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Giovanna Barni: Non solo manager nei musei
Il Giornale dell'Arte, 3-10-2014


La presidente di Coopculture spiega perch il valore sociale e culturale di unistituzione non solo una questione quantitativa
Giovanna Barni, presidente di Coopcultura

Roma. Lo scorso 24 settembre, nell'articolo apparso sul Corriere della sera a firma di Paolo Conti Pi visitatori e grandi incassi se il museo guidato da manager, Roberto Grossi, Presidente di Federculture, analizzando i dati di alcune importanti realt museali o espositive del nostro Paese, evidenziava come, laddove ci sono Fondazioni autonome guidate da figure manageriali, si registra incremento di visitatori e quindi di incassi.
Gli esempi portati, per quanto concerne i dati dei visitatori nel periodo gennaio-agosto 2014, sono quelli della Gam di Torino, in qualit di museo della Fondazione Torino Musei, del Madre di Napoli, gestito dal 2004 dalla Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee, e poi Palazzo Ducale e Museo Correr a Venezia, istituzioni della Fondazione Musei Civici Veneziani. Ma anche le Scuderie del Quirinale a Roma, gestite dalla Societ speciale Palaexpo (fornite quindi di notevole agilit amministrativa) portano numeri in rialzo, come il Macro, che, diretto ad interim da Alberta Campitelli, parte del circuito di Ztema, societ partecipata al 100% dal Comune di Roma, ma operativamente e amministrativamente autonoma.
Ora, mentre il ministro Franceschini annuncia larrivo di 20 manager a capo di altrettanti musei di rilevanza nazionale, esperti del settore ragionano sulleffettivo valore di una cultura della managerialit non attenta alla cultura come organismo.
Ospitiamo in questo contesto la testimonianza di Giovanna Barni, presidente di CoopCulture, la principale cooperativa operante nel settore dei Beni culturali in Italia che, oltre a gestire molti rilevanti musei, aree archeologiche e luoghi d'arte, attualmente impegnata nella realizzazione di sistemi di rete territoriali e intersettoriali anche mediante l'impiego di tecnologie dedicate.

Vorremmo prendere spunto dalle osservazioni riportate dallarticolo del "Corriere della sera", corrette e suffragate da numeri, ma non sempre applicabili, per provare ad avviarne una di portata pi ampia, non strettamente legata a una visione economicistica.
Nelle analisi sul settore le chiavi di lettura sono troppo ristrette a visioni in parte superate: rispetto alle performance si guarda ancora esclusivamente alla quantit (numero di mostre, numero di eventi, numero di visitatori ecc.); rispetto all'occupazione la visione ristretta alle professioni "tradizionali" o a misure spot per inserire i giovani in funzioni, come quelle di accoglienza e assistenza al pubblico, che ormai le imprese specializzate di servizi culturali sono in grado di offrire con livelli qualitativi molto pi alti; rispetto all'indotto si guarda al massimo alle ricadute sui flussi turistici.
evidente che si tratta di parametri che non solo non corrispondono pi alla complessit del settore, ma che soprattutto non rispondono alla nuova coscienza sociale che si andata diffondendo.
L'interesse degli operatori, ma anche e soprattutto quello dei governanti, dovrebbe essere "contare" non solo incassi e visitatori ma anche le cosiddette esternalit positive che generano una valorizzazione "ampliata": le attivit e l'indotto per il territorio, i progetti di inclusione sociale, i risultati in termini di audience development, il contributo al miglioramento dell'immagine dell'Italia all'estero, la creazione di occupazione qualificata non solo in relazione al management ma anche rispetto a figure professionali altamente specialistiche seppure innovative (ad esempio mediatori culturali, esperti di multimedialit), l'attivazione di politiche per le donne, la costruzione di sistemi di rete in grado di valorizzare il patrimonio diffuso. Tutto quanto in sintesi creazione di valore condiviso e un nuovo parametro su cui costruire un modello di sostenibilit.
Questo quanto vorremmo provare a condividere.
Oltre 20 anni di esperienza sul campo ci consentono oggi di poter affermare che quello che occorre valutare il contributo complessivo che una corretta collaborazione tra pubblico e impresa culturale pu dare al "sistema culturale" affinch questo sia davvero sostenibile e moltiplicatore di sviluppo. Secondo quella che Jacques Attali definisce "economia della restituzione" occorre che la sostenibilit sia un principio ispiratore dell'agire e non solo un risultato da misurare in termini di performance economiche. Questo, lungi dall'escludere il profitto, porrebbe le basi per renderlo durevole.
Ci pare peraltro che questo tipo di visione trovi nella cooperazione culturale il principale strumento di attuazione. L'impresa cooperativa consente di creare sinergie tra le diverse filiere, di creare economie di rete, di coinvolgere la cittadinanza, di trovare nei soci dei fruitori e non solo dei produttori di cultura, di creare, in sintesi, sistema d'eccellenze che superi l'attuale assetto fatto piuttosto da isole eccellenti.
Riteniamo infine che per avere un nuovo assetto non si deve cercare il modello vincente, quanto piuttosto una forma stabile di collaborazione tra le istituzioni del territorio per una governance ad ampia scala che abbia funzione di programmazione, coordinamento e controllo rispetto alle gestioni e attivit culturali che, proprio in virt del nostro patrimonio diffuso e variegato, auspichiamo quanto pi numerose e plurali possibili.
di Guglielmo Gigliotti , edizione online, 3 ottobre 2014



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