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La piramide di Pompei ? Gli intellettuali: un capolavoro
Diego Lama
Corriere del Mezzogiorno 27/5/2015

Non si comprendono francamente, dal mio punto di vista, le critiche legate all’allestimento provvisorio progettato per l’Anfiteatro di Pompei da Francesco Venezia. Forse giungono da persone che non hanno potuto visitare l’opera e quindi ancora prive degli strumenti necessari per comprenderla: ma si sa, al tempo dei social network ciascuno può legittimamente criticare qualsiasi cosa, usando i toni e le parole che preferisce, anche se improperi. Qualcuno ha posto la questione del gusto, o del cattivo gusto, altri parlano di spreco, molti hanno detto che l’opera – in quanto opera contemporanea - è una sorta d’intrusione all’interno di un’antica memoria. Questa, tra tutte, mi sembra la valutazione più errata. Soprattutto perché la piramide di Venezia, al contrario di quanto si dice, è un immenso inno alla memoria, e l’interno ne è uno scrigno: i calchi degli antichi pompeiani, morti durante l’eruzione, sembrano galleggiare in un lago di lava nera, paralizzati nell’ultimo istante della loro vita.
Abbiamo quindi chiesto una serie di pareri sul tema, partendo da Vittorio Sgarbi, a Napoli per la rassegna «Meravigliarti» alla Cappella Sansevero. «Pompei si basta - ha risposto - ma, siccome non è una città né morta né viva, è legittima qualunque costruzione che ne perpetui l’esistenza. Una testimonianza dell’intelligenza dello spirito e della forma di Francesco Venezia, piramide o cubo che sia, non può che migliorare l’edilizia di Pompei, che è pensata non per resistere al tempo ma per deperire. E se il vulcano l’ha preservata, Venezia ne prosegue l’esistenza».
Anche Cherubino Gambardella, professore di progettazione architettonica alla Sun, la pensa allo stesso modo. «Non capisco assolutamente le critiche che ho letto, sono assurde e prive di qualsiasi valutazione seria. Trovo che la piramide sia un lavoro perfettamente in linea con le espressione migliori di Francesco Venezia legate al concetto di spazio cavo, di forma pura e senza movimento, quando il tempo viene congelato in un unico istante. In questo Venezia è uno degli architetti più bravi del mondo. Anche se faccio parte di un’altra generazione considero il suo lavoro un archetipo su cui sviluppare nuove idee. Mi hanno molto colpito, all’interno della piramide, le immagini dei calchi: sembrano foto di Mimmo Jodice tridimensionali e riconducono all’ossessione di Venezia per il tema della tomba. E poi ci vuole coraggio da leoni per fare una piramide oggi!».
Dello stesso avviso Renato Capozzi, docente di composizione architettonica urbana presso la Federico II. «Si tratta di un’opera raffinata e colta - dice - e quando si lavora con un monumento di gran valore come l’Anfiteatro di Pompei si può intervenire in due modi: o ridandogli funzionalità e ricostruendolo, oppure realizzando qualcosa che abbia una propria autonomia formale, indipendente dal resto. Una sorta di pezzo assoluto. Ed è proprio quello che ha fatto Francesco Venezia. La piramide non è solo un simbolo dell’Egitto, appartiene anche alla cultura romana e all’illuminismo, ed è metafora di una tomba, esattamente ciò che essa rappresenta a Pompei. E poi, l’idea di mettere un oggetto all’interno dell’anfiteatro, è proprio ciò che deve accadere, ed è accaduto, all’interno dei teatri, dalle macchine da festa alle naumachie: l’anfiteatro è un luogo che deve essere occupato da qualcosa.
Infine l’architetto Aldo di Chio, dello studio Vulcanica, condivide le idee dei suoi colleghi. «Di Francesco Venezia da giovane ho inseguito i frammenti di pura bellezza che egli ha realizzato in giro per l’Italia e in Europa. Ho avuto la fortuna di sfiorarlo durante gli anni della mia formazione e lo considero davvero un grande maestro. La sua piramide all’interno dell’Anfiteatro è un oggetto sognante. È assurdo, e mi dispiace, leggere critiche sul lavoro serio e raffinato di Venezia che può solo fare riflettere e dare maggior valore al passato.
L’unico vero rammarico, dunque, l’unica polemica che verrebbe di sollevare a proposito dell’architetto Venezia e del suo lavoro è un’altra: possibile che uno dei più bravi e più osannati progettisti italiani, famoso in tutto il mondo, non ha avuto la possibilità di lasciare che minime tracce del suo lavoro, della sua intelligenza e della sua poesia a Napoli?
Di questo avremo molto da dire in futuro.



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