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L'Alba che rischiamo di non vedere più
Mimmo Frassineti
Il Venerdì di Repubblica 8/11/2002

La «Patrimonio Spa» ormai sappiamo cos'è: la legge di Tremonti per vendere beni dello Stato, Ma com'è finita
in quell'elenco un'antica città romana? Benvenuti ad Alba Fucens, Abruzzo.


Vi piacerebbe comprare una città romana con il foro, la basilica, le terme, le tabernae affacciate sul decumano, le case pavimentate con mosaici bianchi e neri, un anfiteatro da settemila posti e un santuario dedicato a Èrcole? Se questo è il vostro sogno non è detto che sia irrealizzabile. Ringraziate, naturalmente, il governo Berlusconi, e la famigerata «Patrimonio dello Stato» Spa, la società escogitata dal ministero del Tesoro di Giulio Tremonti per far arrivar denaro contante nella casse dello Stato, e che prende vita proprio in questi giorni. Lo ricordate quel passaggio incriminato? «Possono essere trasferiti diritti pieni o parziali sui beni immobili facenti parte del patrimonio dello Stato, sui beni del Demanio dello Stato, ecc.». La
traduzione è semplice: lo Stato potrà, in parole povere, mettere in vendita i suoi beni.
Un primo elenco, 870 pagine a firmadell'Agenzia del Demanio, allegato alla Gazzetta ufficiale del 6 agosto, riporta, con tanto di prezzo, 3.196 immobili, divisi in 25.830 subparticelle catastali: palazzi, caserme, carceri, isole, spiagge, stazioni, torri, vie ferrate, parchi, fontanili, oasi del Wwf, corsi d'acqua a regime fluviale o torrentizio, siti archeologici, fari, castelli, cimiteri. E qui c'è anche Alba Fucens, una città romana nel cuore della Marsica, fondata nel 303 avanti Cristo dopo le guerre sannitiche, che cinquant'anni di scavi e l'investimento di decine di miliardi di lire hanno riportato alla luce tra la piana del Fucino e il monte Velino. La stima è di 40.615 euro. Altri beni elencati non sono altrettanto accessibili: il carcere di Poggioreale a Napoli vale 81 milioni di euro, un tratto di ferrovia dismessa a Bitetto (Bari) 94 mila. Immediate e sferzanti, si sa, le reazioni dall'estero: «L'Italia vende la sua cultura» titola il Suddeutsche Zeitung. lì Welt e il Financial Times parlano di «Svendite italiane». Le smentite, ufficiose, assicurano che il tomo è solo un inventario, le stime convenzionali, e che nessuno vuole alienare i monumenti. Ma permangono i timori. Vittorio Parlati, il sindaco di Massa D'Albe, la città dove sorge il sito, scrive a Ciampi e a Berlusconi «in qualità di portavoce di tutta la popolazione marsicana, affinchè sia rivisto l'elenco dei beni da privatizzare cancellandone la nostra Alba Fucens». «Altrimenti», incalza, dopo che il suo appello è stato ignorato «me la compro io e poi la restituisco alla comunità». L'ipotetica messa all'asta lascia perplessa Anna Maria Sestieri, soprintendente archeologico dell'Abruzzo: «Quello dell'Agenzia del Demanio è un inventario acritico, del quale è pressoché impossibile valutare i contenuti.
Ho incaricato i miei funzionari di verificare tutte le cosiddette "subparticelle" per vedere di cosa effettivamente si tratti. Penso che non lo sappiano bene neppure gli autori del volume, il quale non meriterebbe menzione se non preludesse al passaggio dei beni alla Patrimonio Spa.
È proprio la Patrimonio Spa ad avere implicazioni inquietanti, anche se non tutto quello che va a finire lì dentro si vorrà o potrà vendere».
Ma c'è di più. «Per definizione, il patrimonio archeologico è, fra i beni culturali, il più "indifeso" e il più lontano da un'ottica di mercato», insiste la soprintendente. «Bisognerebbe vincolare i futuri proprietari a una manutenzione adeguata, la soprintendenza dovrebbe essere in grado di vigilare». Ma tutto questo la legge non lo prevede. E allora? E allora non resta che sperare: «In fondo», conclude l'esperta, «il patrimonio archeologico
difficilmente produce utili e non è detto che per Alba Fucens si trovi un acquirente».
Situato a mille metri d'altezza, tra erbe aromatiche, mandorli, noci, arbusti di ginepro e rovi di rosai il sito archeologico di Alba Fucens, la «perla d'Abruzzo», non coincide con una città attuale - come è avvenuto, per esempio, con Teramo o Chieti, altre città romane in Abruzzo – e quindi è tutta in vista. La parte ancora da scavare appartiene invece a terreno agricolo.
Dice Adele Campanelli, archeologa, responsabile degli scavi: «Vendere non significa rinunciare alla tutela. La legge è chiara: qui c'è il divieto di edificare dai 900 metri in su.
«Ma in un'area come la Marsica, con una forte emigrazione e gravi problemi
sociali, la valorizzazione del bene culturale diventa una priorità. Alba può e deve essere un motore di crescita culturale. E poi, scusate, l'educazione alla cultura non è tra i doveri dello Stato?». Solo in parte scavata, Alba Fucens ha restituito mosaici, affreschi, statue, monete, nonché oggetti come ex-voto, strumenti per la cosmesi, pesi da bilancia.
Nella mostra Effetto Alba Fucens, a Villa Torlonia di Avezzano, fino al 31 dicembre, questi materiali raccontano oggi la vita quotidiana di una città che ebbe un grande ruolo fra la tarda repubblica e gli inizi dell'età
imperiale.
«Ma Alba Fucens è molto più antica: non nasce con Roma», spiega Vincenzo d'Ercole, direttore del Museo di Preistoria dell'Abruzzo «Paludi di Celano». «La nascita risale al 3000 avanti Cristo, e molti studiosi confidano in Alba per capire come vivevano ed erano organizzate le popolazioni che si sono succedute in questo luogo: dalle prime fino agli Equi, un popolo che ha combattuto Roma e dato il suo contributo alla storia d'Italia».
Degli Equi sappiamo pochissimo. «E qui sta un altro problema. Alba Fucens era la loro capitale. E se davvero fosse venduta dubito che ricerche così mirate sarebbero possibili».
Ma davvero la vendita di un sito archeologico come questo sarebbe un affare? E poi: che cosa mai ci si potrebbe fare con un luogo del genere? Il direttore del Museo è chiaro: «Lasciamo anche perdere l'utilizzo più auspicabile, quello turistico culturale: già oggi Alba Fucens ospita più di 70 mila visitatori, il biglietto per ora è gratuito, ma se arrivassero i privati...». D'accordo: e gli altri utilizzi?
«Beh, chi vieterebbe a un privato di utilizzare questo scenario per organizzare ricevimenti, magari sfilate di moda, spot pubblicitari... Basterebbe soltanto 1'"affitto" per le cerimonie di matrimonio nella chiesa romanica di
San Pietro, proprio qui, annessa al sito. Una miniera d'oro, altroché. E a un'ora di macchina da Roma».



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