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Milano. Code per la Pietà. Ma l’allestimento divide i critici d’arte
Pierluigi Panza
Corriere della Sera - Milano 4/5/2015

Sceglieva un blocco da Carrara. Se lo faceva trasportare in studio. «Lieva oggi questo», diceva, «spiana qui», ripeteva a se stesso; e così la statua usciva dal blocco come un miracolo. Tutte, salvo la non finita Pietà Rondanini, così chiamata dal nome dei marchesi che l’acquistarono nel 1774 per il loro palazzo romano e successivamente comprata nel 1952 dal comune di Milano per le raccolte del Castello Sforzesco.
Scolpita da Michelangelo dal 1552, rilavorata altre due volte sino al 1564, capolavoro del non-finito, l’opera mette in scena l’essenza della scultura: da un lato si coglie la natura dura del marmo che tenta di opporsi al diventare forma, dall’altro lo spirito dell’individuo moderno che in un corpo a corpo trasforma il marmo in opera e consegna questa alla distesa dei tempi. Da ieri l’opera è stata separata dal museo dove si trovava per essere collocata nella restaurata sala dell’Ospedale spagnolo, sempre all’interno del Castello, sua casa non d’origine ma da una cinquantina d’anni. Il successo di visitatori è stato imponente: più di tremila visite in tre ore, incremento percentuale vertiginoso. Come sempre avviene nella tarda postmodernità questa è un’ulteriore prova che non l’oggetto, bensì la creazione di un consenso mediatico intorno ad esso incrementa l’attenzione.
Dello spostamento della Pietà Rondanini si parlava da una dozzina d’anni. Emilio Tadini lanciò l’idea di spostarla, Alvaro Siza propose di porla in una teca al centro della piazza d’armi. Seguirono altre suggestioni e l’impegno di molti assessori, ma ogni proposta fu accompagnata dall’opposto invito a non spostarla dalla Sala degli Scarlioni in cui si trovava un po’ stretta, punto conclusivo del percorso museale allestito negli anni ‘50 dagli architetti BBPR. Un allestimento che ha fatto epoca, ma che, nel corso dei decenni, aveva prestato il fianco a una aspettativa museografica di gusto diverso, senza dire che la Sala degli Scarlioni si era riempita di sculture.
Continuare a scommettere sull’allestimento BBPR sarebbe stato dotto, ma da flaneur . L’amministrazione ha scelto di collocare l’opera in un contesto separato, conscia di mozzare la conclusione al percorso museale e di sottrargli il pezzo forte. Bisognerà verificare se questo secondo aspetto non contrarrà le visite al museo dove, tuttavia, resta come richiamo la Sala delle Asse di Leonardo.
Nell’ex ospedale spagnolo la Pietà si vede, entrando, dal dietro; scelta coraggiosa. Si è obbligati a girarle intorno e ci si può fermare di fronte sedendosi su delle panche che trasformano l’ospedale in una chiesa laica, dove si medita davanti al capolavoro. Peccato (come al solito nei musei di Milano) quel pavimento, e speriamo che l’allestimento si completi con elementi esplicativi sulla lavorazione della statua. Il basamento è ipertecnologico, ma forse il colore è sbagliato.
Gli esperti si interrogano sulla soluzione. Domani, alle 12, al Belvedere Jannacci del grattacielo Pirelli ci sarà un incontro sul tema che si annuncia battagliero. Molto ostili alla scelta effettuata sono i due ex assessori Vittorio Sgarbi («toglierla da dov’è è un crimine») e Philippe Daverio; ostile anche Alberico Belgiojoso (parteciperanno al dibattito, introdotto da Lorenzo Degli Esposti e moderato da Davide Borsa anche Emilio Battisti, Amedeo Bellini, Maria Teresa Fiorio, Augusto Rossari, Silvano Tintori). A sostegno si è espresso il ministro Dario Franceschini («ha trovato una casa tutta sua»), gli attuali amministratori e abbastanza con favore ne parla lo storico d’arte Carlo Bertelli. «Il timore è che tutti vadano a vedere l’opera e nessuno il museo del Castello. Ma la presentazione adottata è importante, bene anche incominciare a girarle intorno. Prima si vedeva praticamente solo in posizione frontale. La vecchia posizione è durata mezzo secolo, ora vediamo questa nuova avventura».



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