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CHI GUADAGNA CON L'ARTE ITALIANA - Il grande business del "petrolio" nazionale
di ARIANNA DI CORI e ALICE GUSSONI
INCHIESTE - La Repubblica 3-2-2016

ROMA - Lo chiamano il “petrolio d’Italia”, le decine e decine di milioni di euro che i visitatori dei tesori artistici italiani, musei, pinacoteche, siti archelogici, pagano per i biglietti. Ma come accade per il petrolio, quello vero, anche qui a godere i frutti di questa ricchezza non è chi la possiede, lo Stato, ma chi ne ha avuto dei pezzi in concessione. Società, associazioni, apparentemente slegate fra loro, ma unite da scambi azionari e di amministratori. Su questa gestione la Corte dei Conti i suoi dubbi li ha già espressi, più volte, chiedendo lumi su contratti e appalti. Pochi, sempre gli stessi, si sono accaparrati la gestione delle biglietterie, dei book shop, delle caffetterie, dei cataloghi. E se la tengono ancora stretta, nonostante i contratti siano scaduti da tempo.

Dal Colosseo agli Uffizi, ovunque girino centinaia di migliaia di visitatori all’anno, si prendono una grande fetta degli incassi. Mani private sul tesoro culturale italiano. Ma non è tutto. C’è chi sospetta che dietro alcune norme della riforma Franceschini si nasconda la possibilità per queste imprese di entrare nei Consigli di Amministrazione dei musei maggiori in pianta stabile, di gestirne le scelte. Una privatizzazione vera e propria che potrebbe trovare applicazione a partire dal rinnovo delle concessioni che, assicurano al ministero dei Beni artistici e culturali, verranno messe presto a gara.

“Exit through the gift shop”. Il passaggio obbligatorio all'uscita di ogni museo tra bar librerie e negozi di souvenir è diventato l'ago della bilancia per la riuscita di una riforma, quella del ministro Franceschini, che promette di modificare una volta per tutte e per sempre il rapporto tra pubblico e privato. Una fetta importante dei guadagni passa di lì infatti, ma dal 1993 (quando la legge Ronchey aprì la porta ai privati) è stata spartita tra pochi eletti. Loro, i "privati del patrimonio", sono Civita Cultura, Electa, CoopCulture. Società che in questi anni si sono sostituite allo Stato nella gestione di biglietterie, servizi di prenotazione, ristoranti, audioguide, cataloghi, sicurezza e personale, con percentuali sugli incassi estremamente vantaggiose: oltre l'85% sui servizi aggiuntivi, il 30% sulla biglietteria, il 100% sulla prevendita.

La difesa dei concessionari. “In questo mercato non ci sono i guadagni sfrenati come si crede”, dice Albino Ruberti, nel doppio ruolo di amministratore delegato di Civita Cultura e di Zètema, società del Comune di Roma nominalmente concorrente di Civita Cultura. “I ricavi sono molti bassi e il modello in essere non offre possibilità di fare investimenti. Siamo solo dei concessionari che guadagnano sui biglietti e i servizi aggiuntivi, ma non possiamo decidere né il prezzo né una strategia di marketing”. Solo Civita Cultura, presente in 82 musei fra i quali spiccano gli Uffizi di Firenze, lo scorso anno ha fatturato circa 70 milioni di euro, ma il suo amministratore delegato insiste: "Quello attuale è un modello ibrido e noi non siamo stati dei partner, ma piuttosto quasi dei mecenati. A ogni investimento deve corrispondere un ritorno. Lo Stato deve mantenere il ruolo di proprietario e indirizzo e quindi di valorizzazione del patrimonio, chiedendo di più a noi in materia di investimento e know-how, ma dandoci anche un ruolo più attivo nelle scelte di marketing, di comunicazione, per darci la possibilità di un ritorno economico soddisfacente”. Dieci milioni, invece, il fatturato 2015 delle librerie museali (non solo quelle in concessione) di un altro colosso del settore, Electa. Come risponderebbe Rosanna Cappelli, direttore Electa Arte Mostre e Musei, al ministro Franceschini per il quale "non è ammissibile che lo Stato non guadagni sui servizi aggiuntivi"? "Credo che il ministro abbia innanzitutto a cuore lo sviluppo dei musei, cui concorre anche la crescita, numerica e qualitativa, dei servizi al pubblico. Un obiettivo cui tende anche Electa e per il quale occorrono progetti, investimenti e regole certe. Speriamo che ciò si realizzi presto". Ma è anche vero che Electa, come Civita, è spesso accusata di operare in regime di oligopolio. "Sarebbe auspicabile che la critica non rinunciasse all'analisi temporale, storica, degli avvenimenti in questo settore - dice Rosanna Cappelli - settore che, ai suoi inizi, ha visto la partecipazione di pochissimi soggetti, anche dimensionalmente diversi fra loro: Electa, per storia e prestigio del marchio, era ed è una casa editrice di grande successo. Il regime di proroga attuale, specie nelle grandi città d'arte (Firenze e Roma), ha alimentato questa visione oligopolica".

420 pozzi di petrolio. Definiti come detto il petrolio d'Italia, i 420 istituti dello Stato hanno registrato un incasso totale di biglietteria che si aggira sui 111 milioni solo nel 2014. Cifra al netto dell'aggio concesso ai privati. Nulla se confrontati ai 216 milioni raggiunti dal Louvre lo stesso anno. 111 milioni sono poco più del doppio dei 49 milioni arrivati, sempre nel 2014, dai servizi aggiuntivi (audioguide, bookshop, gadget, caffetterie, prenotazioni e prevendite, ristoranti e visite guidate). Solo 7 milioni sono finiti nelle casse statali. Un potenziale da sfruttare meglio. Indicativo il dato fornito da un'indagine della Bocconi secondo cui tra i visitatori dei musei e clienti dei servizi esiste un divario netto: sono il 7% in Italia, il 16% al Louvre, 31% al British e 33% alla London National Gallery, un divario imputabile forse alla carenza dell'offerta di servizi educativi e di accoglienza, che secondo il Touring Club non rispondono più alle esigenze del pubblico.

La svolta imminente. "A primavera la svolta", ripete come un mantra il ministro Franceschini alludendo ai nuovi bandi di concorso per i servizi aggiuntivi che presto usciranno. Già nel 2013 la Corte dei Conti aveva fatto esplicita richiesta di istituire nuove gare con criteri trasparenti, dopo i 6 anni di tentativi falliti delle precedenti amministrazioni, capitolate sotto una raffica di ricorsi al Tar impugnati dai "soliti" concessionari che vedevano minacciati i loro oligopoli. “Oligopolio? Piuttosto ci si chieda perché siamo così pochi, eppure non mancherebbero gli imprenditori disposti a investire” dice ancora Ruberti che insiste sulla necessità di cambiare le regole del gioco: “Noi non abbiamo partecipato ai ricorsi ma il modello economico delle gare uscite nel 2010 non era sostenibile. Finora si è continuato a pagare con una percentuale sugli incassi. Così non si vedrà mai una proattività da parte dei privati. Questo è uno degli equivoci di fondo. Ci sono dei modelli che prevedono una maggiore compartecipazione e in futuro si dovrà prevedere ruolo più pregnante per i privati”.
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Intanto a luglio 2015 sono usciti i nuovi bandi per i servizi gestionali sul sito della Consip (manutenzione, pulizia, ma anche sistema informativo, i call center etc.) per un valore complessivo di 640 milioni di euro. A scegliere questa volta saranno direttamente i direttori dei musei tra i fornitori selezionati da Consip con "notevoli risparmi non solo in termini di prezzi d’acquisto - come si legge sul sito dell'agenzia del Mef - ma anche di tempo e di processo". Intanto però non si conoscono i vincitori e il resto dei bandi è ancora in attesa di essere pubblicato.

I biglietti online. La bigliettazione unica online dovrebbe essere il prossimo passo, presto anch'essa in gara sul sito della Consip. Questa volta però dal Mibact assicurano che gli introiti confluiranno interamente nelle loro casse. Un'idea talmente semplice che viene da chiedersi come mai non sia stata introdotta prima. Oggi infatti la biglietteria è affidata a concessionari privati che per legge non possono trattenere oltre il 30% del costo del biglietto, ma possono incassare integralmente i diritti di prevendita che, per esempio, per gli Uffizi di Firenze arrivano fino a 4 euro. Un servizio finora gestito da Civita Cultura che ha ereditato un contratto di appalto, ormai scaduto, risalente agli anni ’90 e siglato con Firenze Musei. Considerando che, su una media di 5000 presenze giornaliere, 3500 sono le prenotazioni, c’è un potenziale fatturato di 14mila euro ogni 24 ore. Inoltre, nemmeno la soglia del 30% spesso viene rispettata. Al Colosseo, infatti, come denuncia la Corte dei Conti, sui 12 euro a biglietto, alla soprintendenza anziché il 70%, arriva solo il 30%. Il restante va ad Electa in base ad accordi su cui non si riesce a fare chiarezza e che risalgono, sempre tra proroghe e ricorsi, al 1997, la bellezza di quasi 20 anni fa. Basterà un sito web a risolvere i problemi? I dubbi non mancano.Se per le prenotazioni ci sarà il sito, le società private resteranno in loco a gestire le biglietterie anche se, come promettono dal ministero, i loro margini di guadagno saranno leggermente ritoccati.

Largo ai mecenati. Per risollevare le sorti di un ministero il cui budget quest'anno è di 1 miliardo e 365mila euro, in linea con il trend negativo che negli ultimi dieci anni ha visto scendere del 27% il suo valore, è stato introdotto l'ArtBonus. A metà tra quella che sembra essere una campagna di solidarietà sociale e un incitamento che ricorda "l'oro alla patria" prebellico, il sito istituzionale dell’ArtBonus si presenta così: "Chiamata alle Arti. Mecenati di oggi per l’Italia di domani". Dal suo lancio, nell’estate 2014 ha attirato 790 "mecenati", raccogliendo 34 milioni di euro per finanziare 272 interventi sul patrimonio artistico e monumentale del Paese. Un sistema che prevede un credito d’imposta al 65% (anche se già dal corrente anno è stato abbassato al 50%), ammortizzabile in 3 anni, aperto a fondazioni bancarie, aziende, e privati cittadini. I maggiori donatori sono stati finora Unicredit e Fondazione Cariverona che hanno devoluto 7 milioni a testa all'Arena di Verona. A ben guardare, però, ci si accorge che la seconda fa parte anche della Fondazione Arena di Verona, che gestisce in modo diretto il monumento, nel quale organizza uno dei festival di lirica più importanti d'Italia.

Anche secondo Mario Curìa, patron di un altro storico editore del settore, Mandragora, la chiave è in una diversa apertura al privato. “Lo Stato dovrebbe avere un perimetro molto più ristretto di quello che ha oggi e dovrebbe essere più forte. Noi invece abbiamo uno Stato che praticamente controlla tutto, però è debole, quindi alla fine non controlla niente. Ma per farlo, per aprire un mercato che nonostante le buone premesse delle legge Ronchey, è rimasto chiuso, ci vogliono le giuste competenze, culturali, manageriali e di sensibilità. Non solo leggi".

Del resto il costo di gestione del nostro patrimonio culturale si aggira intorno ai 9 miliardi di euro, pari allo 0,4% del Prodotto interno lordo, pagati all'80% con soldi pubblici, meno dell'1% della spese totali della Pubblica amministrazione. A fronte di ciò l'investimento pubblico per offerte culturali è di 25,4 euro per abitante, la metà di quello che impegna la Grecia per ogni singolo cittadino (dati Federcultura 2014). Ma allora a chi interessa far fruttare il "nostro petrolio"? Tanti ne parlano, la riforma Franceschini ci prova. Intanto, possiamo solo tentare di uscire dal museo con un souvenir in più e la speranza di una migliore gestione del nostro patrimonio

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/02/03/news/la_grande_rapina_ai_musei-131170754/?ref=HREC1-12&refresh_ce


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