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Pil italiano sul del 23,8% in un paio di generazioni investendo in istruzione, innovazione e detassando il lavoro
massimo russo
01/01/2016 LA STAMPA


Una simulazione degli economisti della Commissione europea dimostra gli effetti di lungo periodo sul prodotto interno lordo di riforme strutturali su fisco e produttività

La caduta del prodotto interno lordo italiano rispetto alla media Ocse e all’Eurozona. A destra il calo della produttività in paragone con Francia, Germania e Stati Uniti (fonte: Italy’s productivity challenge Dino Pinelli, István P. Székely, Janos Varga)
Nell’epoca della crescita a ritmo di zero virgola e del consenso che si acquisisce in un attimo e si perde in un istante, ci sono riforme politiche che - a patto di avere lungimiranza - nello spazio di un paio di generazioni farebbero aumentare il nostro prodotto interno lordo di un quarto. A rivelarlo è una simulazione compiuta da tre economisti della direzione generale per gli affari Economici e finanziari della Commissione Europea. Non si tratta di un documento politico, ma di uno studio firmato dal responsabile del desk Italia Dino Pinelli, e dagli ungheresi Istvàn Szekely, direttore della Ricerca, e Janos Varga. Sulla base di documenti di supporto come questo, a febbraio la Commissione pubblica le revisioni approfondite sulla salute dei paesi membri, da cui a giugno nasce l’atto politico delle raccomandazioni agli Stati.



Tre sono le parole della ricetta per la crescita italiana: istruzione, innovazione e detassazione del lavoro. La ricerca è stata condotta comparando i risultati ottenuti dall’Italia con quelli dell’Eurozona e degli altri paesi dell’Ocse. Un quadro che negli ultimi anni ci ha visto perdere molte posizioni sia nel reddito procapite, sia nella produttività. Tornare a investire sulle persone, sostengono gli economisti, può ribaltare la tendenza. Servono più laureati, visto che sotto i 35 anni ne abbiamo pochi, ma anche le conoscenze di base latitano. Le ricerche mostrano come la popolazione tra i 16 e i 25 anni abbia competenze letterarie e matematiche analoghe a quelle delle classi di età tra i 45 e i 54. I figli, insomma, se va bene ne sanno quanto i genitori. Ciò in parte dipende dallo scarso ritorno economico che l’istruzione porta agli italiani rispetto ai neolaureati di altri paesi quando vanno a cercare lavoro. Le piccole e medie aziende premiano poco lo studio. Ma ciò, in un circolo vizioso, determina di conseguenza anche la scarsa crescita delle imprese. Un ragionamento analogo può essere fatto per l’innovazione: l’investimento in ricerca e sviluppo, paragonato a quello delle altre nazioni è troppo basso. Lo stesso dicasi per il numero di brevetti e per il venture capital, il capitale di rischio per alimentare le nuove imprese: poco più di 100 milioni l’anno in Italia, nulla rispetto a Gran Bretagna o Germania. Infine, la farraginosità della burocrazia per l’esercizio di nuove aziende vanifica - secondo i ricercatori - anche le liberalizzazioni economiche e l’apertura verso il mercato avvenute negli ultimi anni.



Quanto alle tasse, malgrado la timida diminuzione dell’ultimo anno, la pressione fiscale sul lavoro resta molto più alta degli altri paesi Ue. Accorciando la distanza che ci separa dalle economie migliori della classe, se in ognuno di questi settori potessimo raggiungere il terzetto di testa, ciò solo porterebbe a un aumento del Pil di 23,8 punti percentuali in 50 anni. Una crescita in parte dovuta al recupero di produttività, in parte al maggior numero di occupati. Si tratterebbe di un risultato di lungo periodo, senza tener conto della congiuntura, che nei prossimi mesi, con energia e denaro a basso costo ed Euro debole, si annuncia per noi straordinariamente favorevole.



Rimettere ordine in casa e investire sulle riforme strutturali di lungo periodo: così secondo la Commissione Europea potremmo invertire con più decisione la tendenza che ci ha visto perdere 10 punti di Pil nei sette anni tra il 2008 e il 2014. Un buon proposito per l’anno nuovo. A patto di avere una politica all’altezza della scommessa sul futuro.

https://www.lastampa.it/2016/01/01/economia/italia-una-crescita-del-pil-del-a-patto-di-investire-in-istruzione-innovazione-e-detassare-il-lavoro-uboV5ueqsEYJ00QVVjMe7O/pagina.html


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