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Napoli. Decoro pubblico e incuria privata
Emanuele Imperiali
Corriere del Mezzogiorno 22/5/2015

La nuova, avveniristica, stazione della metropolitana di piazza Municipio, che si inaugura domani, e, a pochi passi, la risistemazione della seicentesca Fontana del Nettuno rappresentano segni evidenti di una modernizzazione del cuore pulsante della città, così come il sottopasso della metro 1 recentemente aperto a piazza Garibaldi. Emblematiche opere pubbliche di decoro urbano che danno lustro a una metropoli ma che non possono far passare sotto silenzio crolli, dissesti, cadute di pezzi di cornicione, non solo in periferia ma anche nel centro storico, come dimostrano i recenti episodi di stucchi distaccatisi da Palazzo Di Sangro a piazza San Domenico Maggiore.
Una domanda, allora, bisogna porsela: come mai i proprietari di case, anche di valore, investono centinaia di migliaia di euro per ristrutturarle all’interno, ma neppure un soldo per il decoro esterno dell’edificio? Eppure da qualche anno vi sono misure di defiscalizzazione delle attività di recupero edilizio ampiamente utilizzate in altre città, Roma in testa.
Di chi la responsabilità? Solo di una poco accorta gestione pubblica, o anche dell’incuria dei privati, soprattutto di quella grande borghesia, che a parole è sempre pronta a intervenire, ma poi si tira immancabilmente indietro quando si tratta di mettere mano al portafoglio? È mai possibile che le facciate della stragrande maggioranza dei palazzi, anche storici e monumentali in zone di pregio artistico e turistico, versino nelle attuali condizioni di degrado, e in qualche caso di vero e proprio pericolo per gli incauti passanti? In nessuna città d’Italia e d’Europa ciò avviene.
Quanti hanno recentemente visitato Barcellona hanno ammirato gli effetti positivi di una rigenerazione urbana che ne ha trasformato il volto, grazie alla collaborazione tra istituzioni e cittadini. In particolare chi è napoletano non ha potuto sottrarsi dal fare un paragone tra il capoluogo della Catalogna e la capitale del Mezzogiorno, due realtà urbanistiche simili, concludendo, amaramente, che lì si sono realizzate in breve tempo cose di cui da noi si discute inutilmente da anni.
Le istituzioni locali hanno, però, anch’esse le loro responsabilità: Napoli fu la prima in Italia ad avviare una buona pratica di rigenerazione urbana, quel progetto Sirena, nato grazie alla collaborazione tra pubblico e privato, che consentì di aprire 1200 cantieri, di dare lavoro a migliaia di operai e piccole imprese, di completare il restauro di quasi 900 palazzi. Comune e Regione due anni fa decisero di chiuderlo. Perché non riavviarlo, utilizzando i fondi europei 2014-2020, in gran parte destinati proprio alle città, nuova frontiera dello sviluppo meridionale?



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