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La cultura non si pu governare, ma un ministero serve eccome
Giuseppe Galasso
Corriere del Mezzogiorno 10/5/2015

Il libro di Francesco Giambrone (con Alexander Brunner), Politiche per la cultura in Europa. Modelli di governance a confronto (ed. Franco Angeli), un buon richiamo al confronto con le esperienze altrui come indispensabile di ogni seria politica.
Noi ne notiamo qui solo ci che riguarda i ministeri della cultura nei Paesi considerati: Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna. Non sorprende che i primi tre manifestino la tendenza allintervento pubblico diretto, il quarto a quello indiretto. Ora discutibile se dellintervento diretto possa essere preso come canone listituzione di un ministero per la cultura. La tendenza allintervento diretto si manifestata, comunque, per ragioni diverse e in tempi diversi: 1959 in Francia, 1975 in Italia, 1998 in Germania.
In Francia il ministero, nel solco di una robusta tradizione centralistica, volle andare incontro alla crescente domanda culturale nella societ di massa e, insieme, del benessere dalla met del 900 in poi. Lo stesso si pu dire per lItalia. In Germania, invece, la tardiva istituzione del ministero fu dovuta prima a una reazione al centralismo nazista, per cui si punt sui singoli Laender come soggetti di competenze e politiche culturali.
In seguito, si bad alla necessit di impedire che nei Laender orientali le attivit culturali, tutte centralizzate nel regime comunista, venissero meno, dopo lunificazione del paese nel 1989, nel sistema decentralizzato della Germania Occidentale. In Gran Bretagna, infine, il ministero nacque nel 1992 (credo) anche per un parallelismo istituzionale coi paesi continentali dopo lentrata di Londra nellUnione europea ma non mut lindirizzo decentrato della politica britannica.
Quanto alle politiche ministeriali, le diversit sono anche maggiori. La Francia passata dal modello di Andr Malraux (tutela del patrimonio culturale e democratizzazione dellalta cultura) a quello di Jack Lang negli scorsi anni 80 (piena popolarizzazione della cultura, inclusi campi e attivit prima disdegnati) e, infine, al criterio, soprattutto, di tutelare e valorizzare i beni culturali. A Londra la cultura appare un fattore di integrazione sociale e di dialogo fra culture diverse; e cos anche in Germania.
Per lItalia Giambrone vede prevalere la tutela sulla valorizzazione, e una preferenza per la musica, e in specie la lirica, nel campo dello spettacolo. Non saprei dire se sia proprio cos, ma certo vale ci che egli rileva sulle Regioni, sul divario anche in questo campo fra Nord e Sud e su varii eccessi di sistema nella politica culturale italiana (a parte lesiguit delle risorse.
Certo si rimane stupiti (e invidiosi!) a leggere che in Germania vi sono 130 teatri pubblici, per lo pi municipali, e spesso con compagnie stabili, per un costo complessivo, fra centro e periferie, di 2,2 milioni di euro.
Nel complesso chiaro che, se a un certo punto tutti istituiscono ministeri culturali, vuol dire che di un organo centrale in questo campo, in qualsiasi senso indirizzato, non facile fare a meno. E, se un ministero devesserci, anche opportuno che abbia possibilit e mezzi di intervento adeguati ai suoi compiti, e un suo consistente e chiaro ruolo rispetto alle competenze di altri poteri (regioni, comuni eccetera, nonch altri ministeri e sedi di governo). Dubitarne o riluttarvi non ha senso. Poi certo questo non basta, e ci vogliono finalit e strategie congruenti con la dimensione e la natura dei problemi, anche se non necessariamente in base a un solo modello di politica culturale. La diversit, che propria della cultura, devesserlo anche delle politiche culturali, quando non siano improvvisate ed estemporanee, ma frutto di una riflessione specifica e ininterrotta.



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