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NAPOLI-Mostra d’Oltremare, era la nostra Triennale: ora che fine ha fatto?
Sergio Lambiase
Corriere del Mezzogiorno, 06/02/2015

Fu inaugurata dal re nel ‘40, un mese prima della Guerra, ma non ha mai goduto di un progetto serio di destinazione: è ancora in cerca di un destino all’altezza della sua importanza urbanistica, architettonica, culturale

La Mostra d’Oltremare ha sempre viaggiato con il freno tirato, come tante cose di Napoli. È zeppa di iniziative, ma occasionali, oggi sì e domani no, qualche volta eccellenti o affollate di pubblico, altre volte raffazzonate, e senza un’idea generale che dia splendore e senso di continuità a una incredibile città nella città che in qualsiasi metropoli d’Europa sarebbe tra i più preziosi gioielli di famiglia. La Mostra, col nome di Triennale d’Oltremare, fu inaugurata nel 1940, a ridosso dell’entrata in guerra dell’Italia. Doveva celebrare le nostre glorie coloniali e allo stesso tempo aprirsi allo sguardo incantato dei napoletani, con una vertiginosa esposizione etnografica tra palmeti, villaggi etiopici, porticati arabi, caravanserragli, esedre con fontane zampillanti. Per edificarla furono convocati alcuni tra i migliori architetti italiani dell’epoca, mentre tutto il quartiere di Fuorigrotta cambiava volto mutandosi da desolato aggregato di case fatiscenti in un moderno quartiere dove arrivò anche la funivia del Parco della Rimembranza.
Venne addirittura Vittorio Emanuele III a inaugurarla, il 9 maggio del 1940, un mese prima dell’entrata in guerra dell’Italia. Napoli ne fu orgogliosa, dimenticando per un poco che il conflitto era nell’aria e già da qualche tempo si facevano esercitazioni nelle scuole per indossare in modo corretto la maschera antigas. La Mostra offriva uno straordinario assortimento di edifici che coniugavano suggestioni fasciste ad eleganti geometrie razionaliste, il tutto immerso in un esotismo, seppure di maniera, suggerito dai nostri trionfi imperiali in terre lontane, ma anche da un inestinguibile e italianissimo “mal d’Africa”. Poi vennero i bombardamenti, la sconfitta e l’arrivo degli americani, dopo l’infausta occupazione nazista, allora la Mostra, o ciò che restava della Mostra si trasformò in ospedale da campo, in astanteria, in tendopoli, in lazzaretto per le truppe alleate.
Arrivò la miseria del dopoguerra e poi il periodo difficile della ricostruzione. Solo negli anni Cinquanta la Mostra cercò di rialzare la testa. Molti edifici erano in rovina e l’idea imperiale che ne aveva sollecitato la realizzazione era morta e sepolta. Che fare di una così articolata idea progettuale? Che fare dell’esedra maiolicata, dei padiglioni, dell’Arena Flegrea, dei conturbanti palmeti? Si abbozzarono delle soluzioni, qualcosa si fece, ma molto cose restò inadempiuto o cadente, un po’ come lo avevano lasciato gli americani.
Napoli non ha mai veramente tempo per se stessa. Ciò che nasce o rinasce è sempre frutto di improvvisazione, mancanza di respiro, disattenzione al bello, mediocre compromesso con la politica. Negli anni Ottanta, anche il post-terremoto imbrigliò la possibilità di rilanciare decentemente l’antica Triennale, giacché furono ospitati nel suo perimetro i container di chi aveva avuto la casa ferita dalla scossa sismica.
Da tre decenni la Mostra è in cerca di un destino all’altezza della sua importanza urbanistica, architettonica, culturale. Il problema è che la grande area espositiva che si estende dai confini di Bagnoli a Piazzale Tecchio soffre della malattia di cui soffre tutta la città, a cominciare dal distretto Fuorigrotta-Bagnoli, ovvero l’inerzia, con l’incapacità di rimodellare il proprio destino, per grave insolvenza - di volta in volta - della politica, della burocrazia, delle amministrazioni che governano o hanno governato Napoli dal dopoguerra ad oggi, con qualche raro momento di orgoglio municipale.
La Mostra, in attesa di tempi migliori, è in condizioni di stallo, così come lo è l’area dell’ex Italsider, o i magnifici edifici della Nato sempre a Bagnoli, o Edenlandia, o la bretella ferroviaria di Monte Sant’Angelo, o la linea 6 del metrò, o lo Sferisterio ridotto a uno scheletro dopo l’incendio della notte di San Silvestro del 1986. Insomma una città e un quartiere incapaci di imboccare il futuro o di riscattarsi dalla sua “mediocrità”, anche se tutto il mondo (o quasi) si muove a velocità vertiginosa.



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