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Se i Bronzi di Riace diventano testimonial di salumi e formaggi
di FABIO ISMAN
3 gennaio 2016, Il Messaggero

Due, nella copia di una Fonderia d’arte, vigilano il Lido a Camariore; altri, danno il nome al caffé/ristorante di un italoamericano in California, a Palo Alto, impinguando così l’antologia del kitsch; in compenso, 44 anni dopo che sono stati trovati, non hanno ancora un’identità certa: finora, sono almeno una ventina le ipotesi sulle loro attribuzioni; i Bronzi di Riace come paradigma delle virtù, e soprattutto dei malanni, che riguardano in Italia i beni culturali. La loro storia, dal recupero nel mare di Stefano Mariottini ai successi di popolo, agli anni d’abbandono a Reggio Calabria e alle pretese d’averli a ogni importante manifestazione, è sviscerata e analizzata in un libro di Maurizio Poletti, di Salvatore Settis e di altri (Sul buono e cattivo uso dei Bronzi di Riace, Donzelli, 120 pagine con 65 immagini, 20 euro); e ne esce perfino una vicenda spesso assai salace.

TESTIMONIAL
I due colossi sono protagonisti d’una storia unica, che ha, qualche paragone, nell’impatto sul pubblico e nel successo mediatico, solo con il recupero del Laocoonte, nel 1506. Sono tra le opere d’arte più famose al mondo: i bronzi più importanti conservati della Grecia antica; ne incarnano l’ideale. Ma sono stati pure sfruttati per ogni tipo di pubblicità: giocano a pari e dispari, puntando al mare o alla montagna, in una della regione Calabria; testimonial contro il cancro o dei prodotti antinicotina; sono divenuti un poster, che si stacca dal giornale e s’appende in stanza o sul camion; supporti commerciali: uno ha la sporta della spesa, l’altro introduce alla salumeria di un supermercato. Si confrontano, in modo apollineo, con il ballerino Joaquìn Cortés. All’epoca in cui calamitavano i visitatori (dopo i successi delle mostre a Firenze e al Quirinale, dall’agosto 1981 alla fine del ’82, il museo archeologico di Reggio ne ha totalizzati un milione) sono diventati di tutto: foulard e portachiavi, cavatappi e portacenere, fermalibri e penne, piatti e tazzine, rotoloni di carta da cucina in cui fanno compagnia ai «mostaccioli» calabresi; un’oggettistica ormai rara e fuori commercio, in tempi di crisi di pubblico: nel 2014, nemmeno 200 mila visitatori, la metà paganti. Spiega Alessandro Mendini: «Il kitsch è il cavallo di Troia che la massa introduce per riappropiarsi a suo modo dell’arte». Né sono i primi capolavori recuperati dal mare: a Ostia c’è un rilievo del 65 a.C. con dei pescatori che issano un Ercole; e addirittura Pausania ricorda un celebre ritrovamento.

PROPOSITI
Al cattivo uso dei Bronzi deve corrisponderne uno che si ispiri alla cultura: Carmelo Malacrino, nuovo direttore del museo di Reggio, racconta i suoi proponimenti; e intanto, chi li ammira li scorge subito ma da dietro, e si impegna, più che ad ammirarli, a scattarsi dei «selfie». Sono stati restaurati due volte; ora hanno una sede, ma non ancora un museo (è in rifacimento); con la Calabria, è un legame viscerale; l’ultima attribuzione ne dà almeno uno a Mirone, di cui conosciamo la copia del Discobolo a Roma. Sono stati ritrovati nell’agosto 1972: ma finalmente risorgeranno?



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