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Reggia di Caserta, un simbolo tornato alla città e alla cultura
Michele Trimarchi
Corriere del Mezzogiorno 17/1/2016

Le buone notizie meritano attenzione. E chiedono ragionamenti, soprattutto in un Paese lungamente incline a dividersi in entusiasti e scettici, guelfi e ghibellini.

Negli stessi giorni in cui la dolorosa evidenza del disastro costruito accuratamente nella Terra dei fuochi emerge per l’ennesima volta in tutta la sua cupezza, a pochi chilometri di distanza ci si può prendere una meritata pausa di compiacimento: la Reggia di Caserta visitata ieri mattina dal premier Matteo Renzi, rimescola le proprie carte istituzionali, lasciando finalmente che la cultura ne assorba tutti gli spazi monumentali e dando l’addio agli insediamenti militari (la Scuola per gli specialisti dell’Aeronautica militare) e burocratici (la Scuola Nazionale dell’Amministrazione). Per una di quelle felici coincidenze che forse tanto casuali non sono, proprio qualche giorno fa i dati sulla domanda di visite museali in Italia hanno confermato un forte posizionamento della Reggia, secondo monumento in Italia, e un incremento sensibile della domanda, il che è sempre confortante a dimostrare che la società ha bisogno e desiderio di cultura in barba agli scettici che si ostinano a dipingerla come ignorante, frettolosa e superficiale. La stessa struttura della Reggia, basata sulla teatralità barocca e sui trucchi del «forzare la natura» che invitano alla contemplazione, si offre per un uso saggio del tempo che possa scorrere morbido evitando la concitazione dei turisti di massa. Ogni buona notizia va interpretata. Proprio qualche mese fa la Reggia era stata al centro dell’attenzione – in buona e numerosa compagnia – per avere un nuovo direttore grazie al tanto discusso bando internazionale. È chiaro che in pochi mesi non si può fare alcun miracolo: lo stesso Mauro Felicori riconosce di aver raccolto un testimone e schiva correttamente facili attribuzioni di meriti. Tuttavia gli si deve accreditare un nuovo entusiasmo, un’alacre operosità nel rafforzare e consolidare le connessioni tra la Reggia e la città (soprattutto, la comunità territoriale), rendendo anche per questa via più intenso l’interesse dei visitatori che vengono da fuori. Dopo molti decenni di visite culturali considerate quasi un obbligo morale (tuttora lo slogan «da non perdere» è usato per invitare a musei, teatri e altre manifestazioni che con tutta evidenza subiscono l’ossessione dimensionale), finalmente si comincia a comprendere che il desiderio di cultura discende dalla nostra urgenza di capire chi siamo, di guardarci allo specchio in modo critico, di trarre suggestioni utili per i nostri programmi di vita quotidiana. La Reggia più grande del mondo, quasi un lascito della filosofia barocca che ridisegna in modo giocoso e denso il nostro rapporto con la natura, risponde alla domanda di visione strategica quasi più che al semplice piacere della bellezza. Come lo stesso Felicori ha dichiarato, all’uscita dei dati – più che confortanti, in ogni caso – sulle visite registrate nel 2015, «siamo compiaciuti, ma non appagati». Correttamente, un andamento positivo dei flussi di visitatori induce a non adagiarsi sul risultato ma a spingerne in avanti l’effetto comunque positivo. La cultura non è più un oggetto da collezionisti da conservare gelosamente, ma uno snodo sul quale è opportuno costruire un dialogo fitto e intenso che fertilizzi intuizioni e conoscenza. In concreto, vanno potenziati gli investimenti, facilitati i processi gestionali, incentivate le connessioni con il resto del mondo. E’ quanto chiede la società contemporanea, rapida, versatile e visionaria.



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