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LA COPERTA CORTA DELLA CULTURA
31 gennaio 2016 LA REPUBBLICA



QUANDO la coperta è corta è difficile contemperare tutte le istanze e occorre andare con i piedi di piombo, evitando di fare torti o urtare sensibilità. La franchezza con la quale Chiamparino sta affrontando il problema è un buon metodo col quale sanare una situazione non comune, in parte da lui ereditata. Con lo stesso realismo col quale ha pianificato il pagamento dei creditori, deve provvedere per il futuro allo sfoltimento di quella selva di organizzazioni che è stata artificiosamente e allegramente infittita negli anni delle vacche grasse che poi grasse non erano ma si fingeva di credere che lo fossero. L'operazione di chiusura del capitolo debiti entro tempi certi deve essere uno stimolo per avviare una pulizia con la consapevolezza che c'è cultura e cultura e che non si può far finta che non sia così e che si possa andare avanti convinti di essere «todos caballeros».

La lettura dell'elenco dei creditori aiuta in questa salutare distinzione dalla quale emerge che c'è stato un tempo in cui sono state messe in piedi organizzazioni poi catalogate genericamente come associazioni culturali ma che difficilmente potrebbero giustificare il ruolo che pretendono di assolvere. Com'è noto il nostro è un paese che non investe nella cultura quanto dovrebbe a differenza di ciò che accade in larga parte dell'Europa. E' questo un deficit che pesa enormemente e che sovente evidenzia la sua incapacità di sfruttare al meglio il patrimonio e le potenzialità culturali di cui dispone. Un'anomalia che risulta ancor più inspiegabile in presenza dei troppi rivoli di finanziamenti che vanno ad alimentare iniziative e enti che con la cultura non hanno niente a che vedere. Il fenomeno è presente anche in Piemonte sia pure in misura più limitata rispetto ad altre zone dell'Italia.

E' noto tuttavia che a Torino e nel resto della regione si contano diverse "eccellenze" culturali riconosciute anche a livello internazionale sulle quali occorre puntare, come si sta facendo da qualche tempo. Su queste non si deve lesinare destinando invece risorse a chi non ha titolo, dimenticando che musei, teatri, castelli, festival, manifestazioni culturali selezionate con rigidi criteri hanno un ritorno verificabile anche in termini economici. L'aumento costante del turismo e soprattutto la sua qualità hanno prodotto risultati e costituiscono un fattore di forza nel processo di radicale trasformazione del modello di sviluppo di Torino e del Piemonte. Non è vero che la cultura ha solo costi. Non è stato mai vero e lo è ancor meno oggi a meno che non ci sia qualche ragione per individuare un vantaggio nel dissipare danaro pubblico di cui, peraltro, non si dispone. «Quando il sole della cultura è basso i nani hanno l'aspetto di giganti» ammoniva Karl Kraus. Ma questo può andare bene a coloro che ritengono che la cultura possa essere uno strumento per perseguire interessi personali o raccattare consensi elettorali.

L'impegno di Chiamparino a saldare i debiti verso il mondo della cultura è apprezzabile. E lo sarà ancora di più se ad esso farà seguito una redifinizione del perimetro di questo mondo, dando un segnale di reale cambiamento rispetto a un passato di spese insensate e che, tutto sommato, hanno finito col creare zone grigie nelle quali le attività culturali serie rischiano di confondersi e annacquarsi. E' questo un percorso che richiede una certa dose di coraggio poiché si tratta di andare a toccare aree di privilegi e di interessi di gruppi o singoli che sono nate e prosperate nei meandri della vecchia politica. Il timore che questo possa avere un prezzo elettorale non dovrebbe costituire una remora perché alla fine pagherà e sarà facile dimostrare che i nani non possono diventare giganti.




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