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Finalmente i beni culturali si rinnovano con Franceschini e Volpe nel progetto valorizzante della Riforma
Pierfranco Bruni

La storia dei beni culturali è storia non solo di modelli culturali e di riforme che “assestano” i nuovi sistemi giuridici e amministrativi, sulla base di una società, che antropologicamente vive di trasformazioni, ma bisogna considerare e comprendere che nel corso dei decenni, e non dei secoli, il concetto stesso di cultura cambia, ed è cambiato, nella sua funzione anche etimologica.


La lettura di un patrimonio storico (e con storico faccio presente una visione sistematica della interpretazione giuridica del patrimonio di una Nazione stessa) è la lettura di una civiltà e resta tale in quanto identità di processi di appartenenza.
Su questo non c’è alcun dubbio di sostanza, ma la posizione del Ministro Franceschini, e la visione ampia e articolata che ne ha fatto uno dei maggiori fautori del legame valorizzazione delle culture e fruibilità dei territori (Giuliano Volpe, anche in un suo recente articolo), è in linea con un pensiero di cultura che sia cultura parlante, ovvero cultura praticante, ovvero cultura che abbia un senso nella tutela e nel valorizzare di una civiltà identitaria espressa dall’Italia sia sul piano materiale che immateriale.
Ecco perché i Musei costituiscono le agenzie prioritarie, e la sua e nostra Riforma (franceschini) sono incipit per un nuovo legame della internazionalizzazione dell’Italia Cultura in un insieme di territori che costituiscono la manifestazione delle arti.
La Puglia è archeologia, ma è anche storia moderna. Taranto è Magna Grecia, ma è anche paesaggio e il legame tra il Salento e la geografia ionica diventa fondamentale come diventa importante il collegamento tra la storia della Daunia e quella delle Murge tenute insieme da tre direttrici: il mare, la pianura, il rupestre (in particolare tra il barese e il tarantino).
Io plaudo all’intelligenza scientifica della interpretazione culturale che Giuliano Volpe ha voluto introdurre nella Riforma, intrecciando il sistema giuridico (dell’applicazione degli Ordinamenti della Riforma) con il sistema culturale complessivo. Dirò di più. Credo che ormai l’archeologia debba fare i conti anche con le antropologie comparate e con quelle etnie storiche che hanno fatto la storia d’Italia.
La grecità e la romanità non sono soltanto archeologia. Sono incisioni etniche che richiamano valenze linguistiche, estetiche, filosofiche. Come è possibile oggi parlare di archeologia senza una misura etno – antropologica?
Io che studio da decenni le questioni etniche delle minoranze linguistiche storiche, (e di recente alla Camera dei Deputati abbiamo presentato una proposta per un Disegno di Legge sui Romanì con l’Università di Teramo), resto sempre più convinto che non è più possibile separare i comparti dei beni culturali, e sui beni culturali da circa quarant’anni mi affanno a dare un senso alla valorizzazione dei territori.
Non è una questione di Soprintendenze o meno che sono accentratrici di poteri o meno, è piuttosto uno stringere dei patti culturali tra ciò che l’archeologia ha dentro l’etnologia, di ciò che il medioevo ha dentro il barocco, di ciò che il Rinascimento esprime dentro le Avanguardie. Rendendoli tali, i beni culturali, in un processo valorizzante diventano modelli reali di apprendimento, il quale si apre a quelle prospettive di conoscenza che richiamano fruizione, turismo nuove economie.
Allora, la Riforma dei beni culturali Franceschini – Volpe era necessaria e lo era anche nella dimensione dei cosiddetti “spacchettamenti” delle Soprintendenze perché solo su questa linea l’obiettivo sarà (verrà) focalizzato intorno alla valorizzazione – economia della cultura in un Paese che ha cultura, ma non riesce a creare sviluppo economico attraverso le vere risorse vocazionali.
La storia rimane storia ed è un depositato delle civiltà. Ma questo depositato bisogna farlo rivivere e non lasciarlo nelle soffitte della memoria. Bene la Riforma sul piano amministrativo – giuridico. Bene la interpretazione delle culture offerte da Giuliano Volpe. Si riparte con un sistema Italia che può guardare alla cultura con consapevolezza e con innovazioni. E i risultati si vedranno.



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