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Alla scoperta della gravina di Riggio. Un tesoro naturalistico e archeologico
Michela Ventrella
Corriere del Mezzogiorno - Bari 27/3/2015

Nell’entroterra ionico della Puglia, a solo trenta minuti di strada dall’Ilva, si apre un canyon naturale con una cascata che alimenta un percorso d’acqua di circa due chilometri. Il luogo, ancora poco conosciuto ed esplorato dai turisti, si chiama gravina di Riggio, un’incisione nell’area del Comune di Grottaglie che regala uno scenario a livello naturalistico e storico-archeologico raro agli occhi dei pugliesi. La particolarità di questa gravina, rispetto alle altre presenti in Puglia, è proprio la cascata naturale, unica in tutta la regione. Procedendo da nordovest a sudest si incontrano, quasi parallele tra loro, le gravine Fantiano, Fullonese, Pensieri o Casal Piccolo o San Biagio. La presenza dell’acqua conferisce alla gravina di Riggio un aspetto vegetativo diverso rispetto alle altre, più rigoglioso, composto per lo più da piante officinali ed arbusti. Per visitarla occorre farsi guidare da qualcuno del posto, il percorso non è segnalato e le cartine che offre il centro turistico di Grottaglie terminano proprio là dove la strada conduce verso la gravina.
Poco fuori l’abitato di Grottaglie, seguendo la via per Martina Franca, si troverà l’unica indicazione per la gravina di Riggio; dopo aver svoltato a sinistra, bisogna camminare per circa due ore e poi parcheggiare in uno spazio protetto da un cancello di ferro sempre aperto. A pochi passi, dove il terreno argilloso cede spazio al tufo, ci si ritroverà davanti uno spettacolo roccioso con pareti che sprofondano fino a 40 metri nelle viscere della terra, un groviglio di cavità e cunicoli che hanno trasformato la gravina di Riggio in un paradiso soprattutto per gli appassionati di trekking.
In realtà, la gravina è molto più di un’attrazione naturalistica; è una «terra di mezzo» dove popoli e culture hanno vissuto e pregato per secoli all’ombra di caverne e gole scenografiche. Su entrambe le pareti della gravina si sviluppa un complesso rupestre ordinato su più piani.
Pietro Parenzan, biologo, è stato tra i primi ad occuparsi della gravina di Riggio; a lui, infatti, il Comune di Grottaglie e il Gruppo grotte Grottaglie hanno dedicato una targa posizionata proprio davanti alla cascata. Più recente è uno studio di Angelofabio Attolico, ricercatore dell’università degli studi di Bari, e Maristella Miceli, archeologa, presentato nel 2009 al secondo convegno nazionale di Studi sugli insediamenti rupestri di età medievale nell’Italia centrale e meridionale.
«L’insediamento - spiega Maristella Miceli - occupa praticamente l’intera gravina; è possibile identificare due distinti nuclei di maggiore concentrazione: uno all’estremità meridionale del solco erosivo e uno a nord vicino alla cascata, dove si trova quella che convenzionalmente è stata definita la casa-fortezza che si sviluppa su quattro livelli».
La casa-fortezza è un insieme di cavità naturali, ancora oggi percorribili, collegate tra loro da un sistema di botole e scale ricavate nel banco roccioso. Nel villaggio rupestre gli uomini producevano tutto il necessario per vivere; sopra la gravina facevano pascolare gli animali e grazie alla presenza dell’acqua riuscivano anche a coltivare. Sulla datazione degli insediamenti non ci sono riferimenti precisi, in molte cavità si sono rinvenute tracce antropiche risalenti a un arco cronologico compreso tra l’età protostorica e l’età moderna. «La frequentazione in età protostorica è documentata dalla presenza di tombe a grotticella, come esempi del periodo greco-romano», continua l’archeologa. «C’è un muro di fortificazione, alcuni graffiti, frammenti di ceramiche e due chiese rupestri, in seguito trasformate in abitazioni o semplici rifugi per briganti».
La chiesa, definita per convenzione Maggiore, si trova sul lato destro della gravina e custodisce dei preziosi affreschi, «i più antichi di cultura bizantina che si trovano in Puglia», spiega Angelofabio Attolico. «Si tratta di affreschi del X e XI secolo - continua - che ricordano opere coeve rinvenute in Cappadocia. Alcuni dettagli tipici dell’iconografia funeraria fanno pensare che fosse una chiesa di uso privato».
Sul versante opposto, in posizione quasi inaccessibile, una serie di «occhi» neri segnala quattro abitazioni bicellulari a schiera identificate fantasiosamente come il «cenobio» o le celle di un monastero. Su quel lato si trova la cosiddetta chiesa Minore, «che a causa dell’incuria è diventata un deposito d’immondizia. Gli affreschi presenti qui sono stati trafugati qualche anno fa, ne restano solo testimonianze fotografiche», aggiunge Attolico.
L’itinerario si sviluppa per meno di un chilometro di lunghezza e richiede meno di due ore di tempo per una visita completa ai diversi ambienti. Sfidare cespugli e rocce è il prezzo da pagare per godere di questo raro anfiteatro naturale dove gli ultimi interventi della mano dell’uomo risalgono a due secoli fa.



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