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L'impari lotta delle statue tra i molti leoni e i pochi pecoroni
LINO BUSCEMI
28 maggio 2015 LA REPUBBLICA




Nelle strade cittadine si contano innumerevoli riproduzioni del fiero animale. Le effigi degli arieti che pure esistevano sono invece scomparse


Insomma una palpabile testimonianza di potenza, utile anche ad esorcizzare "iene e sciacalli", di ieri e di oggi, sempre in agguato. Nella toponomastica palermitana al leone o ai leoni sono dedicati una piazza, un viale, una via e diversi vicoli e cortili. Quanti sono i leoni disseminati lungo le vie e le piazze cittadine? Proviamo a far la conta pur non avendo la certezza di essere esaustivi. Nel solo asse Maqueda-Libert sono una decina: una bellissima coppia posta nella scalinata del Teatro Massimo; un'altra situata nella larga gradinata che porta a piazza Pretoria nella cui fontana, fra l'altro, emerge una grossa testa di leone stretta fra le gambe del vecchio barbuto che allegoricamente rappresenta il fiume Oreto. Nella villa Falcone-Morvillo, rimpetto il Giardino Inglese, un maestoso bronzeo leone fa compagnia ad un Garibaldi a cavallo. Da piazza Don Bosco si scorgono ben quattro leoni sulla sommit di villa Ranchibile. Gli altri si possono "incontrare" ovunque. In via Giovanni Meli, nella facciata di un edificio, visibile il bassorilievo raffigurante il mitico leone della famiglia Florio. Scomparsi nel nulla sono, purtroppo, i quattro pregevoli leoncini (per dimensioni) trafugati dal convento di Santa Maria di Ges e visibili in qualche foto d'epoca. Sono, invece, al loro posto i rilassati e quasi dormienti leoni di villa Malfitano. Leonesse e sfinge sono ben piazzate all'entrata del parco della Favorita, dell'Orto Botanico, di villa Belmonte all'Acquasanta (ben quattro!), all'ingresso di via Riserva Reale alla Rocca. Nel castello della Zisa due bassorilievi, posti nella facciata principale, raffigurano due snelli e altezzosi leoni. Come lo sono quelli (ben tre) collocati, nientemeno, che nel monumento di piazza San Domenico dedicato all'Immacolata.

Del tutto modeste sono, di converso, le rappresentazioni degli arieti o, meglio, dei pecoroni. Non tanto per la cattiva nomea che essi hanno nell'immaginario popolare (pecorone equivale a pavido, servile, incapace di reagire a qualsiasi situazione), quanto perch quelli pi famosi sono stati distrutti o rubati. A Palermo, al netto di qualche affresco o quadro in ville o palazzi privati, di sculture pregevoli di ariete ne rimasta una sola: quella di bronzo esposta al museo archeologico di piazza Olivella. Originariamente erano due: una coppia d'incanto che ne ha visto di tutti i colori. Risalenti al II secolo a.C., da Costantinopoli furono portati nella fortezza di Siracusa da Giorgio Maniace (XI sec.). Intorno al 1450 sono stati donati ai potenti Ventimiglia, e, dunque, trasferiti all'interno del loro maniero di Castelbuono. Nel 1488 i due pecoroni trovarono alloggio nello Steri di Palermo e poi nel vicino Castello a mare (1517). Un nuovo trasferimento si ebbe nel 1553 in direzione del lussuoso palazzo dei Normanni e collocati nella sala, appunto, detta dei pecoroni (oggi denominata Sala Gialla, con qualche disappunto degli storici ma con lo scontato apprezzamento degli attuali onorevoli inquilini). Dopo circa tre secoli di tranquillit, nel corso della rivoluzione del 1848, i due arieti furono presi di mira dai rivoltosi. Uno venne letteralmente fatto a pezzi, mentre l'altro sub notevoli danneggiamenti. Restaurato trov degna collocazione al museo (allora nazionale) dove ancora oggi risiede. In questo modo stato salvato, almeno, l'onore del "casato". Nulla comunque ha a che vedere con quello dei leoni, il cui "prestigio" rimane intatto. Con buona pace dell'artistico pecorone e dei suoi umani emuli, buoni per tutti le stagioni.





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