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VENEZIA - Il turismo per Settis e Stella sperando in un futuro da Elfi
12 dicembre 2014 LA NUOVA VENEZIA

Qualche sera fa alla presentazione del libro "Se Venezia muore" di Salvatore Settis. La sala dell'Istituto Veneto di scienze, lettere e arti in Palazzo Franchetti gremitissima di folla, cos attenta e motivata come accadeva in stagioni politiche e culturali ormai lontane. Chi ricorda i dibattiti a Ca' Giustinian organizzati da chi sarebbe andato a governare la citt solo dalla met degli anni Settanta in poi?
Anche allora si discuteva appassionatamente dei "problemi di Venezia", per esempio del futuro di Porto Marghera (immaginando nuove zone industriali), della crisi del Porto e delle lotte dei portuali, dei veleni mortali dentro e fuori le fabbriche, della Biennale da dimenticare o da rifondare, del canale dei Petroli, delle petroliere da estromettere dalla laguna, e se ci fossero ancora delle speranze di rinascita per l'Arsenale o per la Giudecca. E c'era gi, per fortuna, Italia Nostra, cui si aggiunse, dopo il 1966, con imprese indimenticabili per la salvezza di Venezia, anche l'Unesco. Dunque, il libro di Settis affronta un tema universale, la possibilissima fine di una secolare idea di citt, e lo fa riflettendo con estrema preoccupazione sulla Venezia di oggi, sulla sua bellezza minacciata (dove per bellezza s'intende il tutto di una civilt), sul suo essere pertanto simbolo della citt in quanto "forma ideale e tipica delle comunit umane". Questo giornale documenta ogni giorno e in vari modi i pericoli mortali che mettono a rischio le virt veneziane indicate da Settis quali valori imperdibili, i veri confini da non smantellare, se si vuole pensare "Venezia come un paradigma della citt storica". E per pensare Venezia bisogna preservarne la comunit umana col pretendere il diritto al lavoro, ma soprattutto, per dirla sempre con Settis, col difendere in ogni modo il diritto alla citt.

Un diritto che ha pi di un nemico purtroppo, a iniziare dal turismo e dalla sua, almeno in parte, pestifera galassia che estende su Venezia un indotto per pi versi micidiale. Gi nelle primissime pagine del libro appare una domanda inquietante: Quale mai la peste che va sterminando il popolo di Venezia?. Sia chiaro, il saggio di Settis attraversa in modo magistrale la complessit veneziana. Ma al centro di ci che provoca la nostra ansia (appunto, se Venezia muore) c' sempre quella peste, il turismo. In moltissimi pensano invece al turismo come al bene supremo e per sempre: una sorta di elisir di lunga vita per Venezia e per l'Italia.

Scrive Settis: La colpevole insistenza sul turismo come ragione ultima delle cure dovute al patrimonio culturale e al paesaggio trascura infatti il solo punto essenziale: quel patrimonio e quel paesaggio non sono dei turisti, sono dei cittadini.

Con tutto ci che ne consegue, aggiungiamo noi. Tra i presentatori dell'altra sera c'era anche Gian Antonio Stella, giornalista e scrittore che pi noto e stimato non si potrebbe. E cos, per pura coincidenza, accade che, esattamente il giorno dopo la serata contro la peste turismo che uccide Venezia, Stella scriva per il suo giornale, di cui firma autorevole, l'articolo di fondo, per intero dedicato al turismo, un tesoro di cui l'Italia non si avvantaggia, perch non ha piena consapevolezza di quanto il tema sia vitale per il nostro presente e il nostro futuro.

L'articolo prende spunto da pubblicazioni e classifiche internazionali che puntualmente vedono il continuo arretrare dell'Italia nella contesa turistica mondiale, e se andiamo male nel turismo la colpa, giustamente osserva Stella, dobbiamo addebitarla a un "insieme" di tante cose che proprio non vanno nel nostro Paese. A cominciare, dicono quelle pubblicazioni, dalla cattiva gestione della politica e da tutto il resto che ben conosciamo e di cui Stella ci narra da anni. Non so se credere a quelle classifiche, anche perch ci sono tanti modi e criteri e interessi messi in campo da coloro che studiano e "vivono" di turismo.Quello che so che ancora pi turismo-ma turismo non andrebbe pi chiamato n a Venezia, n a Parigi o a Londra o a Firenze-vorrebbe dire veder realizzato l'incubo di una Venezia non pi citt, perch gi sconvolta da pi 34 milioni di presenze ogni anno. Preferisco stare dalla parte di una Venezia citt per pensare, una Venezia in cui a prevalere sia il modello islandese, che si imposto al governo di Reykjavik pretendendo di verificare, prima di costruire un'autostrada, se questa fosse stata di disturbo agli elfi, da sempre in quei territori. Non ci resta che augurarci che qualcuno (a Palazzo Chigi? A Ca' Farsetti?) consideri i veneziani come degli elfi, n pi n meno.



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