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Salviamo l'anima delle citt d'arte. Lo storico dell'arte Salvatore Settis
L'Arena 24/05/2015




Ogni citt ne contiene altre: come Verona contiene quella romana, poi medievale, poi rinascimentale e infine quella moderna. E contiene anche le citt potenziali, citt che sarebbe potuta essere e non fu. Le citt si rinnovano, si modificano, seguendo una narrazione che tiene conto della loro storia, del popolo che le abita, delle vocazioni. Quindi una citt se una volta moriva perch arrivava lo spietato nemico o un popolo conquistatore, ora rischia di morire solo se il suo popolo perde la memoria di se stessa.
Questo quello che rischiano le citt storiche, da Venezia a Verona: lo scrive il professor Salvatore Settis, archeologo e storico dell'arte, gi rettore della Normale di Pisa, nel suo libro Se Venezia muore pubblicato da Einaudi per le Vele presentato con una lectio al Salone internazionale del libro di Torino dove lo abbiamo incontrato.
La citt d'arte muore se muore la commistione di funzioni della citt storica e subentra la monocultura turistico-alberghiera che schiaccia la popolazione residente, modifica commerci, relazioni, equilibri. Ma qui non c' in ballo solo il patrimonio materiale al quale si cerca di dare sempre un prezzo, bens il suo capitale immateriale che non pu essere in vendita. Le citt storiche sono insidiate dalla resa a una falsa modernit, dallo spopolamento, dall'oblio di s. Dobbiamo ritrovarne l'anima.
, quella del professor Settis, una riflessione-provocazione sulle scelte urbanistiche, sulle scelte economiche e architettoniche, per conservare la memoria di ci che si stati e che si tuttora.
Cosa si propone allora? Non certo la litania superficiale e ignorante del contrasto tra conservatori e innovatori, dice Settis che indica una via positiva evitando di cadere nella trappola dei talebani della tutela: la memoria storica delle nostre citt non richiede la stasi, esige il movimento. Non predica l'imbalsamazione, esalta la vita. Una vita per in movimento che rispetti il codice genetico delle citt, che ne favorisca una crescita armonica e non la distruzione violenta, senza mai dimenticarne il Dna.

Professor Settis, il caso di Venezia come dice lei paradigmatico: un rischio che pu colpire tutte le citt storiche e d'arte? Come si pu fermare questa deriva? Da dove cominciare?
La crisi delle citt storiche ha componenti economiche, sociologiche, culturali, antropologiche. Nel mio Se Venezia muore ne ho enucleato alcuni aspetti, cercando di attrarre l'attenzione su alcuni punti complementari, che provo a riassumere: primo, ogni citt fatta non solo di case e strade e piazze, ma di persone; in un certo senso, ogni citt ha un corpo e un'anima. Secondo, importante che cittadini siano consapevoli dell'unicit della loro citt (ci che nelle citt italiane pi evidente che mai), e non la appiattiscono su un'indeterminata identit turistica preconfezionata da agenzie pubblicitarie che di quella citt non sanno rigorosamente nulla. Terzo, questa consapevolezza deve nutrirsi di storia e tradursi in capacit di costruire il futuro, pensando alle generazioni che verranno. Se sapremo seguire questa strada, non solo Venezia e Verona, ma tutte le citt potranno salvarsi l'anima" e trasmettere la propria eredit e la propria bellezza. Perdere memoria di s, al contrario, vuol dire (per l'individuo come per la citt) perdere dignit, smarrire il senso di s, essere incapaci di pensare il futuro.

L'urbanistica negli ultimi 20 anni diventata ancora pi terreno di scambio: dall'urbanistica concertata all'urbanistica partecipata fino all'urbanistica che viene subita dai Comuni. Le casse comunali sono impoverite e c' bisogno sia di introitare gli oneri di urbanizzazione che le opere compensative (piste ciclabili, scuola d'infanzia e cos via). In questo modo c' il rischio che si scelga il progetto pi redditizio per il Comune anche se quello pi impattante per cubature e volumi. Questo non solo falsa il mercato ma non rischia anche di cambiare gli equilibri delle citt?
La linea che sta prevalendo, su questo come su altri fronti, : socializzare le perdite, concentrare i profitti nelle mani di pochi privati. La citt nata e cresciuta per il suo valore d'uso, ma la mercatizzazione del mondo condanna questo valore originario e trasforma il valore d'uso in valore di scambio: la citt vale quel che rende, dunque perennemente in vendita. Questa crisi della citt non si ferma entro le sue mura, ma travolge l'intera societ umana. Per ristabilire le giuste gerarchie, occorre fede nei valori comunitari, nella prevalenza del pubblico interesse sul profitto dei singoli. Sono principi iscritti nella Costituzione della Repubblica: dovremmo rileggerla, prima di pensare se opportuno o meno cambiarla.

Professor Settis, lei parla di nuova poetica del riuso: come renderla conveniente per le amministrazioni comunali? Si possono prevedere fondi agevolati? Servono leggi nazionali?
La rassegnazione il pi praticato fra gli sport nazionali, dunque anche solo per ragionare con la propria testa meglio non rassegnarsi. Ci sono cose, come il riuso degli edifici abbandonati, che possono essere promosse o quanto meno incentivate da apposite normative. In Italia non si fa, perch qualsiasi intervento pubblico viene vissuto come interferenza indebita: come se la comunit come tale non esistesse, non avesse n orizzonti n futuro. Un esempio simile il proliferare di seconde case, che in alcune localit turistiche sono oltre il 50% dell'edificato, e crescono ancora.

E come si pu intervenire per arginare il fenomeno?
In Svizzera (che non precisamente un Paese comunista) c' da qualche anno una legge secondo cui in nessun Comune possono esserci oltre il 20% di seconde case. Perch non dovrebbe essere possibile in Italia, per esempio a Venezia?
Maurizio Battista

http://mobile.larena.it/stories/379_citta/1182699_salviamo_lanima_delle_citt_darte/


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