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Arte e rigore di Caccia Dominioni
Vittorio Gregotti
Corriere della Sera 2/1/2016

Tra le Medaglie d’oro per le opere della carriera di un architetto, che di recente sono state conferite in forma ufficiale alla Triennale di Milano, una è stata assegnata giustamente a Luigi Caccia Dominioni, che ha ottenuto per il suo lavoro questo prestigioso riconoscimento assieme a Franco Purini, a Francesco Venezia e a Mario Bellini.
Eppure non esistono sino a oggi importanti monografie sulla carriera di Caccia Dominioni, questo grande architetto milanese della modernità, oggi centenario, uno dei più importanti protagonisti della cultura architettonica italiana di questi ultimi sessant’anni. Il nome di Luigi Caccia Dominioni non compare neanche nel volume dedicato all’architettura dell’enciclopedia Garzanti, e su quella di Pevsner è citato all’interno della voce «Industrial Design», campo di lavoro in cui egli è stato certamente un protagonista rilevante come in quello dell’architettura. Ma la critica, si sa, presa dalla smania dell’attualità, mostra spesso queste dimenticanze.
Il suo nome era già noto a noi studenti di architettura all’inizio degli anni Cinquanta ma io ho conosciuto Gigi Caccia solo nel 1955, come redattore della rivista «Casabella» di Ernesto Rogers, in occasione della pubblicazione dei suoi lavori.
È un pensiero, il suo, che attraversava diagonalmente il moderno confrontandosi con la tradizione lombarda, con naturalezza ed eleganza, ma anche con il distacco critico di un architetto autenticamente moderno: dai materiali della storia, sembra dire, un milanese non può prescindere pur restando pienamente moderno. È questo che lo distingue nettamente dal neoclassicismo dei novecentisti, e che fa di lui un anticipatore dell’interesse di un’intera generazione nei confronti delle specificità delle tradizioni, della storia e dei contesti come materiali del progetto.
Si tratta di un interesse che muove anche verso il tema della rappresentazione. Caccia sostiene infatti che le sue opere, e specialmente i suoi interni, sono ritratti dei clienti, di cui proprio le piante e le sezioni degli edifici sono una descrizione privilegiata.
Le leggende metropolitane che si raccontano su di lui sono moltissime: che riuscì a far spostare di pochi centimetri tutte le finestre di una facciata già eseguite da un imprenditore noto per essere approssimativo; che era famoso per seguire il cantiere direttamente, disegnando sui muri i dettagli delle sue architetture; che una volta segò personalmente una serie di cassetti di una scrivania perché mal eseguiti, eccetera. Veri o meno, questi racconti descrivono con leggerezza il rigore ferreo di una pratica artistica che non viene ad alcun compromesso con i propri principi, che non vede distacco tra progettazione ed esecuzione, tra qualità formali e artigianali, nel rispetto rigoroso delle leggi che l’opera stessa costituisce e a cui è necessario obbedire.
Le sue architetture hanno una forte naturale riconoscibilità, un autentico stile, una parola scivolosa, ma che credo possa essere usata nella sua originale identità nel caso di Gigi Caccia.
Egli ha quasi sempre lavorato in un’area geografica limitata, quasi volesse assicurarsi sempre con la conoscenza della solidità e della natura del terreno su cui costruiva.
Mi resta solo il compito di testimoniare con orgoglio la mia lunga e solidale amicizia con lui e insieme la mia ammirazione per l’insieme della sua opera di cui la Medaglia d’oro di oggi è un riconoscimento indispensabile alla nostra cultura di architetti.



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