibile non accorgersi. Venerd 27 giugno ho fatto fare due conti: dal 9 marzo (data d'apertura della mostra) sono entrati a Palazzo Strozzi 118.000 visitatori, agli Uffizi ne sono entrati 680.000, di cui soltanto 2.850 si sono presentati alla biglietteria dell'esposizione con in mano il tagliando degli Uffizi per avvalersi di quell'opportunit.

RIPETO: 2.850 su 680.000. Mi sembra che i numeri non lascino campo a dubbi sull'interesse esiguo che il "popolo" dei grandi musei nutre per le mostre. Sar bene tuttavia puntualizzare una nozione che dovrebbe esser chiara da tempo: a distinguere i due "popoli" la disposizione ideologica. Da una parte c' la bramosia d'affollare i luoghi mitici per venerare feticci pi che per educarsi al cospetto di testi poetici che s'esprimono in figura (quali sono, alla fine, i dipinti e le sculture); dall'altra, invece, c' la curiosit intellettuale di conoscere opere e artefici nuovi per far crescere la propria coscienza storica e affinare la sensibilit. Succede per, sempre pi spesso, che il "popolo" dei grandi musei abbia a infervorarsi per un'esposizione. Cpita allorch la mostra di quelle che insistono su artisti dai nomi eclatanti, sulla cui ulteriore popolarit tenacemente s'affanna l'industria culturale, sempre per forza andando a pescare nelle acque stagnanti dei temi abusati o di quelli che cinema e televisione hanno consacrato; fino a farli giustappunto diventar feticci.

un rito che ha luogo quando, per esempio, si corre a riverire "le ragazze che portano gli orecchini di perla". E non ci sarebbe niente di male a mettersi in viaggio per andarle a vedere, se poi davvero si guardassero invece d'utilizzarle solo come modelle da inquadrare insieme al proprio volto, in uno scatto capace d'attestare l'avvenuta partecipazione a una liturgia di massa. Lo stesso non a caso si pu dire per i Botticelli degli Uffizi, accanto ai quali, con l'attuale liberalizzazione delle foto nei musei, un continuo e serrato mettersi in posa d'interi nuclei familiari e di coppie felici d'amanti; con ovvio grave disagio di chi preferirebbe vedere le opere.

Ecco: a una ventina di giorni dalla chiusura della mostra di Palazzo Strozzi, mi piacerebbe pensare che i miei concittadini sappiano profittare della straordinaria concomitante presenza a Firenze di creazioni struggenti del Pontormo e del Rosso (pervenute da ogni parte del mondo); e che lo facciano non gi per un selfie (come dicono le mie giovani figlie), bens per apprezzare gli esiti della mente e del cuore di due artisti fiorentini che cinque secoli or sono toccarono vertici di lirica insuperabili. Sarebbe una delusione bruciante venire domani a sapere che si son persi una cos bella occasione in casa; e magari hanno varcato gli Appennini per andare a rendere omaggio a un orecchino.

Direttore della Galleria degli Uffizi



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