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Napoli. Un piano di iniziative per la rinata Cappella Pignatelli
Marco Molino
Corriere del Mezzogiorno 7/1/2016

Un raggio di sole attraversa le grate in cima al portale e sfiora il marmo lucido di una colonna, rimbalzando poi sulle decorazioni in oro dell’altare. Un banale gioco di luci che neanche ci farebbe alzare lo sguardo in una chiesa qualsiasi. Ma se ciò accade all’interno della Cappella di Santa Maria di Pignatelli, appena recuperata dopo decenni di abbandono, allora lo strano luccichio diventa metafora di una rinascita. I lavori di restauro sono stati appena completati dall’Università Suor Orsola Benincasa divenuta proprietaria del sito negli anni Novanta a seguito della donazione della famiglia Pignatelli. Un angolo barocco riconquistato grazie al finanziato di 700mila euro nell’ambito del Grande Progetto Unesco e destinato ad ospitare eventi culturali e attività formative: unico antidoto contro il ritorno nell’oblio.
Questo ambiente raccolto è quasi nascosto al Largo Corpo di Napoli, a due passi dalla statua del dio Nilo. Pochi metri quadri saturi di forme e colori incastrati in un artistico sovrapporsi di epoche. Di origini trecentesche, la cappella fu infatti ristrutturata nel 1515 per volere di Ettore Pignatelli, futuro viceré di Sicilia, ed ospita i sepolcri rinascimentali di due importanti componenti della nobile famiglia, Carlo e Caterina. Nel 1736 il luogo sacro assunse invece il suo attuale volto barocco.
«Splendori d’altri tempi che però nella seconda metà del secolo scorso sono stati mortificati», dichiara Fabio Pignatelli, che insieme al fratello Giovanni ha fortemente sostenuto il recupero del sito. «Mio nonno è stato l’ultimo amministratore della famiglia fino al 1943. In seguito la gestione era stata affidata a persone che non si dimostrarono interessate alla tutela del bene. Negli anni Settanta – aggiunge Pignatelli – si consentì l’insediamento di un sediario per rimediare allo stato di abbandono della cappella. Purtroppo le persone autorizzate al deposito del materiale ne accelerarono il degrado».
In quegli anni furono rubate importanti opere, lastre di marmo e arredi sacri. L’altare spogliato di tutto e fracassato. Addirittura pare che la notte gli operai avessero l’abitudine di accendere fuochi per riscaldarsi, rovinando gravemente il pavimento. «I primi interventi strutturali sono cominciati nel 1999 – spiega Pierluigi Leone de Castris, coordinatore scientifico dei lavori. – Ma solo nel 2014, con i fondi Unesco abbiamo potuto cominciare il recupero del bene artistico, partendo dalla cupola decorata fino alla delicata pavimentazione in marmo e cotto maiolicato». Durante il restauro è stato anche ritrovato, dietro l’altare, un affresco cinquecentesco che raffigura la deposizione.
«E’ un vero scrigno d’arte che torna alla città – precisa il rettore del Suor Orsola, Lucio D’Alessandro – e che ospiterà convegni, esposizioni, uno spazio info sul centro storico, attività musicali e scientifiche dell’ateneo». Un programma di attività quotidiane che non lasceranno più vuota la piccola cappella.



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