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LUCCA - Il tesoro dimenticato dai lucchesi ma amato dai turisti
31 gennaio 2016 IL TIRRENO




LUCCA. Un anniversario (celebrato venerdì) di importanza globale, due figure mai abbastanza valorizzate, un’occasione persa per Lucca e una lezione da imparare per il futuro.

L’anniversario. Era il 29 gennaio 1886 - 130 anni fa - quando fu brevettato il primo veicolo alimentato da un motore a combustione interna. Era il Patent Motorwagen, da molti ribattezzato più semplicemente velocipede. Fu prodotto in Germania da Karl Benz. Era un triciclo, che assomigliava più a un calesse che a un’auto come siamo abituati a vedere, con una manopola al posto dello sterzo. Si narra che in quel veicolo il costruttore si fosse dimenticato di mettere un serbatoio, e che per il primo viaggio lo stesso Benz si facesse seguire dal figlio con una tanica di carburante per poter alimentare il motore. Probabilmente nessuno, vedendolo al debutto, aveva previsto che di lì a pochi decenni quel coso rumoroso e goffo avrebbe rivoluzionato non solo i trasporti, ma l’intera società.

Le radici lucchesi. L’anniversario nemmeno troppo indirettamente riguarda anche Lucca. Pochi sanno infatti che all’origine di quella rivoluzione vi erano due lucchesi , e se il destino non avesse giocato un tragico scherzo forse ci troveremmo a celebrare un anniversario non più tedesco bensì lucchese (e un po’ belga). Eugenio Barsanti e Felice Matteucci: questi i nomi dei due lucchesi (nato in Versilia il primo, dentro le Mura il secondo) che per primi molti anni prima (nel 1853) brevettarono il motore a combustione interna o, come viene comunemente chiamato, il motore a scoppio. Addirittura i due provarono l’avventura industriale, molti anni prima di Benz. Negli anni Sessanta del 1800 i Barsanti e Matteucci strinsero un accordo con un industriale belga per produrre e commercializzare il motore, che avrebbe potuto alimentare l’industria e, applicato a una carrozza, farla muovere senza bisogno di cavalli. Le premesse c’erano tutte ma alla fine, quando il progetto stava per decollare, Barsanti, a nemmeno 43 anni, morì di tifo ( una morte secondo alcuni storici che presenterebbe anche dei risvolti da approfondire ). Era il 1863 e Matteucci, rimasto solo, abbandonò l’impresa. Solo una quindicina di anni più tardi, torno a occuprasi di quel motore, quando, nel 1877, si aprì un’inutile battaglia legale sulla primogenitura dell’invenzione, con August Otto, che aveva depositato un brevetto (poi utilizzato da Benz) praticamente identico a quello della coppia lucchese. Matteucci, ormai stanco e malato, morirà nel 1887 nella villa di famiglia a Capannori. Aveva 79 anni.

Nicolò Eugenio Barsanti e Felice...
Nicolò Eugenio Barsanti e Felice Matteucci

L’occasione persa. Nessuno è profeta in patria recita l’adagio, e Barsanti e Matteucci sono la dimostrazione perfetta della validità di questo detto. Certo, ci sono strade e scuole a loro dedicate, ma, provando a chiedere per strada, probabilmente in pochi riescono ad associare quei due nomi all’auto che passa loro accanto in quel momento. A loro è stato dedicato un museo in via Sant’Andrea, a due passi, letteralmente, dalla torre Guinigi. Una struttura nata grazie al grande forza di volontà della Fondazione Barsanti e Matteucci, e che, anche per la sua posizione fortunata, potrebbe diventare un tesoro in più da offrire ai visitatori di Lucca. Invece le porte sono chiuse, e tali rimarranno, avverte un cartello sulla porta, sino al 29 febbraio quando, come spiega il presidente della Fondazione Pierluigi Lazzerini riaprirà nei fine settimana (al momento è comunque possibile fare delle visite prenotando al numero di telefono indicato sulla porta). Purtroppo non è possibile fare di più, le forze sono quelle che sono. Eppure quel museo piace ai turisti, perché quei due nomi sono famosi, anche se “non in patria”: «La stragrande maggioranza dei nostri visitatori sono stranieri – conferma Lazzerini – mentre tra gli italiani i lucchesi sono una minoranza». Ma anche tra i visitatori che potrebbero essere interessati questa potenzialità non viene sfruttata. Servirebbe più personale. La Fondazione, della quale fa parte anche il Comune, di impegno e volontà ne mette tanta, ma non può bastare. Servirebbe uno sforzo in più. L’anniversario della prima auto poteva essere un’occasione. È passata. Ma, tra un anno si celebra un altro 130° anniversario: quello della morte di Matteucci. C’è un anno di tempo per riuscire ad aprire quelle porte con più continuità.



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