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La bellezza incivile. Beni culturali. Patrimonio e pubblicit: perch il Battistero di Firenze, e gli altri monumenti, non devono essere avvolti in foulard di alta moda
 Adriano Prosperi
4.7.2014 IL MANIFESTO

Beni culturali. Patrimonio e pubblicit: perch il Battistero di Firenze, e gli altri monumenti, non devono essere avvolti in foulard di alta moda


nata e sta avanzando la marea dellItalia incivile, negatrice allegra e incosciente di se stessa: un movimento inarrestabile, vittorioso, acclamato da media plaudenti. Ne cogliamo un segno in un episodio recente accaduto a Firenze, la citt capitale culturale e ormai, anche latamente, politica del paese.

Guardiamo le immagini del Battistero di Firenze, il bel San Giovanni di Dante centro e simbolo della vita cittadina, poco tempo fa avvolto nel luminoso foulard di una firma della moda; e quelle di un ponte chiuso ai cittadini per un pranzo di gala di pochi ricchi e potenti. Non un ponte qualsiasi, ma quello di Santa Trinita, ricostruito con limpegno di tutti e diventato il simbolo di quel ritorno alla vita libera e civile nella citt ferita dalla guerra dove, non per caso, il ponte fu il nome scelto da Piero Calamandrei per la sua rivista: nei pressi, la malinconica mole di una Biblioteca Nazionale, salvata nel novembre del 1966 dal disastro dellalluvione da uno straordinario, indimenticabile movimento collettivo spontaneo di giovani, oggi luogo desueto e impoverito che cerca anchesso di attirare qualche ricco offerente privato per cedergli il diritto duso dei suoi saloni gremiti di libri rari.

Chi difende queste iniziative parla di mecenatismo: non c niente di male si dice se i privati che possono, singoli o societ, offrono danaro fresco a istituzioni e monumenti e citt in cambio delluso temporaneo di luoghi, monumenti e opere chiamati a prestare temporaneamente il richiamo della loro bellezza e celebrit a esigenze di pubblicit. Ora, il legame stretto tra Mecenate e Orazio era percorribile nei due sensi: offerta generosa del potente al poeta per consentirgli di sviluppare la sua creativit, ma anche tributo cortigiano e legittimazione del potere da parte del poeta. Nel tempo, si sono sviluppate sia le premesse cortigiane di un rapporto servile dellartista col potente di turno sia lavvio di un costume di erogazione abituale, non gridata, di ricchezze dai privati alle istituzioni culturali e ai luoghi di studio e di ricerca: pratica regolata e incoraggiata da norme fiscali adeguate nelle moderne e pi avanzate democrazie. Di questo secondo aspetto nel costume italiano si riscontrano solo esili tracce. Avanza invece sempre pi un fenomeno che di mecenatesco ha ben poco: lo sfruttamento della bellezza, quella dei monumenti celebri e dei capolavori darte, come additivo pubblicitario. Ma davanti a episodi come quelli fiorentini bisogner pure che ci si fermi un momento a riflettere, a chiederci che cosa stia succedendo, dove ci porti il movimento in atto.

Una cosa certa: il patrimonio di bellezza che il tesoro immateriale del nostro paese, non mai stato tanto esaltato come in questi nostri tempi. Il fatto che quel tesoro oggi sul mercato, in vendita: quello che stato per anni lauspicio di governi modernizzatori oggi finalmente si dispiega sotto i nostri occhi. Agli inizi, ci furono pulsioni isolate: come quando al centro napoletano di studi sui papiri ercolanesi, luogo di ricerche ardue e di pubblicazioni per definizione riservate a pochissimi lettori, un direttore generale giunto da Roma fece presente che era tempo di smetterla di chiedere soldi allo Stato: si decidessero i ricercatori a portare sul mercato la loro merce.

Oggi lideologia mercatista trionfa. Bisogna chiederci dove ci porter. Un dato evidente: siamo davanti a processi che investono e modificano il nostro rapporto con la citt, cio con una realt nata in Italia e cos fortemente connotata dalla nostra storia da coincidere col senso dellappartenenza alla nazione e con lidea che nel mondo si ha dellessere italiani.
La citt, la piazza, sono realt che parlano italiano nel mondo. Anni fa a Miami, gigantopoli in continua frenetica espansione, fu creato un nuovo quartiere: si irradiava a partire da un centro, uno spazio circolare dominato da alcuni edifici monumentali, centri religiosi e civili. Lo chiamarono con una parola italiana La piazza.

La citt, il cerchio magico con al centro la piazza, attraversato dalla croce delle strade e circondato dallanello delle mura, se la port nel cuore e la raccont in libri ancor oggi di viva e appassionante lettura un esule dallItalia delle leggi razziali, il medievista Roberto Sabatino Lopez. Di recente, stato un finissimo studioso e poeta e narratore, Giancarlo Consonni che ha dedicato alla citt un libro bello e pieno di idee e di riflessioni degne di essere attentamente meditate: La bellezza civile. Splendore e crisi della citt (Maggioli, SantArcangelo di Romagna). In pagine che si leggono come un bilancio estremo, una elencazione testamentaria di beni nel passaggio da uno ad altro padrone, Consonni ripercorre unintera tradizione di studi e di immagini letterarie, da Cattaneo a Marino Berengo, da Elio Vittorini (Le citt del mondo) a Italo Calvino (Le citt invisibili). E analizza modelli di creazioni urbane del passato, come Matera.

Importante soprattutto il punto davvio della storia che ci racconta: una storia che comincia con Giambattista Vico, con le pagine bellissime e sempre suggestive che aprono la Scienza nuova, quelle dove si descrive luscita originaria dellumanit dai boschi e lorigine della citt , inventata per viver sicuri gli uomini daglingiusti violenti. da qui che comincia la vicenda della citt come patrimonio comune dei cittadini e proprio per questo destinata acontinua gara di bellezza e di creativa socialit con tutte le altre formazioni urbane.

Oggi il movimento si rovesciato. Ed singolare il fatto che perfino nel confuso parlare di beni comuni quello che rimasto nellombra sia proprio il tema della citt: come se in quella che Stefano Rodot ha definito la ragionevole follia dei beni comuni, nel fare linventario del furto subto e dei beni da recuperare ci si fosse dimenticati del pi grande di tutti la citt, la sua bellezza, devastata insieme a quella del paesaggio naturale: un processo che ha impoverito lItalia pi di ogni altro paese al mondo, proprio in ragione della ricchezza dei beni posseduti. Il fenomeno in atto, ne siamo tutti spettatori e vittime. La corrente cos forte da sembrare una catastrofe naturale, un evento inspiegabile, misterioso.

Non abbiamo una risposta alla domanda che Giancarlo Consonni si pone: Come si spiega che in questi sessantanni, a fronte di unesasperata estetizzazione per ci che concerne le persone fisiche, proprio la bellezza sia fra le assenze pi vistose nelle trasformazioni che hanno investito i paesaggi e gli insediamenti umani?. Perch un fatto certo: da tempo, non da oggi, la bellezza in caduta rapida sia nelle citt sia nelle campagne. Ne sono prive larchitettura colta e quella minore. E intanto si avviata laggressione alla bellezza prodotta nei secoli, ridotta ormai scrive Consonni a fatto residuale. una corsa verso la disgregazione della convivenza: alla ricchezza degli scambi sociali nella vita civile si va sostituendo la privatizzazione dei simboli fondamentali che nei secoli hanno costituito il fondamento del senso di appartenenza alla citt e dellimpegno responsabile per mantenerla viva.

http://ilmanifesto.info/la-bellezza-incivile/


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