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MODENA - A spasso tra i capolavori: la Galleria Estense è rinata
Stefano Marchetti
IL RESTO DEL CARLINO - 24 maggio 2015

Modena, 24 maggio 2015 - Su per le antiche scale sembra di tornare a casa. Mancano ormai pochi giorni alla riapertura della Galleria Estense. Tre anni sono passati dal terremoto e qui, all’ultimo piano del Palazzo dei Musei, si sta per compiere il miracolo di una rinascita. ‘Cancellati’ i danni provocati dal sisma, la splendida Galleria che fu dei duchi è tutta nuova, anche nello status: infatti l’Estense è uno dei venti musei ‘Nazionali’ (l’unico in Emilia Romagna) a cui il Ministero ha attribuito una speciale autonomia gestionale.
Venerdì sera si tornerà a spalancare il portone: siamo andati a visitarla in anteprima.
Ventidue sale, ventidue scrigni. Le opere sono ormai già tornate alle pareti ma da quel maggio 2012, in questi saloni, è stata quasi una rivoluzione. Per consentire i lavori, infatti, quadri, sculture, oggetti pregiati hanno dovuto essere messi al sicuro altrove: alcune opere, come sappiamo, sono state portate a Palazzo Ducale di Sassuolo e per un periodo anche alla Venaria Reale di Torino, altre sono tornate nei depositi, altre ancora (e soprattutto le pale di maggiori dimensioni) hanno ‘viaggiato’ da una sala all’altra, via via che procedevano i lavori. Il duca Francesco I, l’austero principe scolpito dal Bernini, è rimasto chiuso in una cassa, anche immerso in un mare di polistirolo protettivo.
Gli operai hanno demolito e ricostruito due pareti lesionate, poi hanno ricollegato le coperture alla struttura portante e rafforzato tutto con fasce in fibra di carbonio. Costo dei lavori (compreso il riallestimento), circa 760mila euro.
E adesso ci siamo. «E’ un momento che ho atteso a lungo», ammette Stefano Casciu, che in questi anni è stato soprintendente ai beni artistici, da qualche settimana dirige il Polo museale della Toscana, e suggella il suo periodo modenese proprio con la riapertura dell’Estense (attorno al 10 giugno dovrebbe essere nominato il direttore della Galleria). «L’allestimento non modifica sostanzialmente quello pensato da Leone Pancaldi negli anni ‘70 – fa notare Casciu –. Tuttavia abbiamo rivisto alcune scelte cromatiche».
E’ sparito dunque il bianco candido delle pareti, che sono state tinteggiate con quattro nuove tonalità di colore, dal tortora all’avorio: le opere ‘capitali’, come il busto del Bernini o il Velazquez, spiccano invece su un fondale grigio scuro, che fa risaltare il candore del marmo o i bagliori dorati della cornice.
Il percorso è rimasto cronologico, anche se alcuni gioielli hanno uno spazio a sé. Il Francesco I del Bernini, per esempio, sarà visibile già dall’ingresso e praticamente accoglierà i visitatori, come se stesse ‘chiamandoli’. Sarà l’ultimo a essere collocato: nella sala 2, infatti, un manipolo di tecnici sta ultimando il montaggio dello speciale basamento antisismico, studiato all’università di Venezia, capace di ‘assorbire’ eventuali scosse telluriche – che naturalmente nessuno si augura – e proteggere il capolavoro.
Nelle varie sale i dipinti si affiancano a sculture o altri oggetti preziosi che i duchi amavano possedere, «per dare il senso di una raccolta dinastica, che non era soltanto una pinacoteca», aggiunge Casciu.
Nel primo corridoio, per esempio, si passeggia da Wiligelmo al Quattrocento, tra Ferrara e Modena, Cosmè Tura (con il «Sant’Antonio» senza cornice ma in una teca trasparente), Tommaso da Modena, gli Erri, Canozi e Bianchi Ferrari, ma lungo il cammino incontriamo anche perle differenti, come il Vaso Gonzaga e curiosità da collezione. Poi Loschi, Mazzoni, e la Madonnina del Correggio, in un ‘dialogo’ con Begarelli che splende nella sala 12, dove un restauratore sta spolverando con delicatezza il modellato della terracotta.
Si procede, e fra le sale dedicate al Cinquecento, con Dosso Dossi, l’Arpa estense e una «Madonna col Bambino» di Jacopone da Faenza (di recente restauro), è incastonata una wunderkammer mozzafiato, con vetri, cristalli, il servizio da matrimonio di Francesco II e anche alcune maioliche di Alfonso II, «che sono state acquistate dallo Stato nel maggio 2012 – aggiunge Casciu –. Pensi che arrivarono qui proprio il giorno dopo il terremoto. Le portammo subito nei depositi, e sono esposte ovviamente per la prima volta».
La sala 16, dedicata alla ritrattistica, è una delle novità: accanto al Velazquez troviamo gli sguardi degli antenati e discendenti estensi, ma anche il viso misterioso di un anziano, dipinto dal Guercino, e un giovinetto del Lana.
Nella sala 17 è ricostruito il camerino della Rocca di Scandiano con le Storie d’Orlando e dell’Eneide di Niccolò dell’Abate, mentre la 18 è tutta per Lelio Orsi e apre la strada ai ‘fuochi d’artificio’ dei quattro saloni finali: la sala 19, con il Cinquecento veneto, le quattordici scene mitologiche che Tintoretto dipinse per Ca’ Pisani di Venezia, i santi del Veronese, ma anche l’altarolo di El Greco, in una teca ad hoc.
finche’ si entra nella sala 20, con il trionfo degli emiliani e del Barocco emiliano, Guercino e Scarsellino, Bernardino Cervi e i Carracci, tutto in una nuova luce: proprio questa sala, infatti, è stata dotata di un modernissimo sistema di illuminazione a led, finanziato dal Gruppo Cremonini, e la differenza è evidente. Qui trovano spazio anche moderne teche con strumenti musicali di valore inestimabile, come la viola di Girolamo Agati.
Nella sala 21 Guercino e Leonello Spada, Tournier e Gennari: si è completamente attorniati dalla bellezza. E approdiamo così alla sala 22, l’ultima, che ci conduce anche alle soglie del Settecento con la «Flora» di Carlo Cignani.
Sono 609 le opere in mostra, circa 50 in più che in passato. E tutta questa meraviglia non vede l’ora di farsi rivedere da Modena e dal mondo.



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