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Giuliano Urbani, tra i fondatori di Forza Italia, guida da un anno uno dei Ministeri che, forse, meno bramava: i Beni e le Attività Culturali
La Stampa 08/07/2002

Ministro Urbani lei occupa questo posto da un anno. Qual è il suo bilancio?

«Premetto una cosa, che si sa: io non ambivo a questo Ministero. Nei disegni della coalizione di centrodestra avrei docuto occuparmi della Rai, poi si sa, la politica ha i suoi giochi, e io sono stato eletto in Parlamento, cambiando lavoro e destinazione. A quel punto sia il presidente del Consiglio che il presidente della Repubblica mi hanno chiesto di accettare questo Ministero, e non ho potuto rifiutare. Subito ho capito che o rivoluzionavo la struttura oppure non sarebbe servito restare qui. E' ciò che sto facendo. Il bilancio d'un anno, dunque, non può che partire dagli sforzi continui per modificare una situazione che ho trovato assai disastrata».

Che significa rivoluzionare la struttura del Ministero? Come sta procedendo?

«Significa far esplodere le risorse. Bisogna pensare che noi abbiamo un potenziale diverso da tutti gli altri paesi. L´Italia possiede una quantità di Beni culturali e ambientali irripetibile in tutto il mondo. Ebbene, li abbiamo 4-5 volte sottostimati, esiste un'asimmetria assoluta fra tutela e valorizzazione. A questo mi sono dedicato. Ai Beni Culturali in Italia sono destinati solo lo 0,17-0,18 per cento del Pil (prodotto interno lordo), compreso il settore dello spettacolo. Il resto d´Europa è, in media, all'1 per cento circa. Somme insufficienti per un tale patrimonio: 3000 musei, di cui 260 statali, 2500 siti archeologici, 4000 castelli, 90 mila edifici vincolati, circa 95 mila chiese, 300 santuari con capolavori, e preziosi centri storici pari quasi ad altrettanti Comuni italiani, inoltre biblioteche, archivi... Il tutto non concentrato in grandi città, bensì distribuito sull'intero territorio. Un patrimonio che è la nostra storia e la nostra identità, per questo tutelarlo e valorizzarlo diventa un fatto strategico per il Paese, per coniugare ambiente e turismo con la cultura, l'educazione all'arte con l'universo della comunicazione globale. Abbiamo poche risorse finanziarie, e se non esiste valorizzazione, la tutela è impossibile».

Che Ministero ha trovato?

«Le strutture portanti di tutti i settori erano scricchiolanti, ho speso molto tempo a investire nel futuro, lavorando per rendere le strutture in grado di offrire risultati positivi e conservarli nel tempo. Poi ho fatto dei confronti: sono andato a vedere le risorse che i francesi hanno investito nei Beni Culturali nel 2001. Insomma ho fatto il Pierino, ed ho scoperto che Parigi rispetto a Roma sale dallo 0,18 all'1 per cento del Pil. Dunque ho cominciato a discutere con Tremonti per risolvere una situazione quasi tragica».

Quali le ricette per migliorare il patrimonio culturale italiano?

«Bisogna cominciare dai servizi, dalla gestione, dal modo di impiegare le persone. Voglio valorizzare le risorse umane innanzitutto. Non assegno compiti impropri ai soprintendenti, la gestione economica è cosa complessa e deve essere differita ad altri più competenti, bisogna conservare e valorizzare tutto, la legge lo impone. Intendo promuovere la massima libertà di espressione artistica e culturale. In uno slogan più libertà e più opportunità. Ritengo che tutte le forme di espressione artistica e culturale debbano essere messe in condizione di esprimersi e farsi conoscere al meglio. La rifondazione che intendo è su basi solide e accettabili dal diritto. Il Bello è materia soggettiva e discrezionale, non possiamo votare il Bello, dobbiamo stabilire e affinare i meccanismi di chi lo decide. Il soprintendente deve avere la possibilità di dire sì o no. Insomma voglio migliorare il ricorso alle competenze, introducendo un meccanismo quasi da magistratura. Un esempio: poco tempo fa qualcuno chiese di "affittare" un'importante zona archeologica a Roma, sopra la Domus Aurea, per una festa, con la benedizione d'una storica dell'arte. Il Soprintendente Adriano La Regina rifiutò, io gli diedi ragione perché lui conosce bene Roma».

Belle parole e ottimi propositi, ma come la mettiamo con l'eccesso di richiesta della presenza di privati?

«L'apporto privato è indispensabile oggi per la carenza di fondi statali, e non si può stravolgere il bilancio della Stato con l'attuale congiuntura economica. Ciò significa favorire le erogazioni liberali, sostenere le imprese che investono nell´arte, dare una gestione più efficiente e manageriale ai musei. Anche qui ci vogliono Soprintendenti di alta classe per fermare o controbilanciare i privati. Dobbiamo rafforzare la carriera dei Soprintendenti - molti dei grandi sono scomparsi - costruire la logica della decisione autonoma, un sistema per migliorare la preparazione e conferire maggiori poteri».

Sono previsti ampliamenti e la nascita di nuovi Musei nei prossimi anni. Quali?

«Si. Il Nuovo Vittoriano è da poco inaugurato, poi ci saranno i Nuovi Uffizi, la Grande Brera, la Nuova Pompei, le Gallerie Veneziane, il parco archeologico di Selinunte, il Museo della Comunicazione e dell'Audiovisivo, quello dello Sport, delle Forze armate, della Moda a Milano, delle Navi antiche a Pisa, dell'Olocausto a Ferrara, la Reggia di Venaria, il nuovo Egizio a Torino, la Villa Reale di Monza, l'acquisto della Collezione Torlonia, il Centro Nazionale per le Arti Contemporanee e la Nuova Quadriennale a Milano».


E il sempre ventilato Museo del Design e dell´Architettura di Milano?

«Ci sono due scuole di pensiero a Milano: una chiede un nuovo Museo, l´altra propone l'utilizzo del Palazzo della Triennale. Io propendo per la seconda. Il presidente Augusto Morello ha già approntato un progetto per realizzare quel Museo alla Triennale. Ora è allo studio».

Come valuta la gestione che l´ha preceduta?

«Questo Ministero nacque male dall'inizio, con Spadolini, senza portafolio. Già allora c´erano evidenti contraddizioni, poi ci furono ministri in passato che non misero mai piede qui al Ministero. I miei predecessori recenti hanno lasciato una situazione difficile, cose buone - come i ricavi del Lotto per alcuni restauri - poi è stato fatto parecchio per diminuire i danni e i rischi del degrado».

I restauri, altra nota dolente. L´Italia ha i maggiori restauratori al mondo, tuttavia sono scarse le scuole di restauro, difficile per i giovani accedervi, e non esistendo un albo dei restauratori, chiunque potrebbe improvvisarsi restauratore e portarsi a casa - per lavorare - un Piero della Francesco dai Musei. Che cosa ne pensa?

«Abbiamo buone leggi di tutela, grandi eccellenze nella scuole di restauro. E' chiaro che le scuole vanno aumentate e migliorate, sto consultando i migliori restauratori italiani a questo proposito, affinchè si possano formare i Cesare Brandi o i Giovanni Urbani, che hanno creato o affermato l'Istituto Centrale del Restauro di Roma. Comunque i restauratori vanno inquadrati in una specifica categoria, perché il loro apporto è fondamentale».

E per quanto riguarda l'architettura e le nostre città?

«Stiamo facendo un grande sforzo, è in preparazione una legge a tutela della qualità architettonica delle nostre città. In passato abbiamo avuto Brunelleschi, l'Alberti, Michelangelo, Bernini, Borromini, oggi vantiamo importanti architetti che lavorano in tutto il mondo. Il problema è l'edificazione dei nuovi quartieri periferici, creati senza criteri architettonici, con disordine ambientale e bassa qualità di vita. In Europa esistono già leggi di tutela delle città, come in Francia la Barre-Giscard d'Estaing del '77 che considera l'architettura estensione della cultura. Lo spirito della legge in preparazione (c´è anche una commissione europea che sta elaborando una direttiva), prossima alla stesura finale che impegna tutti noi, è valorizzare la qualità architettonica rispetto all'attuale prevalenza, nei progetti pubblici, del criterio dei costi minori. Faremo presto una conferenza internazioanle per la qualità dell'architettura urbana, e per accogliere le migliori idee e fare più belle le nostre città. Entro ottobre presenteremo un disegno di legge governativo che si basa su una direttiva europea. Inoltre ci occuperemo di un aspetto importante: l'illuminazione di monumenti, città, centri storici, siamo in ritardo rispetto agli altri paesi perché il problema è sottovalutato dalle varie amministrazioni, mentre è un fatto centrale per la sicurezza, la vivibilità, la promozione turistica».

Che cosa sta succedendo alla Biennale di Venezia?

«L'ho trovata in condizioni malinconiche, una Fondazione senza fondi: bisogna rifare la legge, creare un Fondazione vera e propria con basi solide. Capitolo importante è la capitalizzazione. Con Bernabè, un vero manager, ci proveremo. Il Ministero ha l'obbligo di esaminare e approvare il bilancio e valutare la programmazione. La Biennale deve ritrovare il grande prestigio internazionale e garantire la pluralità delle espressioni culturali e dei linguaggi artistici».

E per il Cinema che cosa prevede?

«Intendo garantire maggior pluralismo e maggiori risorse finanziarie attraverso un incentivo per chi investe nei film. Ereditiamo un grande passato, ma anche un sistema di intervento pubblico basato sull´assistenzialismo che sovente stimola non i buoni film, bensì la caccia al finanziamento pubblico. In attesa delle riforme, per alcuni limitati film vi sarà ancora copertura totale dello Stato, per altri un 50 per cento. E´ poi indispensabile che le tv sappiano investire con intelligenza nel cinema. Vorrei rilanciare l'antica tradizione italiana che si è un poco persa: quella dei buoni sceneggiatori per i quali si studieranno misure di formazione e aiuti. Comunque anche nel cinema vogliamo creare le condizioni di mercato e i servizi affinchè tutte le forme di espressione cinematografica possano realizzarsi. Sono pure previste nuove regole per il finanziamento della musica, della danza, del teatro, vogliamo valorizzare al massimo il teatro italiano all'estero e potenziare i teatri».

Cos´altro ha in mente?

«La promozione della lettura, una maggior diffusione fra gli italiani, oltre la gestione e la digitalizzazione del patrimonio librario. Questo avverrà con un disegno di legge che prevede sostegni alle piccole case editrice e attività innovative nel settore editoriale. Poi ho in mente iniziative che promuovano la lettura sul territorio e favoriscano l'apertura di librerie in aree che ne siano sprovviste, evitando la scomparsa di quelle storiche. Per tutti questi progammi abbiamo 4 anni davanti».

Vorrebbe indicare un itinerario turistico culturale italiano ideale?

«Assolutamente no, non voglio mai privilegiare personalmente una scelta rispetto a un'altra così come tendo a non presenziare a una mostra piuttosto che a un'altra. Ho appena parlato con il Touring Club, con il suo presidente Ruozi per preparare delle guide di itinerari precisi, con l'aiuto delle Regioni, come cercano talvolta gli stranieri: il Barocco in Italia, il Romanico e così via, percorsi di città come Cremona o Mantova con veri gioielli di monumenti, o i teatri greci in Italia, insomma guide precise con argomenti scelti e determinati»



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