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CHI GUADAGNA CON L'ARTE ITALIANA - Dal danno civico alla beffa economica
di TOMASO MONTANARI
INCHIESTE - La Repubblica 3-2-2016



ROMA - "Il problema non è / industria sì oppure industria no /ma industria come /... /e chi guadagna, e quanto". Questi versi di Danilo Dolci (da Limone lunare. Poema per la radio dei poveri cristi, 1970) sono perfetti per descrivere sinteticamente l'enorme e spinosa questione della gestione privata del patrimonio «storico e artistico della Nazione» (art. 9 Cost.). Il problema non è privato sì o privato no: ma privato come, e chi si prende i soldi. L'inchiesta di Repubblica risponde a questa domanda, demistificando alcuni luoghi comuni.

Il primo è: “il patrimonio culturale deve sottostare alle regole del mercato”. Personalmente sono in radicale disaccordo con questo dogma (perché il fine ultimo del patrimonio è il pieno sviluppo della persona umana, un valore che non deve stare sul mercato), ma questa inchiesta ci dice che, in ogni caso, qua il mercato non c'entra. L'economia delle concessioni del patrimonio non è basata sulla libera concorrenza, ma sulla spartizione tra pochi oligopolisti con connessioni fortissime con la politica. L'uomo chiave del governo Berlusconi che, nel 2008, dimezzò in un colpo il bilancio pubblico dei musei è lo stesso che oggi presiede la matrioska che contiene la società numero uno nella classifica dei concessionari privati. Un caso? Basta scorrere i cognomi dei membri di presidenze, cda, consigli scientifici per scoprire che il gruppo dirigente di queste 'imprese' è direttamente connesso alla politica e all'amministrazione del patrimonio culturale da un efficiente sistema di porte girevoli a rotazione continua: il risultato è che i nostri maggiori musei affogano in una sabbia mobile di interessi privati, nel più completo disinteresse di chi dovrebbe garantire le regole antitrust. Un sistema così potente da riuscire a bloccare le gare, permettendo che, da anni, la torta sia spartita tra i soliti noti.

Il secondo è: “con la gestione privata i musei si modernizzano, e si aprono ai cittadini”. Dopo vent'anni abbondanti di privatizzazione all'italiana chi può davvero sostenere che qualcosa si sia modernizzato? O che i nostri musei siano diventati luoghi più accoglienti per gli italiani? Al contrario, si sono trasformati in turistifici di bassa qualità, carne da messa a reddito (privato), un tanto al chilo. E i residenti, che pagando tasse tengono in piedi la baracca? Per loro non c'è alcuna politica, anzi sono a stento tollerati.

Se a questo si somma il fatto che, contemporaneamente, lo Stato si è ritirato dal fronte della tutela, il risultato è che i nostri musei non sono più centri di produzione e redistribuzione della conoscenza (come invece il Louvre, o il British Museum, o il Prado), ma fatiscenti “discount della bellezza”, proni ad un turismo mordi e fuggi.

Il ministro Franceschini dice che tutto ciò è inammissibile, e che lo Stato non può lasciare gli utili a questa pletora di parassiti. Lodevole intenzione: ma, nei fatti, egli ha messo le premesse perché tutto rimanga così. La sua riforma del Mibact - che in questi giorni conosce una convulsa fase due che comporta la morte della tutela archeologica e la sottomissione delle soprintendenze ai prefetti - ha separato radicalmente tutela e valorizzazione, e ha inteso quest'ultima in modo puramente commerciale (sfilate di moda nei musei, trasformazione del Colosseo in location e via di seguito). E, soprattutto, il meccanismo di reclutamento dei nuovi 'superdirettori' li sottopone direttamente alla politica, secondo un modello che ricorda molto quello del cda della Rai.

E quando la politica mette le mani sul patrimonio, il sottobosco dei concessionari tira un sospiro di sollievo: finché la rendita va, lasciala andare.

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/02/03/news/la_grande_rapina_ai_musei-131170754/?ref=HREC1-12&refresh_ce


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