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SAN MINIATO - Lapidi della discordia, l’ex sindaco Frosini all’attacco di Gabbanini
17 aprile 2015 IL TIRRENO




No alle lapidi in ripostiglio. Contro il sindaco Vittorio Gabbanini e la sua decisione di rimuoverle dalla facciata del municipio si scaglia anche l'ex primo cittadino Angelo Frosini, sindaco di San Miniato per dieci anni, dal 1999 al 2009. «Tutte le amministrazioni comunali, fino al 2009, hanno tenuto vivo il ricordo dell'eccidio del Duomo – spiega Frosini – per capirne fino in fondo la dimensione ed il significato. Riaffermando sempre, attraverso i valori della Resistenza, che c'era chi stava dalla parte giusta, i partigiani e chi si batteva per la libertà e la democrazia, e chi stava dalla parte sbagliata, i fascisti e i repubblichini di Salò che volevano salvare il regime di Mussolini. Un lungo lavoro iniziato con la commissione Giannattasio. Proseguito con la collocazione sulla facciata del palazzo comunale, nel 1954, della prima lapide, scritta da Luigi Russo, che attribuiva completamente la responsabilità ai tedeschi. Portato avanti attraverso studi, ricerche, celebrazioni. Ripreso nel 2001 da una nuova commissione di studio, presieduta dal professor Paggi, istituita dall'amministrazione da me guidata. La nuova ricerca aveva accertato che dell'atto finale dell'eccidio furono responsabili le forze alleate e Oscar Luigi Scalfaro scrisse il testo della seconda lapide. Il 22 luglio 2008 la collocammo sulla facciata del palazzo comunale, dopo i necessari atti amministrativi, fra cui il parere favorevole della Sovrintendenza, obbligatorio ai sensi del Codice per i Beni culturali». Come sottolinea Frosini, le due lapidi costituiscono, assieme, la testimonianza di una memoria divisa che il doloroso episodio della strage del Duomo ha generato. «Com'è possibile allora – afferma l'ex sindaco – che, dall'oggi al domani, il sindaco abbia deciso di togliere entrambe le lapidi per "gettarle" temporaneamente in un ripostiglio? Per decidere di collocare la seconda lapide a fianco della prima ci fu, invece, un lungo confronto. Non solo istituzionale. Coinvolgemmo il partito, la nostra gente, i cittadini. Trovammo un'ampia condivisione. La scelta di oggi è dunque spregiudicata e incoerente. Si è fatta rifiutando qualsiasi confronto politico e istituzionale. Non si è tenuto conto né del percorso storico, né dei sentimenti di coloro che avevano vissuto quel dramma. Perché allora si è deciso di togliere dalla facciata del Comune i simboli più significativi di quella tragedia? Per soddisfare le richieste di chi? In cambio di che cosa? Qual è il vero obiettivo? Domande che finora non hanno avuto alcuna risposta. La vicenda non può chiudersi così: la scelta compiuta l'8 aprile 2015 va rimessa in discussione».



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