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CHI GUADAGNA CON L'ARTE ITALIANA -La nuova partita si gioca sulle soprintendenze
di ARIANNA DI CORI
INCHIESTE - La Repubblica 3-2-2016

ROMA - "Niente più pareri diversi - assicura il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini - Le soprintendenze parleranno d’ora in poi con un’unica voce a cittadini e imprese riducendo tempi e costi burocratici". “È una riforma nata senza un progetto, navighiamo a vista. Quando Franceschini ci parla di valorizzazione dimentica una cosa importante: i musei, soprattutto quelli piccoli, più che una fonte di reddito sono sempre stati il centro nevralgico della cultura nelle varie zone d’Italia. Mi chiedo cosa intenda dunque. Vuole che nei musei locali organizziamo i balli delle debuttanti?”. La voce è quella di uno delle decine di archeologi che in queste prime settimane del 2016 assediano via del Collegio Romano, sede del ministero.

Perché quest'anno si conclude il processo di riorganizzazione del Mibact, come previsto dalla riforma approvata nel 2014. Via quindi alla fusione delle soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e alla creazione di 10 nuovi musei autonomi, i cui direttori saranno selezionati con un bando internazionale, esattamente come è stato per i primi il 20 dello scorso agosto.

Dalle nomine alle competenze, dal ruolo dei privati al controllo del territorio, sono tanti gli aspetti delicati che sono stati rivoluzionati. A uscire stravolte sono in particolare le soprintendenze, le strutture periferiche e operative del ministero che sul territorio si occupano quotidianamente di beni culturali. Ad esse infatti la riforma lascia le sole competenze di tutela e conservazione, mentre le espropria di tutto ciò che riguarda la valorizzazione, a cominciare dai musei. In più - avvertono gli addetti ai lavori - c'è il combinato disposto “dello smantellamento della tutela” contenuto nella legge Madia approvata ad agosto.

Non solo per l’articolo 3 che introduce il principio di silenzio-assenso (la soprintendenza ha 60 giorni per esprimere un parere contrario) con il rischio di nascita di aberrazioni urbanistiche e cementificazione selvaggia. Ma anche perché, in nome della semplificazione, le soprintendenze confluiranno nelle prefetture, e quindi sotto il ministero dell’Interno, rischiando di perdere l’autonomia garantita dall’articolo 9 della Costituzione e di creare continui conflitti tra vincoli paesaggistici e interessi localistici. “Ma noi vogliamo alleggerire le soprintendenze, togliere a loro problemi ”, risponde Ugo Soragni, direttore generale Musei che guiderà i poli museali regionali.

I poli museali, istituiti a dicembre 2014, sono in funzione dall’estate 2015 con il compito di decidere le strategie di valorizzazione, valutando di volta in volta dove esporre le opere ritrovate e gestire il rapporto con i concessionari privati. La seconda fase della riforma ha accorpato ai poli alcuni musei ed aree archeologiche rimaste alle soprintendenze (ad esempio l’area archeologica di Tarquinia), ma allo stesso tempo tirandone fuori strutture che diventeranno autonome e dunque soggette a un cambio di direttore.

Le nuove soprintendenze saranno 39 in totale, più le due speciali di Roma e Pompei e si occuperanno di 7 settori differenti (archeologia, belle arti, architettura, demoetnoantropologia, paesaggio, educazione e ricerca, organizzazione e funzionamento). Ancora non è chiaro chi le dirigerà né se ci sarà una rotazione. Un archeologo, dunque, potrebbe dover decidere il destino di una pinacoteca, mentre un architetto ritrovarsi a capo di uno scavo di una domus romana. Nel frattempo il problema, come denuncia l’Rsu della Cgil, resta la carenza di risorse umane: “Ogni anno vanno in pensione circa 3000 persone che non vengono rimpiazzate. Questa è un’operazione di pura ragioneria e le 500 nuove assunzioni previste dalla riforma sono solo palliativi e qui sembra che vogliano dare il colpo di grazia al patrimonio culturale”.

Le proteste si fanno sentire anche sui social. “Tra noi addetti ai lavori si respira un’aria di frustrazione e scoramento. Pochissime le assunzioni, troppi i sottopagati, spesso si ricorre ai volontari”, spiega Leonardo Bison, giovane archeologo tra i fondatori della comunità Facebook “Mi riconosci, sono un professionista dei beni culturali”. Il gruppo, che si autodefinisce “Campagna sull'accesso alle professioni e sulla valorizzazione dei titoli di studio del settore dei beni culturali”, ha raccolto quasi 6000 adesioni in un mese. Sono loro ad aver denunciato un bando di selezione per volontari del Servizio civile nazionale da impiegare nei luoghi della cultura con diverse mansioni tecniche.

“È normale che in un processo di cambiamento ci siano resistenze – replica Soragni – e il nostro paese è tendenzialmente conservatore in ogni sua manifestazione”. Intanto, però, si annunciano ricorsi amministrativi, si attendono i decreti ministeriali, si aspettano giudizi di costituzionalità che possano incidere su una lotta intestina al ministero, che ogni giorno si fa piu’ tesa.

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/02/03/news/la_grande_rapina_ai_musei-131170754/?ref=HREC1-12&refresh_ce


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