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Musei in vendita
di Tomaso Montanari
La Repubblica, 19 aprile 2015



In America lecito cedere un quadro di una collezione quello che ha fatto il MoMA mettendo sul mercato un suo Monet In Europa si guarda a questo modello in Italia vietato, almeno per ora Ma giusto che un bene pubblico diventi merce di scambio?

MI scusi, in quale sala posso trovare i Pioppi a Giverny, di Monet?, Spiacente, signore: il quadro stato disaccessionato. S, insomma: venduto. Dallo scorso gennaio, al MoMA di New York un simile dialogo non pi fantascienza: il capolavoro di Monet stato messo allasta dal museo, finendo in mani private per circa 15 milioni di euro. Negli Stati Uniti il deaccessioning ( politically correct per vendita) sempre stato possibile (nel 2005 il Los Angeles County Museum cedette 42 quadri, tra cui un Modigliani), ma ora praticato con crescente frequenza, e tutto lascia credere che nei prossimi anni le vendite si moltiplicheranno.

LAssociazione dei direttori dei musei americani ha stilato una policy che fissa alcuni paletti: il pi importante dei quali che il denaro ricavato dalla vendita pu essere usato solo per acquistare altre opere. E quando un museo non lo rispetta, scattano sanzioni non simboliche. Nel 2014 lArt Museum of Delaware ha venduto un bel quadro preraffaellita per ripianare parte di un debito contratto per unespansione edilizia: lAssociazione ha disposto una sorta di embargo in forza del quale i suoi 242 musei non hanno pi alcun rapporto (di ricerca o di prestiti) col museo colpevole. Misure forti, ma certo non capaci di fronteggiare situazioni di emergenza: come il fallimento della citt di Detroit, che ha quasi provocato lo smembramento e lintera vendita delle importanti collezioni del municipale Detroit Institute of Arts (con opere di Rembrandt o Beato Angelico). Unapocalisse evitata a stento, grazie alla raccolta di 816 milioni di dollari (offerti da fondazioni, privati e dallo Stato del Michigan) e alla conseguente, dolorosissima, privatizzazione del museo, passato dalla propriet della citt a quella di un charitable trust. di fronte a episodi come questi che Lee Rosenbaum (una delle pi seguite opinioniste americane in materia darte) ha proposto, sul Wall Street Journal, di adottare una legislazione simile a quella europea: per evitare che le collezioni vengano monetizzate per coprire i costi di esercizio o pagare i debiti.

Ma nello stesso momento alcuni musei europei abbracciano il modello di cui gli americani stessi iniziano a dubitare. Il governo inglese ha cessato di erogare fondi pubblici al Northampton Museum, reo di aver venduto una statua egiziana (per 38 milioni di euro) allo scopo di finanziare un riallestimento. Mentre in Germania il museo pubblico di Mnster a rischiare di esser privato di 400 opere (dalle pitture del senese quattrocentesco Giovanni di Paolo alle sculture di Henry Moore), a causa del fallimento di un banca appartenente al Land della Renania-Westfalia. E in Portogallo infuria da mesi una battaglia di opinione circa la possibilit che il governo metta allasta 85 opere di Joan Mir (alcune assai importanti), anchesse appartenenti ad una banca pubblica fallita: ed di questi giorni la notizia che ci sar un ennesimo pronunciamento giudiziario.

Insomma, il tema cos caldo che un artista e avvocato newyorchese, Sergio Muoz Sarmiento, ha aperto un informatissimo e assai vigile Deaccessioning blog dove possibile farsi unidea delle dimensioni globali della questione. E da noi? In Italia le collezioni pubbliche sono inalienabili, ma negli ultimi anni una serie di disegni di legge ha proposto di valorizzare i depositi dei musei noleggiandone le opere a pagamento, e a lungo termine, a musei stranieri o a privati. E considerando che la valorizzazione degli immobili pubblici praticata dallAgenzia del Demanio contempla lalienazione come possibilit culminante (e oggi praticatissima: anche per quelli storici e di gran pregio), la prospettiva non sarebbe rassicurante.

Negli scorsi giorni si tenuto a Milano un convegno (promosso dalla Rics, societ britannica di consulenza finanziaria e immobiliare) dal titolo esplicito: Patrimonio culturale: quanto vale? . Lultima risposta disponibile (della Ragioneria dello Stato, 2012) indicava la cifra di 179 miliardi di euro, mentre nel 2014 la Corte dei Conti ha contestato alle agenzie internazionali di rating il non aver conteggiato, in 234 miliardi, proprio quel presunto capitale pubblico italiano.

Ma oltre al fatto che non per nulla chiaro come si arrivi a queste cifre, evidente che si carica una pistola solo se si inizia a pensare di poterla usare. Quando, nel 1965, Carlo Ludovico Ragghianti lanci una iniziativa simile (gli Uffizi furono stimati 400 miliardi di lire), Roberto Longhi rispose che si stava allestendo un volgare listino: a ragione, visto che Ragghianti stesso era favorevole alla possibilit di vendere le opere dei musei.

Ma una simile scelta sarebbe un grave errore: in primo luogo per ragioni pratiche. Poche settimane fa un antiquario italiano ha potuto comprare ad unasta lunico modello noto per la Fontana di Trevi: una terracotta venduta dallArt Museum di Seattle, che non sapeva cosa stava vendendo. Non si tratta di negligenza: la storia dellarte una disciplina relativamente giovane, e sono pi le cose che ignoriamo di quelle che sappiamo. E conoscenza e gusto oscillano insieme: se intorno al 1880 i musei italiani si fossero disfatti delle opere secondarie e allora non esposte, probabilmente oggi non possederebbero un solo Caravaggio. Senza contare il tasso di corruzione italiano: facile immaginare che i soliti noti farebbero incetta di capolavori pubblici a prezzi di saldo.

Ma ci sono ragioni pi profonde per avere seri dubbi circa lorizzonte del deaccessioning. In Italia i musei non si sono formati sulle raccolte di capricciosi collezionisti, nelle quali un Monet vale (forse) un altro: essi sono invece lo specchio e il deposito estremo dellarte e della storia di un territorio, e una rete fittissima di nessi stringe anche la pi umile tela al massimo capolavoro. Ogni vendita determinerebbe dunque un vuoto, letteralmente incolmabile.

E poi lidea che in un mondo sempre pi diseguale i super ricchi possano gettare anche sulle pareti di un museo lo sguardo cupido che si riserva ad un supermercato di articoli di lusso, mina lidea stessa del museo come (ultimo?) luogo libero dalla dittatura del mercato. Perch i musei rappresentano ancora quel genere di spazio pubblico dove bandito il consumismo sfacciato: lo ha detto lo scrittore Jonathan Franzen. Un americano.



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