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Scoperta la gang dei tombaroli falsari, 16 denunce dei carabinieri
di VALERIA FERRANTE
23 febbraio 2015 LA REPUBBLICA



Tra i pezzi sequestrati anche un probabile Tetradramma di Agrigento, moneta di valore inestimabile. Vasi e statuette venivano venduti al mercato nero tra 15 e 40 mila euro a pezzo. Conii e stampi erano in due laboratori, accertamenti in corso sui reperti ritrovati


Tombaroli e falsari, capaci di imitare gioielli archeologici del passato e spacciarli sul mercato nero a decine di migliaia di euro a pezzo, in un giro d'affari milionario. Un giro sventato e interrotto dall'indagine della Dda di Caltanissetta e dei carabinieri del Nucleo tutela patrimonio artistico di Palermo e del Nucleo investigativo di Caltanissetta, che ha portato al sequestro di mille pezzi, tra originali e falsi, e alla denuncia di 16 persone. "Abbiamo effettuato uno dei più grossi sequestri mai realizzati in Sicilia in un'unica operazione - afferma il capitano Luigi Mancuso, nel Nucleo tutela patrimonio artistico - scardinando un'organizzazione criminale ben ramificata nel territorio e capace di intrecciare proficui rapporti commerciali ed economici con ricchi imprenditori e industriali del Piemonte. Acquirenti senza scrupoli che collezionavano reperti archeologici o monete rare".

Tutto è cominciato con un'indagine della Dda i cui risvolti investigativi hanno condotto alla ricostruzione di una banda criminale composta da 10 persone, tra tombaroli e falsari, tutti indagati per associazione a delinquere finalizzata alla ricettazione e contraffazione, che si collegava con sei danarosi collezionisti piemontesi, anche loro indagati per ricettazione. A capo dell'organizzazione, che da anni trafficava nella vendita di preziosi reperti archeologici, Francesco Lucerna, settantenne originario di Riesi, Comune di Caltanissetta. Lucerna, oltre ad essere egli stesso un tombarolo, faceva da ponte tra la Sicilia e i potenziali acquirenti del Nord gestendo tutte le fasi del traffico: dagli scavi clandestini, alla ricerca di compratori, sino alla vendita. Durante le perquisizioni, scattate in provincia di Agrigento, Caltanissetta, Catania, Genova, Savona, Rovigo, Torino e Novara, sono stati così recuperati preziosi reperti archeologici in particolare anfore, vasi, statuette, monete risalenti all'epoca greca e romana (IV - V sec. a. C.) 190 oggetti paleontologici e varia documentazione cartacea ed informatica.

Ma ciò che rendeva questa filiera criminale assolutamente vincente era la contraffazione di beni archeologici che venivano venduti unitamente a quelli autentici per aumentare i profitti. L'attività di falsificazione era affidata a due artigiani catanesi, nei cui laboratori sono stati trovati dai carabinieri oltre 800 false monete antiche, più diversi strumenti tra conii, stampi e varie altre attrezzature. "I falsi, soprattutto le monete, servivano a far crescere gli introiti di un milionario business già lucrosissimo - aggiunge il capitano Mancuso - I due laboratori scoperti a Misterbianco e Paternò sono stati individuati per via dell'ordinazione di un quantitativo di monete richiesto da un collezionista. In mancanza di conio originale, per soddisfare in toto la richiesta e alzare il prezzo, una parte veniva contraffatta. Un lavoro talmente ben eseguito che anche noi dovremo far visionare il materiale sequestrato per accertarne l'autenticità".

Se gli esperti accertassero l'originalità delle monete si tratterebbe di pezzi inestimabili, una in particolare, un probabile Tetradramma di Agrigento, ovvero la moneta di Akragas, il cui valore si aggira intorno ai due milioni di euro. Dalle statuette ai vasi, ogni reperto veniva piazzato sul mercato a costi altissimi. Per le piccole sculture il prezzo si sarebbe aggirato dai 30 ai 40 mila euro, per i vasi dai 15 mila euro in su. I beni venivano trasferiti dalla Sicilia al Nord all'interno del bagaglio nascosti fra gli indumenti e le fodere della valigia. "Spesso i componenti dell'organizzazione viaggiavano col bottino in auto oppure -continua il capitano Mancuso- lo celavano, in mezzo ad altre cose, in pacchi che venivano spediti a ignari parenti in Piemonte".

Dai reperti recuperati e dalle indagini sino ad ora effettuate gli scavi avvenivano nelle aree archeologiche tra Caltanissetta e Agrigento, nelle zone per esempio di Riesi o Butera. In siti considerati magari minori per fama e qualità ma invece ricchissimi di tesori di cui non si considerava neppure l'esistenza. "Non siamo ancora in grado di stabilire una mappa dettagliata degli scavi clandestini, ci stiamo lavorando. Sicuramente gli oggetti recuperati in Piemonte rientreranno in Sicilia e insieme alle soprintendenze si valuterà cosa fare. Quel che è certo - conclude il capitano Mancuso- è che qui in Sicilia il traffico di reperti archeologici è molto più radicato ed esteso di quando si possa immaginare. I rischi sono bassi, i profitti alti ed è difficile intercettare l'intera filiera criminale dietro cui, spesso, si celano personalità insospettabili".




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