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«Vendette e coprifuoco, siamo finiti». Le voci da Palmira occupata dall’Isis
Davide Frattini
Corriere della Sera 23/5/2015

«Ci cercano casa per casa». «Siamo finiti». Sono le voci che arrivano dalla città di Palmira, da due giorni nelle mani dell’Isis. Continuerebbero i massacri; un sacerdote siro-cattolico, padre Jacques Mourad, è stato sequestrato. Italia e Francia spingono per una nuova strategia anti Califfato.

Arrivato al potere da Londra e dagli studi di chirurgia oculistica, Bashar Assad vuole dimostrare di essere un riformatore. Ordina di chiudere quello che per i siriani è il simbolo degli orrori commessi dal regime, la prigione che il poeta Faraj Bayrakdar — ci ha perduto quattro anni — chiama «il regno della morte e della follia».
Le vecchie baracche di Tadmor sono state costruite dai francesi in mezzo al deserto ai tempi del loro mandato. Sono le celle dove Hafez Assad, il capostipite del clan alauita, fece massacrare almeno cinquecento detenuti il 27 giugno del 1980. Sta affrontando la rivolta dei Fratelli Musulmani e il giorno prima hanno cercato di ammazzarlo: gli tirano una granata, il dittatore è svelto a calciarla via, muore la sua guardia del corpo. Da allora Tadmor, il nome arabo di Palmira, è sinonimo di torture e atrocità. «La struttura è studiata — scrive Amnesty International in un rapporto — per infliggere il massimo di sofferenza, umiliazione, paura nei prigionieri».
Il dossier è del 2001, quando il giovane Bashar sigilla le porte del carcere. Le riapre dieci anni dopo, adesso è lui a dover affrontare una ribellione. Come sotto il dominio del padre, a Tadmor spariscono gli oppositori politici, i leader delle prime manifestazioni pacifiche che invadono anche le strade di Palmira, a nordest di Damasco.
Le foto diffuse dai miliziani dello Stato Islamico dopo aver conquistato la città, a maggioranza sunnita come loro, mostrano proprio le celle svuotate. Gli uomini del Califfo vogliono appropriarsi del simbolo, pretendono di presentarsi come salvatori. «È molto importante che i detenuti possano finalmente uscire — dice Bara Sarraj, autore di “Da Tadmor ad Harvard”, alla Bbc — ma avrebbero dovuto essere i siriani a liberarli, non le truppe del Califfato». Sarraj ha passato nove anni in quella che ha soprannominato «la sinfonia della paura»: «È un passaggio chiave della guerra».
Gli attivisti locali sostengono che la prigione fosse già stata evacuata nelle scorse settimane, almeno i detenuti considerati più pericolosi dal governo sarebbero stati portati in una caserma vicino alla capitale. È la prova che i comandanti di Assad sapevano quanto la sconfitta fosse imminente, come raccontano anche i messaggi degli ultimi giorni di battaglia ricostruiti dal New York Times . «Siamo finiti», annuncia via radio un ufficiale al quartier generale. Un altro soldato segue la disfatta a distanza, via sms, è in licenza: capisce che la città è perduta quando riceve la foto di un’amica, la figlia di un generale, con la testa mozzata.
«Per ora i miliziani non sono entrati nell’area archeologica», assicura Maamoun Abdulkarim, capo del dipartimento siriano per le antichità. Palmira è conosciuta come la «Venezia di sabbia» e Irina Bokova, direttrice dell’Unesco, teme che i fondamentalisti devastino i monumenti come già hanno fatto in Iraq, che distruggano le meraviglie costruite anche ai tempi dell’Impero romano: per loro sono opere sacrileghe.
La televisione del regime ha proclamato che l’esercito ha aiutato i civili ad andarsene prima di abbandonare le posizioni. In realtà solo un terzo degli abitanti sarebbe riuscito a fuggire. «Ci sono arrivate voci — commenta Ravina Shamdasani delle Nazioni Unite — che i militari abbiano impedito alla gente di scappare per non lasciare la città deserta». I testimoni raccontano che le milizie in nero hanno già imposto il coprifuoco dalle 5 del pomeriggio, hanno dato l’ordine di non lasciare Palmira almeno fino a oggi. «Cercano i sostenitori del regime casa per casa, negozio per negozio — dice l’attivista Osama al Khatib all’agenzia Reuters — avvertono con i megafoni di non dare rifugio agli uomini pro-Assad». In due giorni di purghe sarebbero già state eliminate 150 persone.
«I civili sono terrorizzati — spiega Khaled Al Homsi, nome di battaglia di uno tra i leader delle prime proteste nel marzo 2011, al New York Times —. L’unico forno per il pane è sotto il controllo dello Stato Islamico, l’esercito di Assad bombarda ovunque. Sono felice che Palmira sia stata liberata, ma non da questi fondamentalisti». Un altro ribelle siriano racconta di aver cancellato i documenti politici dal computer, quelli che possono essere considerati compromettenti dagli estremisti. Scherza Al Homsi: «Io non ho nulla da nascondere. Se anche qui lo Stato Islamico imporrà il divieto di fumare, nasconderò le sigarette».



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