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Firenze. Vent’anni per San Marco
Valeria Ronzani
Corriere Fiorentino 17/1/2016

È sempre un trauma lasciare repentinamente la casa che si è gestita per 23 anni. Magnolia Scudieri, dal 1992 direttore del Museo di San Marco, giubilata dal Ministero a sei mesi dalla pensione, ostenta pacatezza. Al suo posto Marilena Tamassia, precedentemente responsabile del Gabinetto fotografico della Soprintendenza. Il trauma lo deduciamo noi, lei si limita a notare che le sarebbe piaciuto sfruttare i sei mesi per il passaggio delle consegne. Ma, alla luce delle scelte sulle nuove nomine dirigenziali, le priorità paiono altre. A lei resta l’altro incarico, quello di responsabile dell’Ufficio e Laboratorio Restauri del Polo Museale, prima Fiorentino, ora, post riforma, Regionale.
Impegnata al momento nei preparativi del trasloco alla nuova sede in Boboli, ebbe i riflettori su di sé per una lettera aperta al ministro Dario Franceschini del 21 luglio 2014, alla vigilia della riforma, pubblicata sul Giornale dell’arte . «Ho scritto quello in cui credevo e che ritenevo giusto — ci dice — Chiedevo di riflettere sullo smembramento del Polo museale fiorentino, che avrebbe goduto di più nel restare unito come unite sono le sue collezioni. Tutte dello stesso ceppo e di comuni sedimentazioni storiche. È difficile operare tagli su collezioni nate così, e dal punto di vista amministrativo non sono passaggi indolori». Si sottolineava inoltre come i musei fiorentini non fossero luoghi ingessati e si indicava pure il grave problema della carenza di risorse umane. Come è finita si sa i risultati solo il tempo saprà consegnarceli.
Sul non ingessamento la stessa Scudieri è stata attore in causa, visto che dal 1992 a oggi di strada a San Marco né è stata fatta tanta. Senza esibizionismo, ma aprendo le porte perfino ai linguaggi della contemporaneità, vedi la bellissima installazione di Paolo Masi in occasione del decennale di «Base» nel 2010, o la recente ospitalità alla danza di Virgilio Sieni nella magia della biblioteca michelozziana.
San Marco è uno dei più suggestivi musei fiorentini, un unicum che è riuscito quasi incredibilmente a preservare intatta l’atmosfera di quel convento domenicano che tanto peso ha avuto nella storia cittadina (basti un nome: Girolamo Savonarola). Non solo le celle affrescate dall’Angelico, ma anche la biblioteca, recentemente restaurata, di Michelozzo, e una parte museale che espone, oltre ad altri dipinti dell’Angelico, opere di artisti come Fra’ Bartolomeo, Mariotto Albertinelli, Paolo Uccello o Benozzo Gozzoli. Una vera immersione nella storia e nella spiritualità che ancora trasuda da quei muri, senza che la pressione turistica ne abbia svilito l’identità. «Guidare un museo non è un lavoro come gli altri, lo fai per amore, ti muove una grande passione. È un po’ come fare il direttore di una grande casa, bisogna avere attenzione a ogni cosa, dal bagno che non funziona alla lampadina da cambiare. Certo, appoggiandosi a tecnici ben preparati. Il direttore è qualcuno che tira i fili di tutto, è un lavoro gestionale. Il dolore è che questo non è stato capito. 33 anni di vita qui dentro, sono arrivata a San Marco nel 1982 come ispettore, avrei avuto piacere di trasmetterli a qualcuno che mi avesse potuto affiancare prima di sostituirmi, come è avvenuto a me con il direttore che mi ha preceduto». Così, alla domanda di cosa va più fiera, risponde citando fatti concreti: «Vado fiera di aver attivato l’elargizione liberale di Friends of Florence per il restauro del Chiostro di Sant’Antonino, con affreschi significativi per la storia di Firenze, e del restauro dell’affresco della Sala capitolare, col suo riallestimento. Ma sono orgogliosissima anche degli interventi strutturali, così difficili da attuare in un edificio monumentale, come la realizzazione degli impianti di riscaldamento e di condizionamento, progettati con l’architetto Claudia Gerola. In Biblioteca è stato compiuto un restauro completo, inclusa la sostituzione del pavimento novecentesco con una nuova pavimentazione con materiale forgiato a mano, disposto secondo antiche formule disegnative». Sicurezza e funzionalità in un edificio monumentale si devono al pubblico e al personale, ma è intuibile la difficoltà dovuta ai vincoli dell’ambiente.
Ecco che al primo piano l’impianto di condizionamento è celato sopra le celle, mentre al terreno le macchine sono nascoste in un vano scavato in un’aiuola del giardino del Chiostro. Non basta, perché grazie a un accordo con l’Università si è attivato il monitoraggio delle capriate, dando inizio al loro restauro che, per non chiudere il museo, dovrà essere graduale, ogni anno qualcuna. Si dispiace, la Scudieri, di non essere lei ad accogliere il ritorno della Pala di San Marco dell’Angelico, dopo il restauro quasi terminato da parte dell’Opificio. Tanti i progetti in ponte, ma «il più importante è l’ampliamento negli spazi recentemente riacquisiti, inclusivi dell’antico terrazzo, chiuso nel ‘700, che fiancheggia la Biblioteca». Un recupero che permetterà la creazione di un nuovo spazio espositivo e un’uscita indipendente, con un ascensore e una scala. Notizia fresca, i fondi necessari sono stati riassegnati.



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