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LA DELEGITTIMAZIONE DEI RUOLI SOCIALI
MASSIMO CORSALE VINCENZO MORGERA
06 gennaio 2016 LA REPUBBLICA





PER molti anni abbiamo ritenuto di vivere nell'era della secolarizzazione, e molti di noi ci siamo compiaciuti del fatto che ciò sembrava consentire a ognuno di decidere liberamente se aderire a una confessione religiosa oppure no, e se sì, a quale.

Il modello cui pensavamo era una società aperta, che permetteva a tutti di dialogare laicamente con chiunque a prescindere dalle rispettive appartenenze sociali, culturali, religiose, linguistiche. Naturalmente questo modello liberale era più un'aspirazione che una realtà: mentre infatti tanti di noi lo vagheggiavamo, quello che procedeva nei fatti era un sistematico svuotamento dall'interno di valori tradizionali, modelli culturali condivisi, idealità aggreganti.

Abbiamo cominciato con l'aggredire il concetto di autorità: giustamente, se si fosse trattato solo di spazzar via l'autoritarismo per fare spazio all'autorevolezza, al dialogo ragionato.

Invece abbiamo delegittimato il concetto stesso di autorità, e quindi i ruoli di coloro che avevano la responsabilità di educare le nuove generazioni: genitori, insegnanti, sacerdoti.

Abbiamo quindi dimenticato che sapersi sottomettere consapevolmente a un'autorità legittima è condizione indispensabile perché poi si sia in grado di elaborare decisioni autonome e anche di contrapporvisi responsabilmente.

Per la verità in quest'opera di demolizione ci ha aiutato anche chi ha proclamato che "l'obbedienza non è più una virtù", mentre fior di intellettuali più o meno "progressisti" ridicolizzavano il ruolo di professori e genitori, per non parlare degli altri educatori.

Abbiamo guardato in maniera sprezzante i "cattolici", a meno che non fossero iconoclasti ancor più radicali di noi.

Abbiamo precluso ogni possibile riferimento a una solidarietà nazionale, in quanto non siamo riusciti a costruire una forte identità nazionale.

Abbiamo distrutto l'immagine paterna e ridicolizzato gli uomini come "maschietti", ma poi anche ridimensionato il vecchio "istinto di maternità": insomma abbiamo affossato i ruoli sessuali tradizionali, ma nessuno sembra si sia posto il problema di inventarne di nuovi.

Limitarsi a smantellare significa lasciare tutto lo spazio al cinismo: non c'è nulla che valga, di spirituale, e quindi non resta che la materia, ossia il denaro e tutto ciò che procura un godimento immediato. Paradossalmente questo si traduce spesso in scelte suicide (droga, vita da killer), che appaiono contrarie al comune buon senso ma diventano consequenziali nella logica del godimento immediato e della svalutazione del futuro: meglio un giorno da leoni … Ma in fatto di cinismo che differenza c'è, dal punto di vista etico, tra il ragazzo marginale che sceglie di fare il pusher o addirittura il killer su una bella moto, e il borghese (piccolo o grande) che sceglie di corrompere o di farsi corrompere, di frodare l'Inps o la Asl o chiunque altro?

È vero che i primi giocano con la vita degli altri, ma mettono in gioco anche la propria: sono solo più radicali, conseguenti e coraggiosi.

Non possiamo contrapporre loro solo una legalità svuotata di valori condivisi, ridotta a semplice minaccia di una punizione, peraltro del tutto aleatoria e indeterminata. La legge penale non è affatto il "minimo etico" (come recitava un'antica dottrina): al contrario per funzionare deve essere la faccia esterna di un'etica sociale che pervade in profondità.

In questa situazione, il lavoro da fare è di lunga, lunghissima lena: dovrebbe coinvolgere l'intera società e in primo luogo le sue istanze culturalmente più creative: scienziati, intellettuali, insegnanti, operatori sociali e culturali, giuristi, artisti, sacerdoti ed esponenti delle diverse confessioni religiose, politici, imprenditori e manager, sindacalisti.

Nessuno però dovrebbe sgomitare per conquistare più audience per la propria categoria , ma al contrario tutti dovrebbero convergere nello sforzo di individuare modelli positivi ed esempi concreti da proporre alla collettività, impegnandosi ciascuno con i propri strumenti a mobilitare l'opinione pubblica su questi temi.

Nel frattempo occorrerebbe valorizzare, riprodurre e mettere in rete le non poche esperienze positive di educazione e recupero che si vengono compiendo nelle scuole, nel privato-sociale, nelle parrocchie e in altri luoghi di culto, nelle carceri, nei musei e nelle università, spesso suggerite o addirittura finanziate da imprenditori e manager illuminati. Esistono ad esempio imprese come Whirpool – Indesit , Manfrotto che investono nella promozione umana sostenendo i progetti di recupero delle Comunità Jonathan e Oliver che ospitano minori e giovani dell'area penale: lo fanno per sviluppare orgoglio professionale e di appartenenza tra i propri dipendenti, ma principalmente lo fanno perché sono consapevoli che non esiste sviluppo economico se non è accompagnato da uno sviluppo sociale e culturale dei territori dove operano. E già questo è un passo significativo verso una crescita morale della società tutta. Ma direi che questo è soprattutto indice di un importante recupero dell'auto-percezione dell'azienda come attore sociale universalistico, quali sono stati i fondatori della società moderna ma anche, in Italia, alcuni dei motori del "miracolo economico" come Olivetti, Mattei, Marzotto, Merloni.

Ma esistono anche esperienze innovative nel campo delle istituzioni pubbliche del controllo sociale. Possiamo pensare per esempio all'iniziativa del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria e del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, Cafiero de Raho, di sospendere la potestà genitoriale dei condannati per mafia e di affidare i loro figli minorenni a comunità di recupero. In tal modo si spezza il circuito perverso della trasmissione di modelli culturali criminali, e si responsabilizzano i settori "creativi" della società a elaborare, magari insieme agli stessi ragazzi coinvolti, modelli nuovi e positivi.

È da esperienze come queste che possono venire le suggestioni più penetranti per il lavoro collettivo in prospettiva.

Gli autori fanno parte della associazione Jonathan





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