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Museo nell’ex convento: un progetto tramontato
Michela Corridore
10 febbraio 2016 il centro



Il letto in osso della tomba 520 della necropoli di Fossa, scavato nell'anno 2000, riferibile al primo secolo a.C. e la statua romana, il cosiddetto "Signore di Amiternum", rinvenuta nel 2007. Sarebbero stati questi i pezzi "forti" del museo archeologico dell'Aquila, all'interno di Santa Maria dei Raccomandati. Reperti preziosi a cui sarebbero stati affiancati numerosi altri: dal letto funerario ritrovato sempre ad Amiternum alla famosa fibula di Pizzoli, dell'VIII secolo a.C.. In forse era anche la presenza, nei locali del museo, del Guerriero di Capestrano, notissima scultura in pietra e marmo del VI secolo a.C., del periodo dell'arte italica, rinvenuta in una necropoli dell'antica Aufinum (Ofena). (m.c.)L'AQUILA La data d'inaugurazione era fissata per il 23 aprile 2009. Gli allestimenti erano ormai pronti, le teche montate, come pure i piedistalli. Ma i battenti del museo archeologico nell'ex convento di Santa Maria dei Raccomandati, il primo che sarebbe dovuto nascere in città, sono ancora chiusi. Certo, rispettare la data fissata, alla luce di quanto accaduto il 6 aprile 2009, appena pochi giorni prima, sarebbe stato impossibile. Ma a quasi sette anni dal terremoto, cosa impedisce alla città di fruire di quello che doveva essere il suo museo archeologico, per cui era stato redatto un progetto ed erano stati investiti migliaia di euro e risorse di vario genere? A chiederselo è Anna Maria Reggiani, già direttore generale per l'archeologia del Mibact e, fino al 2011, direttore regionale beni culturali in Abruzzo. Un interrogativo che potrebbe trovare risposta, almeno in parte, anche nella decisione del ministero di affidare la Soprintendenza unica a Chieti, dove sono attualmente esposti alcuni dei reperti che dovevano riempire le sale del museo mai aperto. «Uno dei problemi che L'Aquila deve affrontare è la necessità di correggere quella disorganizzazione causata dal post-sisma, che rischia di trasformare il territorio in un contenitore di attività caotiche senza servizi culturali di riferimento», spiega l'ex direttrice, tra i vertici della sezione aquilana di Italia Nostra e autrice del libro "L'Aquila, una storia interrotta". «Va quindi, esaminata a fondo la questione dei servizi culturali che possono coadiuvare la ricomposizione del tessuto sociale cittadino e favorire la ripresa delle attività lavorative. Dal momento che mi pare che tutti riconoscano nella riqualificazione dell'ambiente e della cultura una scelta di opportunità economica, è di fondamentale importanza la rimessa in moto di iniziative di turismo culturale nel cratere. Il primo passo da compiere è quello di ridisegnare le istituzioni museali, e riprendere il discorso interrotto dal sisma, che aveva programmato un sistema museale cittadino con più sedi, archeologiche, storico-artistiche e di arte contemporanea. L'archeologia aquilana, con le sue ultime sorprendenti scoperte nel territorio dei Sabini e dei Vestini, può costituire un punto di forza nel museo archeologico dei Raccomandati, allestito per l'apertura nel 2009, ma congelato successivamente e anche inspiegabilmente». In quest'ottica, secondo la Reggiani, l'ex Mattatoio potrebbe svolgere una "funzione integrativa" al Forte spagnolo, che dovrebbe presto riprendere il suo ruolo di centro di riferimento cittadino. «Il secondo passo è quello di un sistema museale territoriale, quello che il ministero ha chiamato polo museale, che può funzionare al meglio se collocato nel capoluogo di regione, la cui funzione guida non può essere messa in discussione, se si vuole evitare un'anarchia culturale che può penalizzare l'intera regione», conclude. «La vicinanza dell'Aquila alla Capitale, l'essere ubicata in una posizione quasi complementare con le province di Rieti e Roma, può assicurare alla città un flusso di visitatori costante con il suo seguito di benefìci indotti sul piano occupazionale, fondamentale per l'auspicabile rilancio».



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