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UN PATRIMONIO DA PROTEGGERE Siti a rischio nel pianeta
Roland-Pierre Paringaux
LE MONDE diplomatique - Novembre 2002



Nel 1972 l'Unesco ha adottato la Convenzione sulla tutela del patrimonio mondiale, culturale e naturale, ratificata a tutt'oggi da 173 stati.

In questi anni, c'è stata un'evoluzione del concetto di patrimonio: inizialmente limitato ai monumenti e ai capolavori architettonici di proprietà dello stato, e alle riserve naturali vergini, si estende ormai dai centri storici delle città al patrimonio industriale, passando per i paesaggi culturali e vaste riserve di biodiversità, ivi compresi alcuni siti sottomarini.
La maggioranza dei circa 730 siti iscritti nel grande registro del Patrimonio mondiale, che appartengono simbolicamente all'umanità intera, sono tutto sommato abbastanza ben tutelati. Ma altri, e non certo i meno importanti - si pensi ai templi di Angkor in Cambogia, alle isole Galapagos in Ecuador, alla valle di Katmandu in Nepal, al parco di Yellowstone negli Stati uniti, ai siti archeologici del Perù, e altri ancora meno famosi - sono a rischio, in misura diversa.

Tra inquinamento, saccheggi, atti di guerra, bracconaggio e flussi turistici eccessivi, alcuni sono vittime della povertà e della violenza, altri del degrado ambientale; e, in misura ancora maggiore, di una scarsa conoscenza del patrimonio e della carenza di mezzi per farlo rispettare. La presa di coscienza è resa ancora più difficile dal fatto che alcune politiche che incidono sul patrimonio e l'ambiente (per esempio quella delle grandi dighe) sono portate avanti all'insegna dello sviluppo. E così, nonostante gli impegni degli stati e gli sforzi del Centro del patrimonio mondiale dell'Unesco, ogni continente ha i suoi siti «a rischio». Ufficialmente, questi siti «a rischio» sono una ventina. Ma sappiamo tutti che, per effetto di manovre politiche, altri siti, altrettanto a rischio, non figurano sulla lista.
La peggiore minaccia, inutile dirlo, è la guerra. Tanto è vero che l'idea di un'azione internazionale per la tutela del patrimonio aveva cominciato a farsi strada proprio dopo la fine della prima guerra mondiale. Da allora, i conflitti devastanti e i loro «danni collaterali» sul patrimonio o altrove non sono certo mancati. Ancora ieri, nella tormenta dei Balcani, le «vittime» erano la città di Dubrovnik e il ponte di Mostar, due veri gioielli. Qualche anno prima, la guerra civile e i saccheggi incombevano come una spada di Damocle sul complesso monumentale di Angkor in Cambogia. Adesso che la situazione è migliorata, i templi devono affrontare l'assalto del turismo di massa.
Conflitti tra comunità e intolleranza religiosa a volte aggravano ulteriormente la situazione e mettono a repentaglio certi siti e monumenti di grande valore simbolico. L'esempio più recente: i Buddha giganti di Bamiyan (che l'Unesco stava pensando di catalogare come patrimonio dell'umanità) sono stati fatti saltare con la dinamite dai taliban in nome di una concezione quanto mai intransigente dell'islam.
In Afghanistan è stato devastato tutto il patrimonio nazionale, un'intera cultura è stata saccheggiata, come era già successo, prima del regno dei taliban, al museo di Kabul. Dall'intervento sovietico alla guerra civile, dalla guerra santa e a quella americana, la furia devastatrice dei nemici, il fuoco dei cannoni e l'apocalisse dei B-52 si sono curati ben poco del patrimonio culturale.
Nella sua avanzata cieca, il turismo di massa minaccia di porre a rischio siti che sono molto spesso i più redditizi: l'Acropoli di Atene, la laguna di Venezia o ancora l'antica Petra in Giordania; le piramidi d'Egitto, il Gran Canyon del Colorado, la grande muraglia cinese, i siti archeologici del Messico, e persino il vecchio villaggio cinese di Lijiang, ancora ieri sperduto ai piedi dell'Himalaya, e oggi preso d'assalto dai turisti e dall'andirivieni continuo degli aerei. Qua e là qualcuno interviene, ma molti non hanno né i mezzi né la volontà di andare contro-corrente rispetto al turismo sacro e inviolabile. Una misura drastica come quella che mira a proteggere Mont-Saint-Michel, minacciato dalla marea di turisti e di parcheggi per automobili, tagliando la strada di collegamento con la terraferma e restituendogli il suo carattere insulare, costituisce un'eccezione, non la regola.
Sono anche fortemente minacciati i siti del patrimonio naturale.
Con molti milioni di visitatori all'anno, il parco di Yellowstone negli Usa si è trovato, in questi ultimi tempi, al limite della saturazione.
La situazione è particolarmente preoccupante in tre parchi dell'Africa orientale che hanno il pregio di offrire vasti spazi, una fauna senza pari e gruppi etnici particolarmente fotogenici. Il primo caso riguarda il grande cratere vulcanico di Ngorongoro in Tanzania, dove vive la più grande concentrazione mondiale di animali «allo stato brado».
Un recente rapporto dell'Unione internazionale per la conservazione della natura (Uicn) indica che alcune specie animali, in particolare le gazzelle e gli gnu, sono diminuite del 25%, passando da 25.000 a 19.000 unità. Nello stesso arco di tempo, all'interno del cratere, sono notevolmente aumentate le attività umane. D'estate, capita persino che vi siano decine di veicoli turistici, con veri e propri ingorghi.
In prossimità del sito, l'aumento della popolazione impegnata in attività agricole e turistiche spinge i Masai, i cui pascoli si sono ristretti col passare degli anni, a coltivare la terra fino alle pendici del cratere vulcanico. Tutto questo provoca squilibri, riduce gli spazi lasciati agli animali e trasforma lo stile di vita dei pastori nomadi.
Sempre in Tanzania, a ovest di Ngorongoro, si trova il parco del Serengeti, famoso per la migrazione con cui ogni anno una moltitudine di zebre e di gnu traversano il fiume Mara gonfio di pioggia. Questa migrazione si vede ora minacciata da un progetto di dighe per centrali idroelettriche che provocherebbe l'inversione del corso del fiume a monte, in territorio kenyota, lasciando a secco anche i suoi affluenti, con la conseguenza di sconvolgere l'ecosistema del parco e di mettere a rischio la vita della sua fauna. D'altronde il governo kenyota ha annunciato, nel 2001, che aboliva la qualifica di siti protetti delle foreste in prossimità della riserva naturale del monte Kenya, terzo sito del patrimonio mondiale in pericolo in questa triste vicenda.
Si intendono abbattere 170.000 acri di foreste, quando la copertura boschiva del Kenya non supera il 10% del territorio. Sono quindi comprensibili i timori dell'Unesco che il sito venga danneggiato da tutti questi sviluppi.
Da parte sua, il parco nazionale delle isole Galapagos in Ecuador è vittima di un'offensiva dell'industria locale della pesca, scagliatasi contro una legge che rafforza la protezione della riserva marina e impone limiti alla pesca. Si tratta in particolare di limitare il massacro di squali, trichechi e foche, molto apprezzati dai cinesi per alcuni loro organi, ritenuti afrodisiaci. Ma il governo di Quito non dispone certo dei mezzi per controllare una zona di 133.000 chilometri quadrati.
In Russia, l'immenso lago Baikal (23.000 km quadrati) concentra una serie di mali che minacciano la sua stessa integrità: forte inquinamento, accumulo di sostanze tossiche, rigetto di acque sporche, ma anche proliferazione di centri turistici in settori ecologicamente delicati, abbattimento illegale delle foreste, senza dimenticare il bracconaggio.
Secondo alcuni scienziati, la popolazione delle foche, stimata ad oltre 100.000 unità nel 1994, si sarebbe già ridotta della metà.
A questo si aggiungono nuove minacce: il governo ha autorizzato perforazioni petrolifere all'interno del sito per un periodo di 25 anni. Una situazione ancora più inquietante, dato che le condizioni di salute del lago, palesemente, non rappresentano una priorità per le autorità. Votata nel 1999, la legge federale sul lago Baikal non è ancora stata completata dai decreti che la renderebbero operativa; la Commissione intergovernativa del lago Baikal è stata abolita nel 2000; infine, nonostante le sue reiterate richieste, il Centro del patrimonio mondiale ha registrato scarsi progressi. Ne consegue la discussione in corso per iscrivere il lago Baikal nell'elenco dei siti «a rischio».
Certi siti del patrimonio mondiale devono far fronte a pericoli ben definiti. Un esempio tipico sono le risaie a terrazze dell'isola di Luzon nelle Filippine. Lavorate dagli uomini nel corso dei secoli, adesso sono sempre più lasciate in abbandono dalle minoranze etniche che vivono sull'isola, in seguito all'evoluzione dei modi di produzione.
In Perù, il sito archeologico di Chan Chan è minacciato dalle variazioni climatiche legate a El Niño. Altrove, una scelta infelice di progetti edilizi rovina il sito o deturpa la prospettiva. È il caso dell'Acropoli di Atene, del centro storico di Vienna, o ancora di Potala, il palazzo del Dalai Lama a Lhasa, in Tibet.
Certi casi, come quello di Luang Prabang, sono al limite dell'assurdo.
In questa antica capitale reale del Laos, sulle rive del Mekong, il Centro del patrimonio mondiale dell'Unesco, con l'aiuto della città storica di Chinon, dell'Unione europea e dell'Agenzia francese di sviluppo (Afd), ha lanciato, diversi anni or sono, un'operazione ritenuta esemplare per salvaguardare il sito storico e il suo ambiente naturale. Ma adesso, tutto questo lavoro e il sito stesso sono minacciati da un progetto di costruzione della Banca asiatica di sviluppo, che a quanto pare non ha tenuto conto del valore dell'antica capitale per il patrimonio mondiale. In molti casi, gli interventi del Comitato del patrimonio mondiale sono tutt'altro che facili. Infatti, anche se dispone di piena libertà per iscrivere i siti sulla lista del patrimonio, il Comitato non può costringere uno stato sovrano a prendere le misure del caso, né a maggior ragione può intervenire sul campo senza l'accordo dello stato stesso. Alcuni stati addirittura insistono affinché l'iscrizione sull'elenco dei siti «a rischio» ottenga il consenso preliminare dello stato direttamente interessato! Detto questo, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, i documenti trasmessi da associazioni o da singoli cittadini per segnalare gli attacchi al patrimonio arrivano ormai direttamente sui computer dei governi e su quelli dell'Unesco, che difficilmente potrebbero ignorarli.
Questa vigilanza costante, abbinata alla forza della Convenzione del 1972 e ai pregi del dialogo, ha permesso, in questi ultimi anni, di bocciare o di bloccare progetti potenzialmente minacciosi per alcuni luoghi prestigiosi del patrimonio mondiale. È il caso di un progetto di fabbrica previsto proprio a breve distanza dal santuario di Apollo a Delfi, in Grecia; a quello di una bretella autostradale sull'altopiano di Ghiza, praticamente a contatto delle piramidi d'Egitto, o ancora della costruzione di un complesso immobiliare di enormi dimensioni in prossimità del palazzo di Sans-Souci a Potsdam, in Germania. In tempi ancora più recenti, nonostante la guerra civile, il governo dello Sri Lanka ha abbandonato un progetto di ampliamento dell'aeroporto militare che si trova in prossimità dell'antico sito di Sigiriya. In Romania è andato incontro alla stessa sorte un progetto di «parco Dracula» a poca distanza del centro storico di Sighisoara, in Transilvania.
Per la comunità internazionale, è una grande sfida riuscire a tutelare il patrimonio senza uccidere la gallina dalle uova d'oro del turismo, e tramandarlo alle generazioni future. In questa prospettiva, la campagna dell'Unesco (1) iniziata in ottobre mira a porre ognuna delle parti in causa di fronte alle proprie responsabilità.



note:

* Giornalista.

(1) La campagna «Partenariato per il patrimonio mondiale» si prefigge l'obiettivo di favorire la cooperazione dell'Unesco con le istituzioni finanziarie, le agenzie di sviluppo, il settore privato e le università, per la tutela, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio mondiale. (Traduzione di R.I.)



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