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NAPOLI - La propaganda sulle rovine
TOMASO MONTANARI
07 gennaio 2016 la Repubblica

PASQUALE Belfiore crede di intravedere due «elementi di contraddizione» nel mio intervento sulla chiamata di Massimo Osanna alla Federico II. Il primo riguarda l'uso propagandistico della ripartenza di Pompei fatto da Renzi. Cosa dovrebbe fare Renzi, si chiede Belfiore, «tacere? Parlarne comunque male anche contro l'evidenza? ». Parlare e fare propaganda non sono (ancora) sinonimi. La svolta di Pompei è merito del Governo Letta e dell'allora ministro Massimo Bray. Basterebbe questo a rendere abusivo il trionfalismo dell'attuale governo. Che si è limitato a non far danni – una volta tanto. Ma quel trionfalismo non è solo abusivo: è anche infondato. Perché la ripartenza di Pompei è un segnale di speranza, non un risultato raggiunto.

L'ex sottosegretario ai Beni culturali Roberto Cecchi, che di Pompei è stato commissario, ha scritto una lettera al «Corriere della sera» in cui ridimensiona il successo dell'attuale gestione. Da chi aveva così clamorosamente fallito ci si aspetterebbe un decoroso silenzio, ma è innegabile che Cecchi abbia ragione rammentando che «gli interventi finora sono stati 14, quelli in corso 28. Se nel 2017 si arrivasse anche a farne 70, sarebbe solo meno del 5% del totale delle domus». Dati che rendono grottesca l'autocelebrazione di Renzi e Franceschini. E quando Cecchi scrive (in una replica alla risposta del soprintendente di Pompei Massimo Osanna) che «bisogna evitare di dare alibi a destra e a manca, alla politica in particolare, dicendo che tutto è a posto», egli impartisce una imbarazzante lezione di buon senso, e senso delle istituzioni. La propaganda appare smaccata quando si rammenti che per aprire le domus al centro del comizio di Renzi e Franceschini sono state chiuse altre domus (alcune delle quali molto ben conservate e importanti), poiché il personale è rimasto invariato. Dunque la risposta alla domanda di Belfiore è: il governo deve ancora lavorare moltissimo prima di poter provare a nascondersi dietro Pompei. Ora Renzi sta vendendo come una resurrezione il primo cenno di miglioramento di un malato gravissimo: ma la verità è che Pompei resta in prognosi riservata. E non ne uscirà a forza di telecamere e slogan.

Seconda questione. «L'università – scrive Belfiore – resta organismo democratico e non c'è presidente del Consiglio dei ministri o rettore che possa imporre una decisione o esautorare un Consiglio di Dipartimento». Sarebbe l'ora di smetterla con simili ipocrisie: l'università della Legge Gelmini non è più un organismo democratico. È una struttura verticistica pensata per archiviare l'autogoverno collegiale dei professori. Oggi un Consiglio di amministrazione (composto per un terzo o un quarto di esterni all'ateneo) può destinare a un dipartimento una cifra con vincolo di utilizzo per un settore scientifico disciplinare: cioè può imporre a quel dipartimento l'agenda culturale. Non basta. Il direttore del Dipartimento può chiamare il vincitore del concorso che ne scaturisce senza convocare e far votare il consiglio di Dipartimento. E – per la cronaca – entrambe queste cose sono successe nel caso che ha dato origine al presente dibattito. È un ordinamento che dà alle figure monocratiche apicali un potere quasi assoluto, che prima non avevano mai avuto. In questo modello, qualunque prossimità politica venga attribuita (a torto o a ragione) al monocrate di turno, essa stinge inevitabilmente sulle sue decisioni: specie su quelle prese in solitudine. Ma dopo le riforme elettorali e costituzionali di Matteo Renzi, ispirate allo stesso modello dell'uomo solo al comando, nessuno ci farà più caso. Tranne qualche professore gufo: antirenziano per partito preso, ovviamente.





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