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Una colata di euro ci distrusse



Posted on 27 maggio 2015 by Simone Oggionni in Cultura

Sarebbe sin troppo facile suggerire che lultimo lavoro di Salvatore Settis pubblicato con Einaudi, Se Venezia muore, la migliore risposta alla recente approvazione del decreto Sblocca Italia. Basterebbe leggerlo e fare allo stesso tempo lelenco delle trivellazioni minacciate e ora possibili, oppure lelenco delle nuove cosiddette semplificazioni edilizie oppure ancora quello dei nuovi progetti relativi ai termovalorizzatori, ai rigassificatori, agli immobili demaniali dismessi, che altro non sono che lultimo grande tassello di dismissione e privatizzazione del patrimonio pubblico.

Questa operazione, a ogni modo consigliabile, tradirebbe per lo spirito del pamphlet di Settis, che moto pi di una polemica politica. Il lavoro di Settis, che questo pomeriggio presentiamo a Roma (allore ore 17 presso la Sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini di Roma) insieme allAutore, a Roberto Gramiccia, a Massimiliano Smeriglio, a Gianni Cuperlo e a Stefano Rodot , appunto, molto di pi: una delle pi lucide e rigorose chiavi di lettura del presente proposte in questi ultimi anni.

La sua forza risiede innanzitutto nellefficacia davvero straordinaria con cui Settis descrive il contesto di questo presente: il territorio italiano e, al suo interno, il paesaggio, le citt. Ogni citt, ogni suo scorcio, e cos pure il loro rapporto con ogni vallata, ogni fiume, ogni tratto di campagna patrimonio della comunit, spazio pubblico e civile, alimentato nel tempo da una trama continua di progetti, di sguardi, di gesti, di saperi e di memorie. Richiamando le citt invisibili di Italo Calvino, Settis ci ricorda che larte, la natura, la storia e gli uomini sono un grande organismo; e che separare un pezzo dallaltro significa amputare, recidere ma forse (se il taglio maldestro e la ferita particolarmente profonda) significa anche uccidere.Il tema che domina il presente lomicidio delle citt. Un omicidio particolare, che si determina nella perdita, da parte dei cittadini, del senso di una appartenenza antica, del senso della memoria e della Storia, cio di quel reticolo di fatti, congiunzioni, relazioni che in quanto passato qualificano il presente.

Ci avviene questo il punto politico che Settis solleva a causa dellazione di forze precise, che agiscono sui corpi sociali e sul senso comune attraverso la retorica acritica della modernit e dellinnovazione e in nome del culto della privatizzazione e della mercificazione del patrimonio culturale, del paesaggio, della storia.
Si tratta per noi lettori di provare a nominare quelle forze, di smascherarle, leggendo tra le righe del libro e andando oltre, gettando lo sguardo sulla rivoluzione passiva che cala sul Vecchio Continente a met degli anni Settanta, aprendo il ciclo neoliberista.In quella svolta, che in Italia comincia probabilmente nei primi anni Ottanta, c il cuore di quella forza materiale: la scelta da parte del grande capitale di comprimere la democrazia e gli strumenti del grande compromesso socialdemocratico, a partire dallo Stato.

Pensiamo a ci che qui ci interessa, mettendo tra parentesi ma solo qui il lavoro e i mercati internazionali: in quegli anni si diffonde, sul terreno dellurbanistica, la cultura della deregulation che, in nome della libert e delliniziativa privata, distrugge una dopo laltra tutte le conquiste legislative relative alla programmazione, alla pianificazione e alla loro governabilit da parte dellAmministrazione Pubblica.

Sono gli anni dellurbanistica contrattata, del condono edilizio del 1984, della libert indistinta di costruire palazzi e inseguire profitti, indipendemente da ogni piano, da ogni controllo pubblico. Ma sono anche gli anni della nuova architettura. Settis lo ricorda: una architettura debole, astratta, commerciale senza valore sociale, mera espressione della smania di modernit e di benessere, imperniata intorno ai grandi palazzi e ai grandi centri commerciali. E a loro, la vera cifra di questa architettura subalterna al nuovo spirito dei tempi: i grattacieli, sempre pi alti, sempre pi imponenti, sempre pi prepotenti.

Il grattacielismo, per utilizzare la felice categoria di Vittorio Gregotti, il figlio legittimo della speculazione finanziaria e soprattutto la messa in scena plastica di una vocazione muscolare e autoritaria. Ed , allo stesso tempo, rococ del moderno, con quelle forme che si piegano, salgono a vite, violazione spudorata e decadente della legge fisica dei carichi che scendono a terra attraverso pilastri verticali. Lurbanistica scompare, piegata alla giungla della libert di speculare. E larchitettura perde la sua capacit di visione, la sua natura di disciplina in grado di immaginare e progettare luoghi in cui la comunit viva armonicamente. A fianco di tutto questo c la politica, ulteriore veicolo della nuova e assoluta dominante del profitto e del suo Zeitgeist.

Ma cosa centra con tutto questo Venezia, che persino nel titolo del libro di Salvatore Settis? Essa lesempio supremo, il paradigma di questo destino: citt meraviglia, invidia del mondo e simbolo della Bellezza senza fine e tuttavia ridotta a museo a cielo aperto per turisti, svuotata di decine di migliaia di veneziani che non riescono pi a sostenere i costi di un mercato immobiliare folle. Fatta oggetto di progetti osceni, come la cintura di grattacieli ultra chic o il grattacielo Cardin a Marghera. Deturpata dalle grandi navi che incombono con gli inchini quotidiani; e deturpano il paesaggio; e inquinano le acque della Laguna. Vittima della cattiva politica e degli scandali, come quello del MoSe, che ha gi inghiottito oltre 6 miliardi di denaro pubblico.

Il libro di Settis un atto di accusa violento ma che non dimentica di indicare una via di uscita. Lo fa in filigrana, talvolta esplicitamente. E noi noi cittadini, noi donne e uomini di questa Italia che scegliamo di essere militanti di un nuovo riscatto, di una nuova stagione umanistica possiamo fare la nostra parte. Possiamo tornare a immaginare le nostre citt come luoghi di dialogo e di incontro, come spazi di creativit e di democrazia. Possiamo provare a costruire citt fondate sul lavoro, quello delle generazioni passate e quello per le generazioni future, sfidando, apertamente e con coraggio, quello che Settis chiama il presentismo e cio laccettazione passiva delleterno presente.

A noi pare che tutto questo possa essere fatto immaginando e praticando anche nuove forme di politica e una nuova idea di Sinistra, che sappiano farsi interpreti di un processo di rafforzamento della democrazia. Con la consapevolezza che il modo migliore per contrastare il neoliberismo provare a scinderlo dalla modernizzazione, dimostrando che possibile conservare senza frenare lo sviluppo e che i due termini del rapporto, conservare e innovare, vivono di una negoziazione permanente e collettiva del cambiamento in base ai codici genetici delle citt.

Settis scrive di Venezia, dellItalia ma inevitabilmente parla del mondo. In questi giorni esiste una citt, in Siria, che in tempi antichi era chiamata la Sposa del deserto. Per secoli fu oasi e ristoro per viaggiatori e mercanti che attraversavano la Siria per raggiungere Roma dallOriente e la Persia, persino lIndia e la Cina dallOccidente. In questi giorni questa Sposa e i suoi secoli di Storia, il teatro romano, le terme di Diocleziano, lagor e il foro, rischiano di essere violentati dalla vergogna brutale dellIsis. Proprio come le bambine e le ragazze colpevoli per lIsis di essere donne. A Palmyra, nelle persone che abitano oggi Tadmor, c la cultura e la civilt del mondo, c unanima. E Venezia vivr solo se Palmyra vivr e il mondo non rester a guardare.

http://ilgarantista.it/2015/05/27/una-colata-di-euro-ci-distrusse/


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