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Il vero e il falso van Dyck cronaca letteraria di un intrigo internazionale
08 gennaio 2016 LA REPUBBLICA

Lo storico dell'arte Carlo Titomanlio ricostruisce la spy-story su una tela del pittore, acquistata negli anni Settanta da un ex operaio italiano

La scena madre è quella dei primi anni Settanta: nello studio di un raffinato e molto cosmopolita antiquario londinese entra un non più giovanissimo e non molto esperto commerciante d'arte toscano di umilissime origini; uno che dopo essere stato buttato fuori dalla scuola media, ha fatto per anni l'operaio. Lo sguardo dell'ex operaio, accompagnato da uno chaperon napoletano conosciuto in un bar di Firenze, cade su un quadro del Seicento. È come se fosse una folgorazione. Lo vuole comprare. Il mercante londinese glielo vende per una somma ridicola, 1.200 sterline; ben sapendo che quel quadro potrebbe valere molto, ma molto di più. E infatti l'autore del dipinto con ogni probabilità è Antoon van Dyck, e sempre con ogni probabilità si tratta di La continenza di Scipione, una tela che raffigura il condottiero romano mentre restituisce una schiava vergine cartaginese al suo fidanzato. Ma c'è un problema: un omonimo quadro, ma diverso, è già esposto e da anni al Christ Church College a Oxford. Ma allora, qual è il vero van Dyck?

Parte da questa domanda il libro, una sorta di docufiction di Carlo Titomanlio, giovane storico dell'arte, intitolato Non gli ho detto del quadro di Oxford, pubblicato da La casa Usher. Il romanzo, costruito come un thriller, ma con delle vere e utili lezioni sulle tecniche pittoriche dell'epoca, racconta la vicenda dell'ex operaio, e soprattutto getta uno sguardo ironico e impietoso sul mondo dei curatori e degli storici dell'arte. I nomi, nel testo, sono finti, pur corrispondendo ai personaggi reali. E non è il caso di riassumere qui il romanzo.

Anche perché il protagonista vero — si chiama Angiolo Magnelli — si presta volentieri a raccontare la sua affascinante versione dei fatti. Eccolo dunque, un signore ottantenne, distinto, vestito marrone elegante-casual, foulard al collo, il fare da un uomo di mondo, che seduto in un caffè fiorentino, spiega come lui, per provare che il suo fosse il vero van Dyck che narrava le gesta di Scipione, abbia dovuto mettersi a studiare sul serio. Come sia diventato anche lui un po' uno storico dell'arte, dopo oltre quarant'anni di frequentazioni delle biblioteche e degli accademici; come decisivo fu l'aiuto di Salvatore Settis e di un suo articolo uscito a suo tempo su Repubblica. È molto fiero di se stesso, il signor Angiolo, e non si lamenta (anche se potrebbe) di una certa opacità e propensione all'intrigo (la storia è tutta nel romanzo, appunto) dell'ambiente degli storici e curatori d'arte italiani. Ce l'ha il signor Magnelli con l'ambiente britannico invece, perché è lì, nel milieu di Anthony Blunt, il curatore di Buckingham Palace e spia sovietica, scomparso nel 1983, che sarebbe stata attribuita una tela di Rubens, e che ha per soggetto Alessandro Macedone, a van Dyck. E l'establishment inglese sarebbe troppo spocchioso per ammettere l'errore. E qui si torna all'inizio della storia: conosceva invece la verità, il mercante londinese? Probabilmente sì. Avrebbe venduto quel quadro al fiorentino non ancora esperto, perché ne intuì la capacità di andare fino in fondo in quella vicenda. In realtà, il cosmopolita londinese era per certi versi un marginale e nel provinciale toscano avrebbe intravisto un erede ideale.

* IL LIBRO Non gli ho detto del quadro di Oxford di Carlo Titomanlio ( La casa Usher, pagg. 295, euro 17)

Wlodek Goldkorn



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