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La cultura in Italia non è più cenerentola
di Armando Torno
02 gennaio 2016 IL SOLE 24ORE

Tra le novità del 2015 e le tendenze che si profilano, pensando all’Italia del 2016, vi è una crescente centralità del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, noto con l’acronimo di Mibact.
Un dicastero crocevia di rinnovate attenzioni, che ebbe la sua configurazione attuale con l’incarico a Massimo Bray nel 2013. Prima di quell’anno la cultura era stata denominata in diversi modi e con svariate etichette, assumendo comunque un ruolo crescente nei vari governi. Se è stato necessario tanto tempo per dar vita a un ministero organicamente completo, una delle ragioni va cercata nel fatto che, nei decenni del secondo dopoguerra, la Democrazia Cristiana regnante non aveva un’organizzazione culturale pari a quella del Partito Comunista: per tale motivo si teneva costantemente il ministero della Pubblica Istruzione, cercando di controllare incarichi e programmi, e nelle coalizioni concedeva ad altri il dicastero – così allora si chiamava – del Turismo e dello Spettacolo. Il quale, nato nel 1959 grazie ad Antonio Segni, non riuscì mai a diventare una poltrona di primo piano; anzi fungeva sovente da elemento di equilibrio nelle lottizzazioni del tempo, tanto che quando fu abolito da un referendum nel 1993 quasi nessuno si pose soverchie domande su quanto si sarebbe dovuto poi fare.

Beni culturali e turismo – finalmente il Belpaese se n’è accorto –, economia e cultura (come questo giornale ripete da anni, a partire dal manifesto "Niente cultura, niente sviluppo") sono oggi legati indissolubilmente. E lo sono non per eteroclite congetture, ma per ragioni di reciproca sopravvivenza. Siti archeologici e città d’arte, musei e orchestre necessitano di un pubblico pagante, e il mondo globalizzato ne offre sempre più. Occorre ricordare con strategie innovative che tra i nostri beni c’è La Scala, il tempio della lirica, o una pinacoteca quale gli Uffizi; città come Siena, Venezia, Pompei, nonché innumerevoli siti etruschi, greci o bizantini.

Che il Mibact abbia nuovo peso e ruolo crescente, lo si deduce anche dallo stanziamento dei fondi. Il ministro Franceschini, nei giorni natalizi, ha ricordato come con la Legge di Stabilità il bilancio raggiunga nel 2016 una cifra degna di rispetto e, grazie a tali mezzi, «si torna a investire e assumere».
Ci sono più fondi per quella cosa che, secondo una battuta di un titolare dell’economia del recente passato, non si mangia; tuttavia, aggiungiamo noi, consente a molti di farlo. Franceschini ha detto tra l’altro: «Grazie anche agli importanti miglioramenti introdotti nel corso del dibattito parlamentare, la cultura è diventata il cuore e l’anima della Legge di Stabilità 2016. Dopo gli anni dei tagli crescono le risorse, con nuovi fondi per la tutela del patrimonio e i grandi progetti culturali: 180 milioni di euro nel 2016, 200 milioni nel 2017, 195 milioni nel 2018 e nel 2019, 165 milioni dal 2020. Rispetto al 2015, il bilancio del Mibact aumenta del 27% nel 2016, superando i 2 miliardi. Inoltre la Legge di Stabilità contiene interventi straordinari e di grande portata per la cultura e il turismo».

Non entreremo nei dettagli delle cifre, né aggiungiamo considerazioni a una promessa ulteriore («Un concorso per l’assunzione a tempo indeterminato di 500 professionisti del patrimonio culturale»), ci basta soltanto notare che questo ministero sta assumendo un ruolo di grande rilievo per l’immagine del Paese e che le cifre ricordate potrebbero ulteriormente crescere se l’interesse turistico non verrà meno. D’altra parte, non è una scoperta clamorosa quella di chi ha fatto notare che un teatro lirico ben funzionante, anche se non di prima grandezza, crea un indotto importante.

Inutile ribadire che l’Italia è un museo a cielo aperto, piena di altri musei forniti di tesori unici e da scoprire. Questo patrimonio, superiore al nostro debito pubblico, comincia ad essere più che in passato al centro di un interesse internazionale: basti notare il risalto che viene dato dai media stranieri per il crollo di un muro a Pompei o in seguito al furto di qualche opera d’arte. Una ricchezza che è stata dormiente per troppo tempo e che non ha fruttato in proporzione al suo valore. Il Mibact sta comunque cominciando a valorizzare le possibilità di questo tesoro. Sul quale siamo seduti e del quale non abbiamo valutato le immense potenzialità. Certo, il lavoro da fare è ancora tanto. Molte opere vanno messe in sicurezza, per non far ripetere furti come quello dell’agosto 2013 di un Guercino a Modena; o quanto è successo lo scorso novembre, quando i ladri sono entrati al Museo civico di Castelvecchio a Verona e hanno rubato capolavori per 15 milioni di euro, tra cui quadri di Tintoretto, Mantegna e Rubens. Occorrerà inoltre pensare alle biblioteche che, di taglio in taglio, sono arrivate all’indigenza: ve ne sono alcune che non hanno i soldi nemmeno per pagare le bollette della luce. Occorre metterle in condizioni di aggiornare il patrimonio e di acquistare opere di riferimento; contrariamente anche l’editoria più qualificata non avrà speranze e saremo condannati a leggere sempre più libri stupidi e inutili.

C’è comunque un pericolo nel 2016: che il Mibact, grazie alla nuova visibilità, cominci a far gola ai manovratori politici. In tal caso è difficile prevedere quanto accadrà, dai giri di valzer dei sottosegretari ai bombardamenti mediatici. Preghiamo perché siano rintuzzati gli assalti a posti simili. I quali sono organizzati da quei professionisti delle circostanze che non credono nella cultura e che, caso mai, se la mettono addosso. Per andare in televisione



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