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Alla scoperta dell'Egizio con una guida speciale Il cicerone è il direttore
MARINA PAGLIERI
16 gennaio 2016 LA REPUBBLICA




«OSIRIDE, il re dei morti, presiede il tribunale dell'aldilà: qui è illustrata la psicostasia, il momento in cui si pesa il cuore, l'anima del defunto». Il numero uno del Museo Egizio Christian Greco è davanti al papiro del Libro dei Morti, legge i geroglifici e li traduce direttamente in italiano, tra lo stupore dei presenti. È iniziata così, giovedì sera, la "Passeggiata con il direttore", la prima dell'anno nuovo dopo il successo delle precedenti, con il "padrone di casa" nella veste di cicerone. L'appuntamento, riservato a 25 persone, è nell'ipogeo: di lì si parte seguendo un percorso che ogni volta cambia: «Vi accompagno nelle sale storiche, poi saliremo al secondo piano, dalle sale predinastiche ai magazzini visitabili: vi farò capire come si scelgono gli oggetti, la differenza tra ciò che è nel percorso museale e ciò che resta nei depositi. Concluderemo la visita nella Tomba di Kha, scoperta 110 anni fa».

Ecco allora, nel piano sotterraneo, un racconto diviso in varie sale della storia del museo: «Si inizia da un unicum, accompagnato da una data di circa 400 anni fa: è la Mensa Isiaca, un pezzo straordinario rintracciato in Egitto, arrivato a Torino nel 1626: è allora che inizia l'egittomoania. Anche in quest'area si diffonde il culto di Iside: nella non lontana Industria le è stato dedicato un tempio». È l'occasione per annunciare la prima mostra temporanea del nuovo museo, che prenderà il via il 4 marzo: sarà dedicata all'attenzione del mondo antico romano per l'Egitto, dall'Iliade a Pompei, alla diffusione dei miti d'oriente, tra cui Iside.

Si prosegue con le altre pietre miliari dell'egittologia sabauda: dalla scultura ancora di Iside trovata da Vitaliano Donati nel 1759, utile per spiegare la Mensa Isiaca, all'incontro di Carlo Vidua con Bernardino Drovetti ad Alessandria, punto di partenza per l'acquisto della collezione da parte di Carlo Felice di Savoia, nel 1824. In una sala si è ricreata l'atmosfera del museo ottocentesco (ben illustrata dal dipinto di Lorenzo Delleani, dato in comodato dalla Gam), lì c'è il famoso Papiro di Torino, con la cronologia dei sovrani. Si arriva al 1894, quando arriva a Torino Ernesto Schiaparelli, uno dei padri nobili del museo. «Una cosa ci accomuna: entrambi siamo diventati direttori dell'Egizio a 38 anni — scherza Greco — Per avere un'idea della sua grandezza, vi posso dire che se la collezione di Drovetti aveva 5600 pezzi, Schiaparelli ne porta qui 35 mila. Lui va in Egitto, fonda la Missione Archeologica Italiana, scava a Memphi, Tebe, Luxor, Deir Er Medina, dove trova, nel 1906, la Tomba di Kha, completamente intatta, ricca di 550 reperti. Lascia 14 mila lastre fotografiche, ancora da studiare e scansire: questo sarà un nostro futuro impegno». Tra le prossime avventure, dice Greco, c'è anche un progetto di "archeologia comparativa", in cui si chiederà l'aiuto del pubblico.

Con la scala mobile si approda al 2° piano, dove sono allestite le collezioni predinastiche. Il pubblico, attento e silenzioso, quasi intimidito, arriva di fronte alla mummia più antica, di cui esiste la gemella al British Museum. Il direttore spiega il suo punto di vista sulla "visione" dei resti umani: «Non potevamo pensare di omettere le mummie, i sarcofagi se no che cosa ci stavano a fare? Le abbiamo però indicate ogni volta con un apposito segnale, per rispetto di chi non è d'accordo a mostrarle». Si sale poi nel soppalco, dove da poco si sono aperti gli armadi con i pezzi di "cultura materiale" conservati nei depositi: «Vedete — dice, guidando gli occhi dei visitatori — qui i reperti sono tantissimi, per ora 9 mila, ma aumenteranno ancora. Il percorso di visita invece ne comprende "solo" 3.500, secondo il concetto che "less is more"». Ma c'è un perché: «Volevamo spiegare, nei magazzini visitabili, la serialità insita nella produzione degli antichi egizi, che creavano grandi quantità di pezzi e poi li assemblavano ». Un esempio per tutti sono gli "ushebty", le statuette dei servitori che seguivano il defunto per aiutarlo nei lavori da compiere nell'aldilà: sono tantissime, affollano intere vetrine.

Esercita un grande fascino la Tomba di Iti e Neferu, che è stata "ricontestualizzata", con tanto di fotografie originali scattate nel 1992 dall'egittologo Sergio Donadoni. Il direttore illustra i dipinti alle pareti della cappella n.6, ottimamente conservata: «È un'arte non idealizzata: per gli antichi egizi bisognava rendere tutto visibile, si passa dal realismo più crudo alla dolcezza, come si vede nella scena in cui una giumenta ha appena partorito il suo piccolo».

Il pubblico ascolta rapito, poche le domande: prevale il desiderio di ascoltare. L'ultimo tragitto porta al primo piano, alla Tomba di Kha: si parte dal video in 3D che ricostruisce l'impresa di Schiaparelli, che apre una porta e si trova in uno spazio chiuso da 3 mila anni, in cui tutto si è mantenuto come era. Sono gli oggetti che si vedono in quella sala, sarcofagi e statue, maschere funerarie, scatole, persino il bauletto per i trucchi della moglie Merit, unguenti, resti alimentari. Sono tutti illustrati nelle didascalie, che il museo ha scelto di presentare in tre lingue, italiano, inglese e arabo (il prossimo passo, annuncia Greco, sarà la realizzazione del catalogo del museo in lingua araba). «La Tomba di Kha è uno scrigno cristallizzato dell'antichità», conclude il direttore. E la visita finisce, con un lungo applauso.




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