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Bologna. La Street Art che si «acquieta» nel museo
Antonella Huber
Corriere di Bologna 19/3/2016

«Ci troviamo di fronte alla seguente sproporzione: o l’opera sta al suo posto, e non ha luogo (per il pubblico), o si trova in uno spazio che non è il suo (il museo) e allora ha luogo». Di sproporzione parlerei, citando Buren, riguardo all’operazione di Street Art. L’arte allo stato urbano, di dissonanze e corde ingarbugliate. Fa effetto varcare la soglia di Palazzo Pepoli e trovarci la santificazione dell’arte di strada, quella delle bombolette, dei normografi redivivi, degli stencil, dei graffiti, dei collage plurimaterici, dei fumetti giganti. Un’espressione artistica da molti considerata marginale, se non proprio provocatoria e vandalica, eppure oggi improbabile protagonista di un mercato in crescita con specifiche manifestazioni e case d’aste dedicate. Rivendicare le strade come luogo di libera espressione al di là di cronologie, movimenti e motivazioni personali, è sempre un gesto di protesta, di denuncia, di effrazione anche pericolosa, a giudicare dalle modalità spesso acrobatiche con cui gli artisti si cimentano per realizzare le loro opere. Eppure nel museo tutto sembra acquietarsi: le opere appaiono fragili, private della loro forza espressiva, improvvisamente tacciono, la loro voce è affievolita dalle cornici o da inutili vetri; sotto i riflettori non rendono e ci sembrano più esposte che sui muri in rovina. Tutto è normalizzato: dalla fisicità dell’azione, alla percezione adrenalinica del rischio e della consapevolezza di compiere il più delle volte un’azione illegale. Illegalità da cui ovviamente la mostra prende le distanze, come ben chiarito in un pannello. Come stupirsi del resto, questa è proprio la magìa del museo, il suo autentico superpotere: una neutralità rassicurante dove tutto riposa, uno spazio abilmente inventato per ristabilire l’ordine, capace di superare e sostituire qualunque significato originario con quel da museo che trasforma l’azione in feticcio, l’opera in arte. Ma se è vero come è vero che la musealizzazione appanna la forza delle opere e ne riduce l’efficacia, è vero anche, come sosteneva Buren, che lo spazio non fa l’opera in senso ontologico, ma la determina in senso percettivo e che per il pubblico, anche quello della strada, senza il museo paradossalmente queste opere non avrebbero luogo .



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