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Castelvecchio, cinque restano in carcere
Enrico Presazzi
Corriere del Veneto - Verona 19/3/2016

Il gip: «Banda organizzata, ma temevano in Moldavia il “pizzo” della mala locale»

VERONA «La rapina è stata compiuta con modalità professionali, è stata preceduta da una minuziosa organizzazione, ha visto il coinvolgimento di una “catena” di persone con ruoli ben specifici, ha visto un dispiego rilevante di mezzi e di uomini. Le fasi successive hanno visto la partecipazione di una rete di ausiliari per il trafugamento, ben riuscito, delle opere, tuttora non recuperate».

Le convalide

È il gip Giuliana Franciosi, nell’ordinanza di convalida dei fermi delle sette persone finite in carcere per la rapina al museo di Castelvecchio dopo le indagini coordinate dal pubblico ministero Gennaro Ottaviano, a mettere in evidenza il livello organizzativo della banda. Dopo gli interrogatori di giovedì, il magistrato ieri ha sciolto le riserve confermando il carcere per i due fratelli Silvestri (Francesco, la guardia giurata in servizio nel museo quella sera e il gemello Pasquale) e per altri tre moldavi, accusati di aver preso parte all’organizzazione del colpo.

Domiciliari invece per la compagna di Pasquale, l’ucraina Svitlana Tkachuck, fatta uscire dal carcere in quanto madre di una bambina di due anni. Ed è uscito anche Cornel Vasilita, il cui fermo non è stato convalidato dal gip.

La guardia e l’auto

Nel provvedimento si ribadisce il ruolo di «basista» della guardia giurata Francesco Silvestri, difeso dall’avvocato Alessandro Natali. Più elementi lasciano supporre che «Silvestri non sia stato propriamente vittima della rapina, ma si sia prestato, a vario titolo, a renderne possibile l’esecuzione con il ruolo di basista». Arrivato dieci minuti prima del solito al museo, con la Lancia Phedra del fratello a cui aveva fatto il pieno. Quell’auto utilizzata dai banditi per caricare le tele e fuggire. «È irragionevole ipotizzare che un gruppo di rapinatori in grado di portare a compimento un’azione criminale che non ha evidenziato sbavature organizzative, si sia affidato all’alea (rischio, ndr ) di un mezzo di fuga a loro completamente sconosciuto - scrive il gip -, scelto “al momento” senza conoscerne l’efficienza e la quantità di carburante nel serbatoio, essendo inverosimile immaginare che i rapinatori, nella fuga, potessero fermarsi per il rabbocco del carburante»

La coppia e il «regalo»

I contatti tra Francesco Silvestri e il gemello Pasquale (difesa Teresa Bruno) «sono frequenti». Sarebbe stata la compagna del secondo, Svitlana Tkachuck (difesa da Marzia Rossignoli) a mettere in contatto i due con i malviventi dell’Est. Ma dopo l’arresto, la coppia ha negato gli addebiti: era vero che conoscevano i moldavi, ma si erano rifiutati di aiutarli per il colpo e in cambio del loro silenzio gli era stato promesso un «regalino». Tesi non condivisa dal gip Franciosi: «Appare quantomeno risibile che un gruppo ben organizzato e attrezzato come quello che pose in essere la rapina abbia deciso di effettuare una liberalità a due persone che non avevano prestato alcun aiuto per il compimento della rapina».

La banda e la mazzetta

Il gip ha convalidato i fermi di Victor Potinga (ritenuto il responsabile dei trasporti, difeso da Emanuele Luppi), Denis Damaschin (accusato di ricettazione per aver nascosto la refurtiva, difesa Luppi) e Vasile Cheptene («re» della logistica, difeso da Massimo Dal Ben). E dalle intercettazioni tra quest’ultimo e uno degli altri indagati attualmente in Moldavia, si evince come la banda abbia organizzato il trasferimento delle tele, pagando qualcuno per il trasporto. Il 6 gennaio le opere sono in viaggio verso Odessa, in Ucraina, ma la loro destinazione finale è la Moldavia, dove potrebbero però nascere problemi. Il complice di Cheptene è preoccupato: «Mi serve una “stuca ” (mille euro annota il gip, ndr) però non so dove prenderli...non voglio darli». Parole che lascerebbero pensare al pagamento di una mazzetta alla criminalità organizzata moldava. «Cheptene fornisce al suo interlocutore una serie di consigli affinché interloquisca nel modo “giusto” con i soggetti ai quali si dovrebbe pagare la “stecca”- scrive il gip -. Lo invita a prestare attenzione cercando di prendere tempo, suggerendo, se le cose dovessero volgere al peggio, addirittura di negare di essere in possesso dei quadri e di inventarsi di averli bruciati tutti». E lo avverte che, nel caso in cui fosse stato notato guadagnare del denaro, «certamente i personaggi che controllano il territorio per la criminalità organizzata, lo avrebbero incalzato per avere la loro parte».

Tentativi di depistaggio

Preoccupato dalla possibilità di finire nelle mani della mafia moldava, il complice di Cheptenene cerca di smentire il suo coinvolgimento nel colpo. Intercettato a Brescia mentre incontra il cognato Cornel Vasilita (ritenuto non coinvolto nel delitto e per questo liberato ieri), «narra di come stia negando, ogni qualvolta qualcuno insinui il suo coinvolgimento, di avere a che fare con la rapina, cercando di confondere le acque, propinando una “storiella” circa il fatto di avere commesso non la rapina di Castelvecchio, ma un furto di poco conto in una villetta».



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