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Firenze, teatro Niccolini. Noi, gli artigiani dell’impresa «Che spavento la prima volta»
Edoardo Semmola
Corriere Fiorentino 9/1/2016

Dai muratori al bronzista: i protagonisti di una rinascita durata nove anni

«Sinceramente? Quando ho visto il palcoscenico per la prima volta, ho rischiato seriamente l’infarto». Eppure Stefano Orbetti alle sfide difficili era più che abituato, ma in 25 anni la sua azienda, la Paparini di Lastra a Signa, un’impresa come quella che si è trovato davanti con il Teatro Niccolini non l’aveva mai affrontata: platea, arco scenico, stucchi, tutti i decori «calco dopo calco, fregio dopo fregio, ricostruendo tutto nei minimi particolari». Una reazione simile a quella che ha avuto Nicola Rizzo di Prato, che con il figlio Salvatore ha curato tutto il comparto edile: «Murature, cartongesso, imbiancature, avete idea di cosa voglia dire consolidare in fibra di carbonio tutto il soffitto in legno del Settecento, nascondendo alla vista qualsiasi elemento di modernità, in modo che sembrasse tutto esattamente com’era tre secoli fa ma con gli standard di sicurezza di oggi? Tutto quello che vedete a occhio nudo è originale; tutto quello che non vedete è alta tecnologia di ultimissima generazione, in fibra di carbonio». Loro, i Rizzo, siciliani trapiantati a Prato, sono «l’impresa edile di fiducia di Pagliai da 20 anni, abbiamo restaurato sia la sua villa privata che la nuova sede della sua casa editrice, Polistampa». Poi è stata la volta di Simone Vannucchi, artigiano del tessile di via Pisana appassionato di immersioni, che nel Niccolini si è tuffato a capofitto per mesi: «Ho trovato delle macerie, sono uscito con dei gioielli — sorride — come riuscire a far girare il sipario nuovo sui marchingegni, gli argani e i contrappesi di trecento anni fa». E ancora Costantino Pruteanu, artigiano rumeno con bottega in via Baccio da Montelupo, la Prutyparquet, che ha «tolto uno a uno 360 chiodi dal palcoscenico, rovinato da decenni di “botte”, con il legno tutto torto, in tre mesi immolati alla santa pazienza».
Botteghe. Tutte botteghe artigiane, settore per settore. Mauro Pagliai, l’editore che ha acquistato l’antico teatro di via Ricasoli e che ha passato gli ultimi nove anni a restaurarlo, lavora così. «Non si affida a una mega ditta a cui dare tutto il lavoro, preferisce lavorare come se si trattasse della sua casa privata, scegliendo uno a uno tanti diversi artigiani, di fiducia. E anch’io ho sposato questa filosofia, con piacere» spiega André Benaim, l’architetto che con i soci Massimiliano Arnone e Federico Biasci ha curato tutti i lavori. Benaim per il Niccolini ha più di una passione, quasi una fissazione che lo accompagna da 35 anni: «Ci ho fatto la tesi di laurea ad Architettura qui a Firenze, sul Niccolini — racconta Benaim — Ci penso da 35 anni e nel 1985 ho condotto un primo, ma molto più piccolo restauro, tanto per dare una rinfrescata. Poi accadde quell’incidente al Teatro Statuto di Torino che andò a fuoco e le nuove norme ci costrinsero a eliminare tutte le caldaie e carbone, modificando drasticamente tutti gli impianti, i bagni e i marmi». Benaim lavorava come scenografo per Il ritorno a casa di Hardol Pinter per la regia da Carlo Cecchi che dirigeva il teatro: «Visto che già ero lì — ricorda l’architetto-scenografo — feci anche il restauro».
Segni del destino: «Vent’anni fa parlando con un allora giovanissimo musicista Dario Nardella ancora ben lontano dal diventare una personalità politica importante, si ragionava del fatto che il Niccolini dovesse diventare uno dei principali punti di riferimento teatrali anche diurni della città, con il Goldoni da una parte e il Capitol dall’altra — prosegue André Benaim che dei 60 anni vissuti, ben 35 li ha dedicati al Niccolini — Beh, possiamo dire che oggi iniziamo ad avvicinarci a quell’idea». L’elettricista a Rovezzano, AGEsse; il meccanico, Nuova Icat, a Ponte a Ema; il falegname per porte e finestre è di Panzano in Chianti, Badii e Cappelletti; la vetreria, Inglass, è di Santa Croce sull’Arno e il marmista è del Mugello. Il bronzista ha la bottega in via della Fonderia da mezzo secolo: «Abbiamo rifatto i parapetti di sana pianta, lucidato tutti gli ottoni che si erano talmente ossidati che ormai erano neri — racconta Cristiano Ciulli, titolare insieme al padre Roberto — I candelieri nella scala centrale, in ghisa e bronzo, li abbiamo tutti coperti d’oro vero. Sono stati sei mesi duri, abbiamo finito di consegnare l’ultimo pezzo solo oggi (ieri, ndr)».
Il restauro è stato diviso in due lotti: il primo, da nove a cinque anni fa, si è concentrato sulla facciata e il tetto. Poi una pausa di tre anni. E nell’ultimo anno e sette mesi è stato compiuto tutto il resto, compresi gli impianti e il foyer con la biglietteria dove prima c’erano due negozi.



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