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PIEMONTE - Laghi, monti e siti dell'Unesco La Regione li mette "al sicuro"
Mariachiara Giacosa
20 maggio 2015 LA REPUBBLICA



CHI VORRÀ costruire il terzo grattacielo a Torino dovrà sottostare a regole più rigide di quelle che esistevano quando sono state progettate le torri di Intesa Sanpaolo e della Regione. Per la verità, in quest'ultimo caso, i tecnici regionali hanno verificato le visoni prospettiche da vari punti della collina, per capire quanto il palazzo impatasse sulla skyline di Torino. Ma non era obbligatorio.

Ora invece, con il nuovo piano paesaggistico appena approvato dalla Regione (scattano adesso 60 giorni per le osservazioni e poi il piano dovrà avere l'ultimo via libera dal Consiglio) queste valutazioni saranno indispensabili. E, come sottolinea l'assessore Alberto Valmaggia, «spariranno una serie di discrezionalità che finora hanno condizionato la realizzazione delle opere, a Torino, e nel resto del Piemonte».

Il piano è un opera monumentale: mille pagine di cartine e schede per censire 365 beni ambientali in giro per il Piemonte. A volerli visitare tutti, sono uno per ogni giorno dell'anno. A questa lista vanno aggiunte le aree, non censite singolarmente ma che hanno peculiarità naturalistiche: più di 200 laghi, 1700 corsi d'acqua, 106 riserve e parchi, 90 zone di interesse archeologico (è la prima volta che se ne fa un elenco, anche se la legge lo prevede dal 1985), 460 mila ettari di montagna, ghiacciai e boschi. «E' una fotografia che mette ordine e impone vincoli di salvaguardia su tutti i beni ambientali piemontesi dal 1920 ad oggi» spiega Valmaggia per il quale questo piano, che ha anche una versione digitale, «rappresenta uno strumento di salvaguardia del territorio e del paesaggio, ma serve anche per gestire le trasformazioni». Non ci sono indicazioni generali «sarebbe troppo difficile farlo su un panorama così vasto», ma per ognuno dei beni censiti c'è la descrizione e i dettagli di cosa si può fare. Vincoli che valgono da subito ma sui quali i comuni avranno due anni per adeguarsi.

Nel catalogo c'è di tutto: la cinta muraria di Asti, i laghi di Avigliana, il lungo lago di Piverone su cui, ad esempio, la Regione ora impone che i pontili siano realizzati in legno o con materiali coerenti con l'ambiente. Non potranno essere toccati i prati intorno all'abbazia di Vezzolano, così come il filare di pioppi e cipressi che porta alla chiesa. Stesso discorso per i campi a valle della Sacra di San Michele, destinati ad uso agricolo. Sulla collina del Po tra Moncestino e Trino il nuovo piano vieta impianti tecnologici e energetici. Sono «protetti» il cedro di Montalenghe e il faggio di Meugliano. Nei "galassini" della baraggia vercellese, poi, (ad esempio tra Roasio, Masserano e Castelletto) non «è consentita l'apertura di nuove cave, nè la realizzazione di impianti produttivi, commerciali o artigianali e gli eventuali interventi di ampliamento delle aree esistenti devono essere compatibili per volumi, altezze e cromie con il contesto e con i caratteri dell'area».

Ci sono poi tre focus: uno sulle zone dell'Unesco, che riguarda non solo i comuni dichiarati patrimonio dell'umanità ma anche le zone limitrofe per evitare che l'occhio, spostandosi di qualche metro dalla torre di Barbaresco, caschi su un capannone o su un tetto in lamiera. Quello sui terreni dell'ex Mauriziano, vincolati all'uso agricolo, e un ultimo capitolo dedicato al consumo di suolo che traduce in legge un proposito più volte annunciato anche dal presidente Sergio Chiamparino: per costruire, l'uso di suolo integro deve essere l'ultima opzione se non esiste nulla di già compromesso da riqualificare.





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