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Roma, Eur. Un nuovo proprietario? «Meno male». La cultura non teme sfratti. Anzi, brinda
Edoardo Sassi
Corriere della Sera - Roma 23/5/2015

Almeno al momento nessuna voce o ipotesi in vista di cambi di destinazione d’uso per gli storici edifici a «vocazione» culturale dell’Eur. Tutti e tre i musei — Tradizioni Popolari, Alto Medioevo, Pigorini — e l’Archivio centrale dello Stato, potrebbero e dovrebbero restare dove sono.
Di ufficiale non c’è ancora nulla, ma molte sono state le rassicurazioni in questo senso girate nelle ultime ore in cui la vendita è stata decisa e perfezionata. Anzi, a dirla tutta, sondando umori e boatos dalle parti del Ministero per i Beni culturali si registra perfino un grande, enorme sospiro di sollievo.
L’idea infatti di un «cambio della guardia», ovvero che il proprietario non sia più Eur Spa — ente la cui fama non è che proprio avesse brillato negli ultimi anni tra inadempienze, ritardi e mafie capitali — bensì l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, rende tutti più tranquilli e contenti ai piani alti (ma anche bassi) e nelle varie sedi periferiche del Collegio Romano.
Certo, un passaggio da «pubblico» a «pubblico» sulla carta e di fatto, può sapere di «partita di giro» tutta giocata all’interno dello Stato. Ma come in queste ore si va ripetendo da più parti «c’è pubblico e pubblico». E il nuovo sciur padrun — l’Inail, con il suo colossale e solidissimo patrimonio immobiliare composto da centinaia e centinaia di interi palazzi sparsi in tutta Italia e a Roma in particolare — è percepito a oggi come una realtà seria, un’ancora di salvezza rispetto agli ormai ex proprietari persi dietro a debiti e faraoniche Nuvole ancora tutte da realizzare.
Chi è ottimista si spinge perfino a ipotizzare una riduzione sugli affitti rispetto alle cifre, giudicate esorbitanti e oggetto di scandali, che il Mibac ha pagato per anni a Eur Spa, circa 11 milioni e mezzo di euro annui per le quattro sedi, più di quanto il ministero destini ai restauri artistici in un simile arco di tempo. Né d’altronde sarebbe facile spostare complesse realtà culturali con collezioni e proprietà di rilievo — si pensi solo ai 110 chilometri di «carte», le memorie scritte dello Stato conservate nel piazzale degli Archivi — da sedi nate appositamente per ospitarle.



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