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"Contro di me articolo farneticante". Gianfranco Becchina querela "La Repubblica"
Castelvetrano news, 7 maggio 2015

Nei mesi scorsi sono state pubblicate, su alcune testate giornalistiche nazionali, delle inchieste relative al ritorno in Italia di beni archeologici preziosi dopo varie vicissitudini. In alcuni di questi articoli emergeva anche la figura di Gianfranco Becchina, noto imprenditore castelvetranese.

Articoli che il Sig. Becchina ritiene pieni di sconsiderate quanto infamanti affermazioni. Per tale motivo ha deciso di sporgere querela nei confronti di queste testate on line. Di seguito la lettera che limprenditore castelvetranese ha inviato alla nostra redazione.

"Essendo terminata la fase delle mie doverose denunce-querele nei confronti di alcuni servizi On Line che, con asserzioni gravemente diffamatorie, hanno condito, allinsegna del pi deleterio giornalismo, la notizia della nota vicenda legata alla discutibile confisca dei reperti archeologici trasmessi dalla Svizzera allItalia, passo alla mia altrettanto doverosa reazione a quanto di spregevole contenuto in codesti servizi.

Scelgo in questa ottica, fra le tante, due testate abbastanza emblematiche ciascuna per conto proprio: la Repubblica delleditore De Benedetti e il mensile Educazione & Libert, organo della Scuola di Giornalismo del Movimento Studenti Cattolici (Incredibile!).

Nella prima, la citazione di una massima di Giuseppe DAvanzo, interpretata dallautrice del servizio in modo del tutto personale, campeggia come monito a sostegno del basso profilo della profusa fatica. Nella seconda, la lusinghiera presentazione delle volute finalit scandalosamente contraddetta dai fatti, che fanno intravvedere ben poco di buono per la formazione della futura professionalit di studenti, volenterosi per quanto possano esserlo.

Due servizi, i cui contenuti, mirando con molta evidenza alla cattura del lettore, non badano pi di tanto alle conseguenze di quello che altro non che un micidiale farneticare, totalmente privo di ogni senso della vergogna. Veramente deprimente, e triste, quest ultima spiaggia di una stampa asservita al padrone di turno, che in un incessante sproloquiare si aggrappa a qualunque menzogna pur di continuare a potersi arbitrariamente legittimare quale baluardo della legalit nella verit.

Luno e laltro degli autori dei reportage fanno a gara a chi la spara pi grossa. Le implicazioni mafiose, che man mano fuoriescono a tutto spiano dalle penne intinte nei loro veleni, sembrano costituire il mio pane quotidiano. Sicch gli accostamenti tra me e grandi o piccoli protagonisti del mondo di cosa nostra si sprecano.

Il tutto in totale assenza del bench minimo indizio che possa legittimare tale genere di affermazioni a ruota libera; al tempo stesso in cui gli autori si guardano bene dallispirarsi alle mere risultanze del procedimento alla base di tutta la vicenda da loro imbastardita. Procedimento abbastanza esaustivo, dal quale si evince tutto il contrario delle loro sconsiderate quanto infamanti affermazioni.

Un bel nulla, insomma, che possa legittimare il fango intellettuale in cui guazzano gli autori dei servizi, emerge dalla lettura di tutte le fasi investigative. Inquisizioni, peraltro, ricche di aberrazioni giuridiche, intrise come sono di un coacervo di inaudite procedure (non sono io a dirlo, ma qualche onesto giurista).

Basti pensare al fatto che tutto ruota sulla mia attivit di mercante darte, svolta esclusivamente in Svizzera, alla stregua degli innumerevoli altri mercanti storici, che hanno operato e continuano a farlo in totale libert, in un paese che ha sempre permesso e favorito il commercio di reperti archeologici.

E non solo, giacch, per quel che mi riguarda, da parte della magistratura svizzera non mi stata mai mossa la bench minima accusa.

In quella Svizzera dove risiedevo a tutti gli effetti, e alle cui leggi ero sottoposto; dove si sarebbe dovuto agire nei miei confronti, nel caso di una mia qualunque responsabilit. Diciamo che sono stato sottratto al mio eventuale giudice naturale.

Quanti degli innumerevoli mercanti svizzeri hanno subito la mia sorte? Questa la domanda che la stampa dovrebbe porsi.

Nella vicenda, abbastanza complessa e ben lungi dalla sua conclusione checch ne dicano e scrivano i presunti beninformati, non ravvisabile altro che il frutto di un patto scellerato, sulla pelle mia e non solo mia, di quella tipologia di cui abbonda la nostra Italia, tanto per non smentire la consolidata e mai sradicata abitudine alle trattative.

Quale? Vi diamo il siciliano e non chiedeteci altro; questo, pi o meno, il dialogo accomodante Svizzera Italia. Una vera manna per gli specialisti di quella disinformazione di massa, per quei depistatori delle piccole e grandi tragedie italiche.

E cos stato, con lattiva collaborazione di una certa stampa pronta al richiamo del padrone per dare una mano nel costruire ipotesi non importa quanto campate in aria, purch ad effetto. Non importa se collaborando allennesima fottuta dello straniero alla prostrata Italia.

A questo punto, senza volerla fare troppo lunga, non posso non fare una considerazione che riguarda il prestigioso quotidiano la Repubblica, soffermandomi sulle assurdit nelle quali incorre il giornale diretto da Ezio Mauro - ai cui principi di correttezza possiamo abbeverarci giornalmente attraverso i video redazionali che ci elargisce - accogliendo firme che spacciano menzogne a tutto spiano.

E, quel che peggio, influenzando, grazie al credito di cui la testata gode a scatola chiusa, sia la stampa estera che la miriade di fogli e foglietti on line che appestano la rete. Avermi accusato di contiguit mafiose, come la sciagurata autrice si permessa di fare nel presentare il servizio, non rappresenta di certo una quisquilia che si possa buttar l con nonchalance.

Non si pu prescindere, in siffatti casi, dallo spiegarsi meglio, con pi dettagli pertinenti e fondati, che possano legittimare una affermazione di tale pesantezza allinsegna della solita maniera del fare di tutta lerba un fascio.

Qualcosa voglio dire anche a tutti coloro, Fabio Isman in testa, che hanno avuto bisogno di sminuire le mie ascendenze e la mia figura per dare risalto ai loro scadenti assunti.

Mio padre non zappava la terra e non era un bracciante, come ha sostenuto per primo Isman nei suoi articoli e nel suo libro inchiesta al quale si sono ispirati gli altri denigratori; lUomo apparteneva ad una famiglia benestante da generazioni, viveva delle sue rendite e abitava la grande casa paterna che eredit con altri beni, e che restaur con sapiente ricercatezza (impensabile per lepoca) negli anni venti per accogliere mia mamma che doveva dargli quattro figli.

Oggi ci vive mia sorella con figli e nipoti, senza che vi sia la minima carenza di spazi e giardini. Fabio Isman, che di casa a Castelvetrano, potrebbe farci un salto in mia compagnia. Giusto per capire di chi sparla. Anche perch farebbe ancora in tempo a trovare in paese persone che potrebbero raccontargli qualcosa di pi.

Gli parlerebbero di un signore di sobria eleganza, i cui abiti erano tagliati da ottimi sarti dellepoca; che portava cappelli rigorosamente Borsalino, per non parlare del suo immancabile bastoncino da passeggio, delle prestigiose calzature e degli orologi da taschino in oro massiccio. Insomma: tuttaltro che uno zappatore.

Ora riposa nel bel cimitero monumentale di Castelvetrano, nella ottocentesca tomba di famiglia, posta lungo il viale principale. Sia chiaro: non mi sto associando a nessun sentimento di dispregio per la categoria degli zappatori della terra.

Daltra parte Angelica Sedra ha potuto farsi impalmare dal principe Falconeri grazie al fatto che il fertilizzante di suo nonno, noto come Peppe merda, era stato provvidenziale per le grazie della figlia, sposata a Don Calogero, e ancor di pi per quelle della nipote (pi o meno come ce la racconta Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo, senza, peraltro, scadere nella denigrazione cos cara a Isman).

Forse, dopo tanta cantonata il caro Fabio potrebbe tentare di rifarsi con le mie ascendenze materne. Si imbatterebbe in mio nonno, Salvatore Errante Parrino, castelvetranese puro sangue di solida origine, che nel porto di SantAntioco, in Sardegna, curava la logistica di qualche veliero di famiglia che vi approdava con i suoi carichi.

E fu l che conobbe mia nonna, in viaggio di piacere da quelle parti, e che l rimase occupata come fu a dargli ben sei figli. La nonna era Austriaca, si chiamava Enrichetta Maratz ed era lunica figlia del terzo matrimonio di una signora Inglese, istitutrice alla corte di Francesco Giuseppe DAustria. Isman potrebbe apprendere degli altri figli di questa mia bisnonna e dei suoi tre mariti - nessuno dei quali zappava la terra -, e anche qualcosaltro della discendenza, proprio nella citt di Roma dove lui vive scribacchiando.

E gi che c potrebbe dirci delle ascendenze triestine, monzesi e romane della sua personale casta. Per quel che mi riguarda, caro Isman, e quantaltri, non ho mai fatto il facchino di albergo: ho avuto il mio permesso di soggiorno in Svizzera ad agosto del 1972, nello stesso tempo in cui ero impegnato ad organizzare larredamento della galleria Palladion Antike Kunst nel quartiere pi in di Basilea; in particolare: nel prestigioso, e per molti versi esclusivo, palazzo sorto sulla vasta area della storica villa dei banchieri Sarrasin dove ho iniziato lattivit appena sei mesi dopo.

Provenivo dalla Sardegna dove a Carbonia avevo collaborato, prima della fase finale della crisi economica di una citt di miniera, alle molteplici attivit commerciali dei familiari di mia mamma sparse nella totalit del centro cittadino. Niente a che vedere, quindi, con il servire caff agli sporchi minatori come, da buon nazista, ha scritto nello Spiegel il corrispondente da Roma, dopo aver sostenuto che avrei frodato il grande mercante Borowski, non ricordandosi, penso deliberatamente, di invertire il soggetto.

Di caff vero - ne prendevo tanto io stesso, per rubare ore al sonno da dedicare a salterellanti studi, un po con la collaborazione di un indimenticabile professore di quel liceo, molto di pi da autodidatta.

Dimenticavo di aggiungere qualcosa: ci sarebbe quella nobile signora di Castelvetrano, molto defilata com duso, che ha percepito un odore di mafia emanare dalla mia persona, e alla quale, parafrasando Andreotti, voglio dire che solamente spesso, ma non sempre, che a pensar male ci si azzecca.

Non mi rimane che confidare nella solerzia di quel procuratore a cui toccher istruire le mie querele, appellandomi alla sua consapevolezza di quanto gravi possano essere certe diffamazioni a mezzo stampa.

http://castelvetranonews.it/notizie/attualita/castelvetrano/contro-di-me-articolo-farneticante-gianfranco-becchina-querela-la-repubblica/


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