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IL CENTRO STORICO SENZA FONDI EUROPEI
GIULIO PANE
13 maggio 2015 LA REPUBBLICA



SENZA entrare nel merito delle scelte progettuali, che pure restano fortemente opinabili, quel progetto finanziario si è fondato sulla possibilità: 1. Che le progettazioni tecniche da mettere a gara attraverso gli elaborati definitivi fossero elaborate dagli uffici della allora Soprintendenza ai Beni architettonici. 2. Che l'intera procedura di gara fosse imbastita e gestita dagli uffici del Provveditorato alle Opere pubbliche. 3. Che il Comune di Napoli si accollasse la progettazione di una quota consistente degli interventi previsti per sistemazioni stradali, arredi urbani e altre connesse iniziative.

Ora la situazione del Grande progetto centro storico, dai dati pubblicati nel sito del Comune, è la seguente: solo per tre interventi si sono aperti i cantieri (Insula del Duomo, Santa Maria Maggiore e Cappella Pontano, Cappella Pignatelli), per circa 5 milioni. Ben 11 progetti sono giunti all'aggiudicazione provvisoria o definitiva, per circa 35,5 milioni, senza però ancora essere cantierati. Otto sono gl'interventi ancora in corso di gara, per circa 28 milioni, mentre cinque interventi sono addirittura ancora in attesa del progetto. Supponendo che tutte le gare d'appalto in essere si concludano con gli affidamenti definitivi entro maggio (cosa già molto difficile), le imprese avranno dinanzi cinque mesi o poco più per l'esecuzione di circa 70 milioni di lavori (14 milioni al mese, con quali forze economiche e di personale?). Già in queste condizioni, peraltro, i progetti non ancora disponibili (cinque) dovranno essere accantonati, a meno di doversi eseguire in tre mesi, quanti ne resteranno dopo l'espletamento delle gare.

In questa situazione, quello che avevamo percepito come un rischio si avvicina pericolosamente a una certezza. Siamo infatti di fronte a una tagliola, costituita dal termine del 31 dicembre 2015, entro il quale non basta che i lavori previsti siano stati messi a gara, che una volta appaltati siano in corso, che una volta iniziati siano prossimi alla conclusione. Quei lavori devono essere invece terminati, collaudati e amministrativamente rendicontati (e persino ben fatti, aggiungo).

In altre parole, poiché le sole due ultime voci, di competenza esclusivamente pubblica, richiedono almeno la disponibilità di due mesi, ciò significa che, perché ciò avvenga nei termini tassativamente prescritti dall'agenda europea (e va ricordato che ogni proroga è stata recentemente esclusa), i lavori stessi e tutte le attività finanziate da quei fondi devono necessariamente terminare entro e non oltre il mese di ottobre prossimo. Dopodiché un piccolo esercito di impiegati dovrebbe tramutare le infinite carte prodotte nell'elaborato contabile finale.

La prospettiva è dunque che quei fondi la cui spesa non sarà rendicontata entro il 31 dicembre andranno persi. Persi cioè senza possibilità di recupero, salvo sperare di farne gravare i relativi importi sulla disponibilità dell'agenda 2014-2020 (30 milioni). Ma l'impiego di tali fondi allo scopo di sanare debiti pregressi è fortemente dubbio, come già ventilato da Mariano D'Antonio su queste pagine, in quanto la destinazione stessa dei nuovi fondi potrebbe essere diversa da quella del settennio precedente, oltre che essere scalata per grado di sviluppo delle Regioni, e tutto ciò potrebbe non consentire la copertura dei crediti maturati dalle imprese, sempre che queste ultime siano pervenute al completamento dei lavori entro l'anno. E comunque la mancata spesa dei fondi non si configura come un successo amministrativo.

Che cosa succederà, dunque? C'è ampio motivo di ritenere che — in mancanza di chiarezza sulla certezza dei pagamenti — le gare in corso potrebbero concludersi con la non accettazione dell'affidamento e, peggio ancora, quelle da espletare potrebbero andare deserte. Tutto ciò in un contesto di paese normale, quello cioè nel quale le regole vengono rispettate e fatte rispettare. Non mi sorprenderebbe invece che, turandosi naso, occhi e bocca (o forse lasciando solo questa aperta, per fame), le imprese partecipassero ugualmente, le gare venissero ugualmente espletate e i relativi lavori affidati, finché a cose fatte, fuori ormai dai termini utili, il contenzioso che ne nascerà andasse ad aggiungersi al debito corrente della Regione, non potendovisi provvedere con i fondi europei, per gravare sulle solite tasche di Pantalone, e cioè sui trasferimenti ordinari dello Stato. C'è qualcuno, tra i candidati alla kermesse regionale, che se la sente di smentire? Una volta tanto, ne saremmo veramente lieti.



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