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Quell’ultimo dipinto di Artemisia Gentileschi
Lauretta Colonnelli
Corriere della Sera - Roma 31/5/2015

La tela è esposta in «Lo Stato dell’Arte, l’arte dello Stato»
Susanna ha le guance di seta rosa e il corpo morbido: la nudità si intravede sotto il telo bianco con cui cerca di nascondersi agli sguardi lascivi dei due vecchioni che la spiano mentre si fa il bagno in giardino. Il quadro, che riprende una storia dell’Antico Testamento, misura oltre due metri per due ed è conservato alla Pinacoteca nazionale di Bologna dal 1949, a seguito del lascito testamentario del modenese Giuseppe Azzolini. Vi giunse come opera di Elisabetta Sirani, pittrice barocca bolognese, e come tale vi rimase fino al 2008, quando la studiosa Adelina Modesti, redigendone la scheda per il catalogo della Pinacoteca, si accorse della firma. Alla base del sedile balaustrato, in basso a sinistra, c’era scritto: Artemisia Gentileschi F. 1652. L’iscrizione, oltre che lo stile del dipinto, confermava la memoria di Alessandro da Morrona, che l’aveva visto nel 1792 in Palazzo Medici Riccardi a Firenze e ne tesseva le lodi: «Le vestimenta la ricopron con varie piegature, e sul petto di lei sono con tal arte distese, che l’intelligenza del nudo ne comparisce».
La grande tela si può ammirare fino al 29 novembre nella mostra «Lo Stato dell’Arte, l’arte dello Stato», appena aperta a Castel S. Angelo. Maria Grazia Bernardini, che cura l’esposizione insieme a Mario Lolli Ghetti, ipotizza che questa Susanna sia l’ultima fatica di Artemisia, morta a Napoli nel 1653. La scoperta del 2008 era passata sotto silenzio. Tanto da essere ignorata perfino dai curatori della grande monografica su Artemisia a Palazzo Reale a Milano, nel 2011. Ma è emblematica per raccontare quanto siano importanti i depositi dei musei, che alcuni, con insistenza ricorrente, vorrebbero svuotare per far cassa in tempi di magra. E altri, come il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci e lo stesso Lolli Ghetti, si battono da sempre per preservarli, sostenendo che un deposito è la memoria storica del museo, talvolta anche uno scrigno che nasconde tesori sconosciuti.
La mostra, ideata e organizzata dal Centro europeo per il Turismo, Cultura e Spettacolo, racconta con oltre centocinquanta opere di epoche diverse, dall’antichità ai nostri giorni, come lo Stato italiano continua ad accrescere il patrimonio dei musei: esercitando il diritto di prelazione sulle vendite, acquistando presso gli uffici di importazione o in trattativa diretta, accettando opere in donazione o come pagamento di tasse di successione, recuperando quelle sotto sequestro. In questo modo non solo si incrementa il patrimonio dei beni culturali, ma si ricollocano tesori d’arte nell’ambiente per cui erano stati concepiti, si ricongiungono le collezioni storiche, si ricompongono insiemi smembrati nel tempo, come molti polittici trecenteschi e quattrocenteschi. E infine si continua la tradizione, come si può vedere nella sezione conclusiva della mostra, che espone autoritratti di artisti contemporanei entrati a far parte della Collezione di autoritratti degli Uffizi, iniziata nel 1664 da Leopoldo de’ Medici. Oggi accoglie anche i volti di Michelangelo Pistoletto, Mimmo Paladino, Robert Mapplethorpe.



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