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FIRENZE - La Misericordia svela i suoi tesori
MARIA CRISTINA CARRATÙ
16 gennaio 2016 LA REPUBBLICA




LA CULTURA INAUGURA IL MUSEO MENTRE SI INVENTARIA L'ARCHIVIO

LA Misericordia apre dopo tre anni di lavori il suo nuovo museo in piazza Duomo dove in quattordici sale (prima erano tre) sono raccolti alcuni preziosi dipinti di Santi di Tito, Carlo Dolci, Benedetto da Maiano fino a Pietro Annigoni. Ma anche tanti oggetti che documentano secoli di assistenza a malati e poveri, dalle portantine e le "zane" fino alla prima ambulanza a motore del 1911. Nell'occasione "Repubblica" ha anche visitato l'Archivio della Misericordia stessa, un tesoro sconosciuto della città, che in questi giorni due tecnici della soprintendenza stanno inventariando per la prima volta, scoprendo documenti sorprendenti e pezzi di storia di Firenze.


È RIMASTO chiuso per secoli, fino al 2000, quando è divenuto accessibile su richiesta (e con difficoltà), «ma presto» assicura il Provveditore Andrea Ceccherini, «completato l'inventario, sarà aperto a tutti». E in effetti, «un uso solo interno di un patrimonio così importante per la storia del popolo di Firenze» come quello custodito nell'archivio della Misericordia di piazza del Duomo, è un vero controsenso. Dietro l'apparenza del retrobottega «abbiamo scoperto un tempio delle meraviglie», dice Barbara Affolter, una delle due professioniste della Soprintendenza archivistica incaricate di inventariare, per la prima volta, l'immenso materiale che racconta, "dal basso" la storia della Misericordia e, insieme, di Firenze. Ovvero, dal punto di vista "dei sottomessi, dei vinti, dei ‘soccorsi' dalla Confraternita", fondata nel 1244 per mettere in pratica il dettato evangelico: dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, visitare i malati, accogliere i pellegrini, seppellire i morti, e pregare per tutti, vivi e morti. «Con un'attenzione per le singole persone, a prescindere dal loro status, che ha fatto di Firenze la capitale della solidarietà ». Piccoli grandi atti, compiuti dai confratelli col volto nascosto dalla "buffa", ma meticolosamente annotati, con nomi di persone, località, circostanze, e consegnati a registri, filze, faldoni, elenchi, codici, "post-it" antelitteram: come la "polizzina", il foglietto su cui il testimone di un "caso" segnava l'accaduto, inviando poi un ragazzino a portarlo (di corsa) alla sede della Misericordia. Malati e contagiosi, feriti, assassinati, ubriachi, affogati in Arno, suicidi, donne violentate, picchiate, gettate dalla finestra, orfani da portare a balia, morti da seppellire se nessun altro provvede: i "casi" che emergono dall'archivio sono migliaia. Con in spalla la "zana", la cesta-zaino per il trasporto dei corpi sofferenti, o dei cadaveri, i fratelli, a piedi e solo a piedi, accorrono, caricano, ripartono alla volta degli ospedali (Santa Maria Nuova, San Bartolomeo), dei lazzaretti, dei cimiteri fuori dalle mura.

Secolo per secolo, parlano anche gli elenchi degli "ascritti" alla Misericordia, suddivisi per quartieri (S.Giovanni, S.Croce, S.Spirito, S.M.Novella), e dove, insieme a qualche nome illustre (Amerigo Vespucci), e a quelli dei molti che, nel tempo, donano alla Confraternita denaro e beni (fra gli altri, il sarto di Corte Lorenzo Gabbuggiani, che lascia alla Misericordia anche i suoi documenti personali con dentro campioni di stoffe francesi del ‘700), ne compaiono ben di più di sconosciuti, poveri e poverissimi, servi, contadini, e (altra rarità, dato il ruolo so- cialmente irrilevante del genere femminile) donne, serve, balie, fornaie, pollaiole, spedalinghe, come la Paschua pazza, o la serva Mea, e chissà quali Tingha e Tessa e Piera e Chaterina, che acquistavano così il diritto di "essere pregati" per sempre, prima da vivi, e poi da morti, e (finché non ci furono i registri parrocchiali) di avere un nome "scritto". Altro deposito di memoria, le accurate annotazioni di assistenze, benefici, sussidi, anche economici, elargiti dalla Confraternita, specie durante le pestilenze. Quando, mentre ricchi e nobili fuggivano in campagna, i fratelli facevano di tutto: isolare i malati e tenere in quarantena i contagiati, seppellire i morti fra mille precauzioni e sfamare i sani rimasti senza sussidi, come la famiglia di Domenico Ghirlandaio, morto di peste nel 1494, e il cui fratello David chiede alla Misericordia soldi per i nipoti. Nei documenti, anche le minuzie: un appello scritto da mano incerta, forse di nascosto, su una copertina: "amico mio giuliano vi prego mandate una materassa ch'io non ho dove dormire"; il racconto di come un cadavere, trovato in terra in luogo improprio, fu prima disseppellito e riseppellito, e quindi di nuovo dissotterrato nel dubbio che fosse vittima del "morbo". Come infatti era, primo morto della peste del 1522 che durò fino al 1528: "qui finisce peste Dio me ne guardi", indica, in fondo a un registro, una minuscola mano stilizzata accanto alla data. Intanto, la "zana" lascia il posto alle lettighe, ma ancora agli inizi del XX secolo i confratelli si muovono solo a piedi.

Il primo "autocarro lettiga a motore" arriva solo nel 1911, tramite colletta (fra i sottoscrittori, Aci e Comunità israelitica), allestito ad hoc con chassis acquistato dalla Fiat (è rimasto il catalogo). E che ora bisogna guidare senza causare incidenti. Ma, dicono gli archivi annotando i difficili tentativi di trovare uno chauffeur, non sarà per niente facile.





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